Il grido d'allarme delle botteghe dei piccoli comuni

Il grido d'allarme delle botteghe dei piccoli comuni

Molti piccoli negozi e imprese artigiane rischiano di tenere la saracinesca abbassata anche quando l'emergenza sarà finita. Le richieste degli amministratori: "Bisogna dare una concreta mano d'aiuto ora, oppure sarà un'ecatombe"

Coronavirus Botteghe Piccoli Comuni

© Fortunato Serranò / AGF - Negozi chiusi per il decreto sul coronavirus, A rischio le botteghe nei piccoli centri

Da Nord a Sud rappresentano l’avamposto del commercio in una moltitudine di piccoli borghi. Un simbolo dell’economia che si ritiene superato quasi ovunque, ma che invece rimane un baluardo contraddistinto dalle relazioni sociali e dalla solidarietà, prima ancora che dagli affari. Le botteghe di paese sono una fetta consistente nel panorama economico di tante realtà. In Italia i piccoli comuni sono oltre 5.500, il 69% dei comuni italiani. E non sono lo spaccato di una parte dell’Italia, ma sono diffusi in ogni regione, con Piemonte e Lombardia a guidare questa speciale classifica.

In ognuno di questi piccoli paesi esiste un modo diverso di fare commercio, rappresentato da queste piccole botteghe quasi sempre a gestione familiare, con pochissimi collaboratori per aiutare i titolari, il quaderno con i debiti dei clienti che pagano a fine mese e quel rapporto umano che si instaura tra titolare e ogni singolo cliente.

L’emergenza Covid-19 ha messo a dura prova la media e grande distribuzione, ma ha anche inferto un durissimo colpo a questi piccoli negozi di paese che non hanno “le spalle larghe” per affrontare una crisi così lunga. In molti centri, la bottega alimentare ha raffigurato in questi mesi l’unico spiraglio di normalità. Aperta, nonostante tutto, per garantire un servizio fondamentale, con il titolare che, una volta chiusa la saracinesca di sera, ha continuato l’usanza di consegnare le buste della spesa ai clienti in difficoltà per uscire di casa. Per tanti anziani, ma non solo, questi esercizi hanno rappresentato un’oasi nei disagi della pandemia.

Ma se le botteghe alimentari hanno potuto proseguire la loro attività, sono tanti gli esercizi che hanno tenuto, e continuano a tenere, le saracinesche abbassate. Calzolai, piccoli commercianti abbigliamento, di oggettistica, artigiani e molto altro ancora. Per loro la pandemia è il colpo di grazia.

Molti gli allarmi lanciati in questa direzione, dalle diverse zone del Paese, dalle istituzioni locali, dagli stessi commercianti e dalle associazioni di categoria. Davide Zicchinella è il sindaco del piccolo comune di Sellia, borgo presilano alle porte di Catanzaro con poco più di cinquecento anime. Secondo lui, i prossimi giorni saranno una “ecatombe” per questi negozi. Il primo cittadino di un piccolo paese conosce bene la funzione sociale, ma anche i risvolti economici di queste attività: “Prevedo una ecatombe nei piccoli comuni: o si aiutano subito i piccoli commercianti con soldi sicuri o tanti negozi chiuderanno”. Secondo Zicchinella, servono “fatti e non parole. Non si riapre una attività commerciale per decreto. In molti non riapriranno a breve perché le norme sull'adeguamento dei locali e sulla sicurezza dei lavoratori sono rigidissime e molto onerose. Noi sindaci – ha detto all’AGI - ci siamo posti il problema concretamente e la nostra organizzazione nazionale ha scritto al Governo una proposta concordata da tutti gli assessori alle Attività Produttive dei Comuni più rappresentativi. Bisogna aiutare le imprese a ripartire. Specie le più piccole”. Un piano di aiuti, secondo i sindaci dei piccoli paesi, non è poi così complesso.

