Ligresti, la Milano 'da bere' e le ombre del capitalismo di relazione

L'immobiliarista e la giustizia, una relazione segnata da 3 arresti e lunga 30 anni, quasi quanto le fortune della famiglia originaria di Paternò

Ligresti, la Milano 'da bere' e le ombre del capitalismo di relazione
Franco Cavassi / AGF 
 Salvatore Ligresti

Francesco Greco, all'epoca capo del pool reati economici della Procura di Milano, entra nell'ufficio dove il suo collega Luigi Orsi ha convocato Salvatore Ligresti. E' l'estate del 2012. 

"Ma io non ho sentito niente", dice Greco, pensando che l'interrogatorio sia in corso da un po'. "Ho già detto troppo", lo gela l'immobiliarista. In questo aneddoto, rimasto finora inedito, c'è tutto il carattere del personaggio, nato in una famiglia borghese della Sicilia degli anni '30 e diventato "mister 5%" negli anni '80 a Milano, scomparso martedì a 86 anni.

Ligresti e la giustizia, una relazione segnata da 3 arresti e lunga 30 anni, quasi quanto le fortune della famiglia originaria di Paternò. Quella fu una delle ultime volte che l'ingegnere salì al quarto piano del Tribunale di Milano, già anziano ed acciaccato, ma risoluto come sempre nel difendersi dalle 'curiosità' dei magistrati.

In quell'estate del 2012, l'uomo che ha disegnato col cemento il profilo di mezza città è nei guai per un aggiotaggio sui titoli della holding di casa, la Premafin. A questa accusa è legata anche la sua condanna più recente a 5 anni di carcere pronunciata dal Tribunale di Milano. L'epitaffio a un un lungo cammino giudiziario che si intreccia con la storia del Paese.  

Le inchieste nella Milano da bere

Alberghi, cliniche, palazzi. Nella città regno dell'amico Bettino Craxi guidata dalla giunta Psi-Pci, l'ascesa dei Ligresti è irresistibile fino al cataclisma di Mani Pulite. L'ingegnere siciliano viene arrestato il 16 luglio del 1992, quattro mesi dopo che è finito in carcere Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, l'episodio che segna la  bandierina d'avvio di Tangentopoli.

E' proprio lui ad accusare il costruttore di avere pagato tangenti al Psi e alla Dc per ottenere appalti dalla Metropolitana Milanese  per una sua società. Per oltre 100 giorni, Ligresti tace, e solo il 25 novembre, così allo stremo da essere ricoverato, ottiene i domiciliari.

Un anno dopo, il 30 giugno del 1993 arriva un secondo mandato d'arresto. Questa volta gli viene contestato di avere versato mazzette al Psi e alla Dc per far avere alla Sai l'esclusiva per le polizze di assicurazione sulla vita dei 140 mila dipendenti dell'Eni.

Per questo capitolo, nel dicembre del 1996 viene condannato dalla Cassazione a due anni e quattro mesi assieme all'ormai ex segretario socialista Craxi (cinque anni e sei mesi). Ligresti non fa un giorno di prigione perché sconta la sua pena in libertà, con un affidamento in prova ai servizi sociali presso la Caritas ambrosiana. Ma la punizione più severa per lui è la perdita dei requisiti di onorabilità richiesti per ricoprire incarichi nella sue compagnie di assicurazione Premafin e Fonsai. Al suo posto subentrano i figli.        

Il papello 

Nonostante il sostegno delle banche, i conti del gruppo Ligresti franano. Nel 2012, Ligresti ha debiti di due miliardi di euro verso Mediobanca, Unicredit, Intesa e altri istituti di credito. L'immobiliarista campione del 'capitalismo di relazione' cerca una sponda estrema in Unipol ma l'operazione presenta sin da subito aspetti disperati e Mediobanca è costretta a chiedere alla famiglia un passo indietro.

Un passaggio di mano che porterà all'iscrizione nel registro degli indagati dell'ad di piazzetta Cuccia Alberto Nagel e dello stesso Savatore Ligresti per ostacolo ali organi di vigilanza. E' la vicenda del presunto 'papello', il patto segreto che avrebbe assicurato una buonuscita ai Ligresti di circa 45 milioni di euro per le quote Prenafin più una serie di benefit per l'ingegnere e i figli nell'ambito del piano di salvataggio. Nel 2015, su richiesta della stessa Procura, l'indagine viene archiviata. 

Il giorno più buio 

Il 17 luglio del 2013 Salvatore Ligresti viene svegliato all'alba dalla Guardia di Finanza, con tutti i riguardi per i suoi 81 anni. Ma è il giorno più triste della vita da imprenditore perché questa volta non c'è più un orizzonte data l'età e il declino delle sue società. E in più in galera finiscono tutti i suoi figli: Giulia, Jonella e Paolo. Un'intera dinastia annichilita dalla Procura di Torino che mette ai domiciliari Salvatore con l'accusa di avere truccato i bilanci, dilapidato a vantaggio proprio e della sua famiglia i beni dell'azienda, ingannato mercati e risparmiatori. L'inchiesta corre parallela a quella di Milano sui fallimenti societari. Dalle carte torinesi sbuca anche una telefonata che costringerà alle dimissioni il Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri (mai indagata) per un suo presunto interessamento alle vicende giudiziarie dei Ligresti espresso a Gabriella Fragni, compagna del capostipite.

 



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