"Emergenza creata ad arte, io l'avrei risolta in 5 minuti", dice Minniti del caso Sea Watch

L'ex ministro dell'interno (Pd) in una intervista al Fatto: "La faccia feroce può servire per conquistare consensi, non risolve i problemi concreti. E rischia di farti perdere l’anima. Una democrazia non può essere tenuta permanentemente sull’orlo di una crisi di nervi”

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Agf
Marco Minniti

Mentre nella notte la Sea Watch è arrivata in porto, la capitana Carola Raketet è stata arrestata e i 42 migranti a bordo sono stati fatti scendere, sui giornali si continua a parlare di emergenza, flussi, corridoi umanitari e quote. E a questo proposito, in un’intervista a Il Fatto Quotidiano l’ex ministro dell’Interno dei governi di centrosinistra Renzi-Gentiloni, Marco Minniti, dice che quella dei migranti e della nave approdata a Lampedusa è “un’emergenza creata ad arte”, per poi affermare: “Io l’avrei risolta in 5 minuti”.

Di sicuro Minniti di migranti e Ong se ne intende, dà atto il quotidiano diretto da Marco Travaglio, non foss’altro perché è stato anche il primo a regolamentare l’intervento delle organizzazioni non governative nel Mediterraneo, attirandosi strali e polemiche. Anche del suo stesso partito, il Pd. Ma come avrebbe affrontato e risolto Minniti il caso Sea Watch? “Non si sarebbe nemmeno posto”, risponde l’ex titolare del Viminale, “perché noi avevamo redatto un codice di condotta delle Ong che è stato firmato anche dalla Sea Watch, dimostrando che era possibile governare i flussi migratori senza restringere gli spazi delle Ong e senza far venire meno né il ruolo della Ue né il protagonismo prestigioso della Guardia costiera italiana”.

Minniti racconta così che fino al maggio dello scorso anno nel Mediterraneo “operava un sistema di ricerca e salvataggio coordinato dalla Guardia Costiera e di cui faceva parte il sistema delle Ong” che faceva capo alla missione Themis di Frontex e la missione Sofia dell’Unione europea. Quel dispositivo aveva ridotto gli arrivi e gli sbarchi “del 78% in generale e dell’84% dalla Libia”. Un sistema di Stati, Ue e Ong, dunque, che “permetteva di gestire la situazione tenendo insieme due principi: sicurezza e umanità”.

E di quel sistema che ne è oggi? “Non c’è più” risponde, aggiungendo: “E per far capire quanto sia grande il paradosso in cui siamo, basti pensare che una missione navale, Sofia, è stata prorogata dalla Ue senza…navi in mare”.

Cosa differenzia Minniti da Salvini? Per l’ex ministro “ora no c’è un disegno” mentre prima c’era “con un progetto politico”. E quale sarebbe stato? Che “non si può affrontare tutto facendo la faccia feroce: verso le Ong o verso la Ue. La faccia feroce può servire per conquistare consensi, non risolve i problemi concreti. E rischia di farti perdere l’anima. Una democrazia non può essere tenuta permanentemente sull’orlo di una crisi di nervi”.

Perché “Un ministro dell’Interno non richiede arresti. Non può farlo. Ha un altro compito: coordina l’attività delle forze di polizia che fanno le informative per l’autorità giudiziaria, deputata a decidere su questo”. Per Minniti questo “è il cuore della democrazia” che si incarna nella separazione tra potere esecutivo e potere giudiziario”.

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Migranti sulla Sea Watch

Secondo Minniti, poi, l’enfasi sulle Ong si fonda sull’esigenza di “trovare sempre un nemico” mentre “siamo di fronte a un emergenza umanitaria” verso la quale “compito di un governo è farla cessare e quindi di far scendere i migranti” e “non si può aspettare che l’Europa se ne faccia carico”. Tra l’altro, sottolinea ancora Minniti, “il drammatico braccio di ferro ha portato a un evidente paradosso: ci sono migranti che arrivano a bordo di una Ong che non possono sbarcare, mentre a Lampedusa arrivano barche direttamente con gli scafisti, tramite le navi madre”.

Intanto su la Repubblica, edizione cartacea, si può leggere che “Moavero spiazza il governo” in quanto sulla Libia il ministro degli Esteri ammette che “non è un porto sicuro” mentre fino a tre giorni fa il sottosegretario alla Farnesina Manlio Di Stefano, M5S, continuava a sostenere che la Sea Watch “avrebbe dovuto dirigersi a Tripoli”. Era infatti questo l’ordine che l’Italia aveva impartito a Carola Rakete, “nonostante sapesse che — facendolo — la comandante della Sea Watch avrebbe violato le convenzioni internazionali” si può leggere ancora. Ma dal Viminale fanno sapere che la dichiarazione di Moavero “non cambia nulla: tecnicamente la Libia non è un porto sicuro, ma avrebbe una Guardia costiera ritenuta affidabile”, addestrata e finanziata dai Paesi europei.

Sul comportamento della capitana della Sea Watch, da segnalare invece due pareri, opposti: quello di Massimo Fini su Il Fatto (“Carola-Antigone è nel torto ma ha ragione”) e quello di Domenico Quirico su La Stampa (“Cara Carola, stai sbagliando”).



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