“Servono atti concreti come il blocco dei tributi, spazi all'aperto gratuiti, sostegno economico diretto per i Comuni per poter aiutare direttamente le piccole attività commerciali. Governo e Regione hanno capacità di spesa e titolo a prevedere le norme necessarie. Anche l’Anci, l’Associazione nazionale comuni italiani, si è schierata apertamente con i titolari di attività economiche, chiedendo soldi a fondo perduto per tasse, bollette, sanificazione e attrezzature per rispettare il distanziamento sociale”.

La testimonianza diretta di questo grave disagio è quella vissuta da Antonio, titolare di una piccola ferramenta: “Siamo rimasti aperti in questi due mesi per offrire un servizio fondamentale – racconta - ma è evidente che gli affari sono stati ridotti, se non nulli. Nel nostro locale sono entrate solo persone che hanno dovuto fare i conti con emergenze in casa improcrastinabili, ma gli incassi sono stati pari al 30% dei valori normali”. Tesi ribadite anche da Carmela, che da trenta anni vende abbigliamento e rappresenta una certezza per chi non può raggiungere la grande distribuzione: “Gli affari, specie negli ultimi anni, sono sempre stati ridotti, ma per me alzare la saracinesca al mattino è sempre stato un dovere per quelle persone che non possono muoversi con facilità. Siamo chiusi da due mesi, non abbiamo incassi e non abbiamo ricevuto alcun sostegno concreto. Non so come pagare le bollette e le spese esistenti, ma soprattutto non so come adeguarmi alle richieste per la messa in sicurezza del locale. Per me – ha proseguito – i clienti non sono estranei, fanno parte della mia famiglia, ci chiamiamo per nome, portano a casa la maglia per provarla e convincersi dell’acquisto, e poi tornano a pagare il giorno dopo. Le botteghe sono queste, realtà completamente distanti dai centri commerciali anonimi e senz’anima”.

Dalla Calabria alla Lombardia: le piccole imprese artigiane di Milano e di Monza Brianza prevedono pesanti cali di fatturato quest'anno a causa dell'emergenza cor​onavirus, la metà di esse addirittura superiori al 50%. Contano però di recuperare la clientela persa entro la fine del 2021, ma necessitano di liquidità prima di tornare a fatturare e usufruiranno di finanziamenti e di agevolazioni statali. "L'immagine che possiamo commentare – spiega il segretario generale dell'Unione Artigiani, Marco Accornero – è quella della tipica caratteristica artigiana fatta di imprese molto piccole, spesso individuali o con massimo 3 dipendenti. Poche hanno rapporti di mercato a livello nazionale, ancor meno esportano. L'artigianato vive di domanda interna e gli orizzonti non appaiono rosei, passando da una stagnazione che perdurava già da mesi a una catastrofe emergenziale mai vista prima. Molti dovranno pensare a reinventarsi sondando il mercato di riferimento, una sfida che storicamente l'artigiano ha sempre dimostrato di saper affrontare e vincere”. La provincia di Milano (7.573 aziende per 26.187 lavoratori) è la città dove il disagio per gli artigiani risulta più marcato.

“Il territorio lombardo è quello maggiormente  colpito dall’epidemia - dice il presidente del Fondo di solidarietà bilaterale dell’artigianato (costituito da Confartigianato, Cna, Casartigiani, Claai, Cgil, Cisl e Uil) Giovanni Bozzini - abbiamo già erogato sussidi a quasi 45mila lavoratori artigiani (44.999) per oltre 21 milioni di euro stanziati (21.380.631,90). Penso che sia stato fatto un buon lavoro, in anticipo rispetto ad ogni previsione, che permette ai nostri lavoratori di guardare al domani con più serenità”.

Tra rassegnazione e speranza, nei piccoli comuni il commercio ha ancora un'anima. Legata ai disagi e alle difficoltà di ogni giorno, agli anziani soli, alla viabilità improbabile per raggiungere i negozi di città e i centri commerciali, ai borghi in cui non esistono più nemmeno le caserme dei carabinieri o le farmacie, e le uniche certezze restano il sindaco, il parroco e queste piccole botteghe, autentiche protagoniste di un intreccio di relazioni sociali tutt’altro lontano dall’essere superato.