Cosa c'è scritto nella relazione della commissione sulla morte di Giulio Regeni

Cosa c'è scritto nella relazione della commissione sulla morte di Giulio Regeni

Pronta la relazione finale sull'omicidio del giovane ricercatore italiano in Egitto. "La mancata comunicazione da parte egiziana del domicilio degli imputati, nonostante gli sforzi diplomatici profusi al fine di conseguirla, sembra costituire una vera e propria ammissione di colpevolezza da parte del regime". Poi l'invito al governo italiano: "Serve un passo decisivo per sbloccare la situazione"

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Giulio Regeni

AGI -  "La responsabilità del sequestro, della tortura e dell'uccisione di Giulio Regeni grava direttamente sugli apparati di sicurezza della Repubblica araba d'Egitto, e in particolare su ufficiali della National Security Agency (NSA), come minuziosamente ricostruito dalle indagini condotte dalla procura della Repubblica di Roma". È quanto afferma la Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Giulio Regeni - il ricercatore friulano ucciso nel 2016 in Egitto - nella relazione finale approvata oggi.

"Al riguardo, il quadro probatorio, formatosi nel corso della prima fase della cooperazione giudiziaria, è stato consolidato inequivocabilmente da numerose e convergenti testimonianze anche oculari", spiega la Commissione.

"I responsabili dell'assassinio di Giulio Regeni sono al Cairo, all'interno degli apparati di sicurezza e probabilmente anche all'interno delle istituzioni. La via della verità e della giustizia può trovare un correlativo oggettivo solo in presenza di un'autentica collaborazione da parte egiziana" si legge ancora sulla relazione.

"Se nei primi due anni, alcuni risultati sono stati faticosamente e parzialmente raggiunti, anche in virtù dell'intransigenza mantenuta dall'Italia - si osserva - negli anni successivi non sono venute dal Cairo altro che parole a livello politico, mentre la magistratura si è chiusa a riccio in un arroccamento non solo ostruzionistico, ma apertamente ostile e lesivo sia del lavoro svolto dagli inquirenti italiani che dell'immagine del giovane ricercatore, verso cui lo stesso presidente Al-Sisi aveva usato un tono ben diverso". 

Richiamare l'Egitto alle sue responsabilità

La Commissione specifica poi un punto politico molto importante. "Finora, l'Italia ha legittimamente seguito la via della cooperazione giudiziaria volta ad individuare i singoli colpevoli della morte di Giulio Regeni ed è bene che vi insista nonostante il sempre più chiaro boicottaggio egiziano che la retorica delle parole pronunciate negli incontri internazionali non può più celare. Ma a livello politico è giunta l'ora di richiamare l'Egitto alle sue responsabilità, in quanto Stato, che sono molto evidenti e pregnanti circa il destino di Giulio Regeni e trascendono quelle personali penalmente rilevanti dei suoi agenti".

 "La mancata comunicazione da parte egiziana del domicilio degli imputati, nonostante gli sforzi diplomatici profusi al fine di conseguirla, non si risolve nella mera 'fuga dal processo' ma sembra costituire una vera e propria ammissione di colpevolezza da parte di un regime che sembra aver considerato la cooperazione giudiziaria alla stregua di uno strumento dilatorio finalizzato a recuperare il precedente livello delle relazioni bilaterali, e non certo la via maestra per assicurare alla giustizia gli assassini di Regeni". 

"La battuta d'arresto dell'iter processuale - prosegue la Commissione - a seguito dell'ordinanza della Corte d'assise di Roma del 14 ottobre 2021, ha natura meramente procedurale e non pregiudica in alcun modo le conclusioni cui è giunta la magistratura inquirente, pienamente condivise con questa Commissione alla luce dell'ampia inchiesta svolta e della documentazione acquisita".

Nel documento si afferma che "nel corso dei suoi lavori, la Commissione ha potuto accertare il qualificato e straordinario ruolo svolto dai magistrati della procura della Repubblica di Roma, efficacemente supportati dagli ufficiali di polizia giudiziaria del Ros dell'Arma dei Carabinieri e dallo Sco della Polizia di Stato. Nonostante la difficoltà evidente di perseguire reati commessi all'estero, e in assenza di una convenzione bilaterale in materia di assistenza giudiziaria, gli inquirenti hanno conseguito risultati insperati che costituiscono un importante precedente, anche alla luce della crescente esigenza di tutela dei connazionali all'estero nell'epoca della globalizzazione".

Regeni mai usato dai servizi stranieri

"Un'altra ipotesi, talora ventilata sulla stampa e naturalmente spesso fatta propria dai media egiziani ed infatti ripresa nel documentario diffuso a fine aprile 2021, verte sull'eventualità che Regeni, anche non consapevolmente, possa essere stato utilizzato da servizi segreti di paesi terzi, ad esempio da quelli britannici.

La commissione ha approfondito tale aspetto nel corso dei suoi lavori, avendo avuto modo di registrare come sia nell'ambito delle indagini svolte nel Regno Unito dagli inquirenti italiani, sia nelle attività informative dei nostri apparati di intelligence non vi sia alcuna elemento che possa suffragare tale ipotesi"

L'ostruzione del Cairo

La relazione sottolinea ancora il ruolo ricoperto dal Cairo nell'ostacolare la ricerca della verità. "In tutta evidenza, la mancata collaborazione delle autorità del Cairo si configura come un'oggettiva ostruzione al naturale decorso della giustizia italiana che reclama un'adeguata presa di posizione politica".

