ES 17, quel che resta della camorra tra la pietra e la carta

ES 17, quel che resta della camorra tra la pietra e la carta

L'altarino smantellato del defunto baby capo della Paranza dei bambini: la chiave per capirlo è nella letteratura. Un fil rouge da Mastriani a Saviano

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© Francesco Palmieri - L'altarino a Emanuele Sibillo

“Ceci tuera cela”: questo ucciderà quello, sentenziò Claude Frollo, arcidiacono di Notre-Dame, significando che i libri di carta avrebbero sostituito i “libri di pietra”. Ossia che la narrazione letteraria – questo gli faceva dire Victor Hugo – è molto meno deperibile di quella espressa con l’architettura, foss’anche nella più maestosa cattedrale.

Vecchissimi bambini

Ignara della lezione, la camorra si affida alla rappresentazione plastica per articolare le sue memorie tra murales e altarini: il più clamoroso, quello del capo della Paranza dei bambini Emanuele Sibillo, è appena stato smantellato dal cortile al 26 di vico Santi Filippo e Giacomo nel cuore del centro antico napoletano. Poche decine di metri separano il palazzo dalla Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, dov’è uso devozionale deporre tra i crani di ignoti morti antichi le foto dei propri congiunti, che l’umidità in breve tempo decompone come fa con le carni. Il clan Sibillo perseguiva le sue attività criminali – ventuno gli arresti eseguiti dai carabinieri – nell’ombra circostante il cono luminoso creato attorno alla figura di Emanuele, ucciso nel 2015 a 19 anni non compiuti durante un raid contro la banda rivale dei Buonerba. Spietati e giovanissimi, ma anche bambini invecchiatissimi, era fatale che i ragazzini della Paranza lasciassero assieme alla scia di crimini quella di una drammatica emozione per chi brucia la vita troppo presto.

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© Francesco Palmieri
L'altarino a Emanuele Sibillo

Emanuele Sibillo è diventato ES17 sui muri tra piazza San Gaetano e via San Biagio dei Librai e sulle braccia dove è stato tatuato a mo' di sigla, sulle pagine Facebook, nei documentari web e tv. Il 17 è il numero dell’alfabeto corrispondente all’iniziale del cognome Sibillo, ma all’epoca della sua morte era anche il numero di maglietta dell’idolo calcistico Hamsik ed era stato – disegnato fra le fiamme sulla pelle di Emanuele – un simbolico auspicio per bruciare la sfiga. Non gli riuscì, avrebbe constatato in una intervista la prematura vedova Mariarca Savarese, nipote di un boss della Sanità e già madre di due figli (del secondo era ancora incinta quando il marito morì).

Il kitsch, i b&b e la città che recita 

Il sacrario imposto nel cortile del palazzo, con l’urna cineraria di Sibillo, il simulacro kitsch smontato dai vigili del fuoco e dai carabinieri, rimarcava il sacer locus di uno spazio camorristico. Non un culto ma un omaggio al "potere": spontaneo per alcuni, forzato per altri, quelli che dovevano pagare una tangente davanti all’altarino. Poche decine di metri separano quel palazzo dalla statua del dio Nilo, il ‘corpo’ del centro antico dove – prima della pandemia e fra poco tempo – il flusso turistico da San Gregorio Armeno alla Cappella Sansevero trasforma Napoli secondo lo "schema Venezia". Una città che recita se stessa a beneficio dei visitatori, dove i b&b hanno svuotato le case di vecchie famiglie e dato lo sfratto agli spiriti domestici. Monacielli e belle ‘mbriane adesso fanno al più teatro di sé mentre gli attrezzisti mutano veloci le scenografie per il prossimo atto.

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Però – e perciò – l’arcidiacono Frollo ha ragione anche stavolta. Non è sui muri e sulle pietre, non è nel kitsch figurativo che si prolungheranno le memorie di camorra. Sarà piuttosto attraverso gli atti giudiziari e gli articoli stipati nelle emeroteche o nei depositi virtuali. Ma ancor più e soprattutto resteranno, come finora sono restate, grazie alla letteratura. Già adesso, a meno di sei anni dall’uccisione di Emanuele Sibillo, chi vuol ricostruire il suo contesto criminale, sociale e familiare, ci riesce meglio leggendo La paranza dei bambini e Bacio feroce, i due romanzi che Roberto Saviano trasse da quella vicenda. Se ne ispirò senza tradire per fantasia gli elementi fattuali. Così prima di lui avevano fatto una volta Francesco Mastriani e Matilde Serao. O, per la Sicilia, uno Sciascia con Il giorno della civetta (e non solo). Lo aveva fatto Ferdinando Russo, che nella Cronaca nera di Gente ‘e malavita lasciò tra l’Otto e il Novecento un ritratto poetico – anche nel senso che fu in versi – ma esattissimo degli scugnizzi che sarebbero, crescendo, diventati anime perse del crimine comune o della delinquenza organizzata.

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© Francesco Palmieri
Francesco Mastriani

Fiction e premonizione

Più tardi Giuseppe Marotta, ancorché in pagine sparse, avrebbe reso con succinti tratti una specchiata idea del celeberrimo guappo Luigi Campolongo, come o quasi meglio di Eduardo De Filippo nel Sindaco del Rione Sanità. E in anni più recenti di se stessi avrebbero scritto Giuseppe Misso (I leoni di marmo) che dello stesso quartiere fu il boss, e Giacomo Cavalcanti (Viaggio nel silenzio imperfetto).

Tuttora Russo, Mastriani, Serao restano riferimenti più esaustivi di tanti storici e saggisti per chi voglia ricostruire con precisione certi periodi napoletani. E già adesso, anziché ricucire le minute frattaglie delle cronache, Paranza e Bacio di Saviano chiariscono i perché dell’altarino a ES17. Ma la letteratura, in alcuni casi, persino premonisce. Giuseppe Montesano nei primi anni 2000, con il romanzo Di questa vita menzognera aveva tratteggiato certa camorra kitsch e insolente che vagheggia Napoli quale pretenziosa attrice di se stessa nel sogno megalomane della famiglia Negromonte. Fiction sì, ma fino a un certo punto.

La “smarginatura” ferrantiana tra fatti e racconti è da sempre che vige, quando si parla di camorra.