Casa per casa a Codogno per fare i test. Il racconto di un'infermiera

Casa per casa a Codogno per fare i test. Il racconto di un'infermiera

La paura e le difficoltà nel fare i controlli col tampone, senza entrare nelle abitazioni e restando ad almeno un metro dal paziente

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Un carabiniere dei Nas a Castiglione d'Adda

E’ solo un minuto: il tempo di allungare un braccio, a distanza di sicurezza, ed eseguire  sull’uscio il tampone per il coronavirus. Ma prima e dopo c’è molto altro. Maria Cristina Settembrese, da 11 anni infermiera infettivologa all’ospedale San Paolo di Milano, ha controllato casa per casa, dalle otto del mattino alle due di notte di ieri, venti persone venute a stretto contatto con M.Y.M, il ‘paziente uno’ di Codogno, ora ricoverato a Policlinico San Matteo.

“La mia ‘squadra’ - racconta all’AGI - era formata, oltre che da me, dal medico infettivologo Giuseppe Ancona, sempre del San Paolo, e da un carabiniere specializzato del Nas. Dai Nas e dal 112 abbiamo ricevuto la lista e i numeri di telefono di chi ha partecipato alla competizione podistica, giocato a calcio e seguito il corso in Croce Rossa con M. Mentre eravamo in auto, abbiamo chiamato queste persone dicendo che stavamo per arrivare a casa e chiedendo l’anamnesi per capire l’età, se erano sintomatiche e se avessero altre patologie”.

Poi, la fase più delicata, quella della ‘vestizione’: “Chi fa il test deve indossare il camice, dei calzari, la cuffia, una mascherina più la doppia maschera per il viso e gli occhi e i guanti”. Vietato qualsiasi contatto fisico con il paziente, tutto si svolge sull’uscio, all’aria aperta: “Mai entrare in casa. Va tenuta una distanza di un metro, un metro e mezzo perché questo virus si propaga attraverso le goccioline. Fatto il test, lo mettiamo negli appositi tamponi che poi consegnamo all’ospedale che, di volta in volta, ci viene indicato. Ieri al Sacco erano pieni e siamo andati al Policlinico San Matteo di Pavia”. 

 Nella maggior parte dei casi, la persona è asintomatica e resta a casa sua, in quarantena, in attesa del responso del tampone. Ma accade che presenti dei segnali d'allarme e allora scatta il ricovero. Come ieri, nel caso dei genitori di M., padre di 78 e madre di 70 anni. “Avevano entrambi la febbre - spiega l’infermiera - sono anziani e tutte e due erano a strettissimo contatto col figlio. Con l’ok del primario, Antonella D’Arminio Monforte, che voglio ringraziare per la sua abnegazione di questi giorni, si è deciso il ricovero”.

Anche l’ambulanza va ‘preparata’ con scrupolo prima e sanificata poi, “operazione che richiede almeno un’ora; per questo ai pazienti, che vanno preparati all’isolamento con apposite protezioni, chiediamo di essere comprensivi”.

Maria Cristina fa l’infermiera da oltre 30 anni ma quello che ha visto in questi giorni è straordinario: “Sono sempre a contatto con l’urgenza, sono abituata. Ma qui è diverso: vedere gli occhi spaventati di queste persone che ti guardano dalle finestre mi ha toccato il cuore. Le più spaventate, le mamme coi bambini in casa. Ma ho trovato uomini e donne dolcissimi, tranquilli, attenti, che pendevano dalle nostre labbra. Tanti dal balcone ci chiamavano per chiederci il test, ma abbiamo spiegato che abbiamo una lista ben precisa. La paura? Quella ci deve essere sempre per chi fa il mio lavoro, è lei che ti fa tenere l’adrenalina e non abbassare mia la guardia. Alla fine della giornata, ci siamo auto-testati. Ho dato la mia disponibilità a continuare a fare tamponi sul territorio. Non ci sono festivi o riposi, quando c’è un’emergenza bisogna esserci sempre”.