E ancora: "È infatti intollerabile che da parte egiziana si ritenga di poter impunemente contravvenire alle più elementari concezioni del diritto ignorando che favorire la celebrazione del processo, ovvero parteciparvi da parte degli imputati - continua la Commissione - non implicherebbe affatto la sanzione della loro colpevolezza, ma significherebbe soltanto rispettare veramente e non solo formalmente l'ordinamento italiano". 

"Il progressivo arroccamento ostruzionistico dell'Egitto - si legge - nei confronti dell'impegno delle istituzioni italiane per la ricerca della verità e della giustizia sulla morte di Giulio Regeni è ben esemplificato dalla diffusione 'ad orologeria', alla fine dello scorso mese di aprile, di un documentario che ricostruirebbe il soggiorno al Cairo del giovane ricercatore, assolvendo da ogni responsabilità le autorità egiziane e riproponendo velatamente le trite allusioni ad una possibile attività spionistica ascrivibile alla sua affiliazione all'Università di Cambridge".

"Al di là del topos francamente poco più che letterario, qui rileva il fatto che il filmato, la cui realizzazione ha peraltro richiesto la destinazione di un non trascurabile finanziamento, sia stato diffuso sui social media in concomitanza con l'udienza preliminare allo svolgimento del processo e quindi trasmesso da una rete televisiva egiziana notoriamente compiacente. Pur scontandone la sicura buona fede, lascia perplessi che talune personalità italiane politiche e militari, che pure hanno ricoperto importanti incarichi, abbiano potuto farsi coinvolgere in una simile operazione di contro- informazione, questa sì tipica degli apparati di intelligence", commenta la Commissione.

Si esclude il ritrovamento "casuale" del corpo

La relazione affronta anche un altro punto nodale, ovvero quello del ritrovamento del corpo senza vita del ricercatore italiano. "Gli elementi raccolti dalla commissione tendono ad escludere la casualità del ritrovamento stesso (del corpo di Regeni ndr.), non solo perchè l'occultamento di un cadavere avrebbe potuto avvenire in ben altro modo, ma anche per la vicinanza ad una sede degli apparati di sicurezza, circostanza pregnante come che la si voglia interpretare". 

"Nei giorni della scomparsa - ricostruisce la commissione -, non solo le istituzioni italiane hanno cercato Giulio Regeni. Per dovere d'ufficio, si è mossa l'American University del Cairo, in quanto il ricercatore risultava accademicamente affiliato ad essa. Non ne emergeva tuttavia alcuna risultanza ufficiale, benchè risulti a questa commissione che l'incaricato per la sicurezza dell'ateneo - in cui si forma buona parte della classe dirigente egiziana - abbia effettuato un sopralluogo personale presso la sede della National Security".

"Tutta la rete degli amici, colleghi di Regeni si mobilita inoltre nelle ricerche, a cominciare dalla supervisor di Cambridge, la professoressa Maha Abdelrahman, la cui corrispondenza elettronica documenta un incessante sforzo di sensibilizzazione a tutti i livelli, che tuttavia non sfocia in una presa in carico ufficiale della questione da parte di quell'università così da indurre il governo britannico ad assumere un'iniziativa presso le autorità egiziane, ritenendosi evidentemente inopportuno affiancarsi all'Italia sulla questione - spiega la commissione -. In tale ambito, le notizie dall'Egitto giungono da Noura Wahby, la frequentazione più assidua di Regeni al Cairo, con toni talmente preoccupati da lasciare apparire confermata l'ipotesi degli inquirenti italiani, tratta dal traffico telefonico, che la stessa ricercatrice fosse stata coinvolta dalla Nsa nella 'ragnatelà di informatori intessuta ai danni del giovane friulano".

Nessuna responsabilità per la professoressa di Cambridge

La Commissione ritiene che "possano ritenersi fugati i dubbi circa il ruolo della docente riconducendo l'atteggiamento della professoressa Abdelrahman (docente dell'università di Cambridge) nel corso di questi anni ad un approccio personale teso ad allontanare da sè il peso della tragedia che ha avuto su di lei un notevole impatto dal punto di vista umano e psicologico".

Nel ricostruire la missione a Cambridge la Commissione spiega che il viaggio ha permesso di "ascoltare la professoressa Maha Abdelrahman, che ha ricostruito nel dettaglio la genesi dei suoi rapporti accademici con Giulio Regeni, ivi inclusa la progressiva definizione e il successivo svolgimento del tema della ricerca di dottorato, sottolineando gli ampi margini di autonomia riservati allo studente. In particolare, la docente, nel ribadire la sua totale estraneità rispetto alla politica egiziana e soprattutto rispetto alla Fratellanza musulmana, ha fatto presente come in Egitto, prima dell'accaduto, continuassero a svolgersi ricerche storiche, sociologiche e politologiche su argomenti anche più compromettenti di quello trattato dal ricercatore italiano".

Cosa deve fare il governo ora

La commissione invita, infine il governo italiano giunto a "compiere un passo decisivo presso il governo egiziano perchè sia rimosso l'ostacolo che vi si frappone. La mancata comunicazione dell'elezione di domicilio degli ufficiali indagati suona infatti come un'ammissione della loro colpevolezza e non può essere giustificata dall'assenza di un trattato bilaterale di assistenza giudiziaria. Essa non solo smentisce in modo che appare spudorato le dichiarazioni di buona volontà puntualmente esibite dalle autorità egiziane, ma viola le norme consuetudinarie del diritto internazionale e soprattutto la Convenzione della Nazioni Unite sulla tortura ratificata sia dall'Italia che dall'Egitto".