I numeri delle donne che lavorano

I dati dell'Organizzazione internazionale del Lavoro e dell'Eurostat mostrano che negli ultimi 27 anni gli sforzi per ridurre il 'gender gap' hanno prodotto risultati modesti 

donne lavoro
Daniel Ingold / Cultura Creative / Afp
Una donna manager

Negli ultimi 27 anni i passi per ridurre la differenza nei tassi di occupazione tra uomini e donne non hanno avuto un esito significativo: il gap, segnala il rapporto Un balzo in avanti per l’uguaglianza di genere pubblicato il 7 marzo 2019 dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), si è ridotto di meno di due punti percentuali rispetto al 1991 e, nel 2018, si assesta al 26%. Significa che, a livello globale, le donne che lavorano sono un quarto in meno degli uomini (in percentuale).

Le donne con un impiego pagato sono il 45,3% della popolazione femminile totale; gli uomini il 66,5%. La differenza tra queste due percentuali non è uguale al 26% richiamato prima perché, nel mondo, le persone di sesso femminile sono più dei maschi.

In Italia lavora il 48,9% delle donne

Meno di una donna su due, in Italia, lavora. Con un tasso del 48,9& sul totale della popolazione femminile tra i 15 e i 64 anni, in tutta l’Unione europea soltanto la Grecia fa peggio del nostro Paese. Lo certifica l’Eurostat (dati più recenti riferiti al 2017) che rivela anche che dieci anni prima, nel 2008, erano il 47,2%. La media, nei 28 Paesi Ue, è del 62,5%. Nemmeno il dato sugli uomini, in verità, lascia ottimisti (67,1%) ma è più vicino alla media del 73%.

Perché è così difficile per le donne accedere al mondo del lavoro? La scusa che sia una libera scelta dell’universo femminile, secondo l’Ilo, “non è più ragionevolmente credibile”. Non è vero, insomma, che i livelli d’occupazione così notevolmente sbilanciati tra i due sessi siano dovuti alla volontà femminile.

A supportare questa conclusione c’è un sondaggio svolto su un “campione globale rappresentativo”: sette donne su dieci (il 69,8%) affermano che preferirebbe avere un impiego fuori dalle mura domestiche. Eppure, come visto nel primo paragrafo, con un’occupazione pagata ce n’è appena una su due. In totale, nel 2018, gli uomini con un lavoro sono 2 miliardi; le donne 1,3 miliardi.

Anche con riguardo al tipo di occupazione le note sono negative: le donne, segnala l’Ilo, hanno più probabilità di essere occupate in mansioni che richiedono competenze inferiori. Guardando al problema dal punto di vista opposto si nota che soltanto il 27,1% di chi ricopre posizioni manageriali è di sesso femminile, un dato rimasto pressoché invariato nell’ultimo quarto di secolo. Trovano conferma nei numeri anche altri due noti problemi che affliggono il mondo del lavoro: le donne guadagnano meno degli uomini (in media lo stipendio è più leggero del 18,8%); quelle con figli di età fino ai cinque anni lavorano meno di chi non ne ha (45,8% contro 53.2%).

Non è vero neppure che i problemi siano solo dei Paesi meno sviluppati

I dati finora riportati riguardano l’intero mondo ma risultati analoghi si ottengono guardando in casa nostra: nei Paesi classificati come “ad alto reddito” la percentuale di donne che vorrebbero lavorare sfiora l’80%, ma quelle che davvero lavorano non superano comunque la metà del totale (49,8%). Anzi, il contrario: sono proprio i Paesi “a reddito basso” a offrire più possibilità (tasso d’occupazione al 61,7%).

Guardando alla differenza di impiego tra uomini e donne, invece che al tasso d’occupazione rapportato all’intero universo femminile, si scopre che l’Asia e la zona del Pacifico sono quelle dove l’accesso al lavoro è più difficile per queste ultime: qui le donne che lavorano sono il 31% in meno degli uomini con un impiego, un dato dovuto a percentuali particolarmente alte per i maschi e altrettanto basse per le femmine). Nella zona catalogata come Europa e Asia Centrale il gap si ferma al 15%. Non c’è però da esultare neppure in questo caso: a ridurre il margine non è un dato elevato per le donne, quanto soprattutto un più basso tasso d’occupazione tra gli uomini. 



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