Storia di Lidia Macchi, il cold case che ha avuto giustizia dopo 30 anni

Stefano Binda, amico della vittima, è stato condannato all'ergastolo. A incastrarlo una lettera scritta dopo il delitto

Storia di Lidia Macchi, il cold case che ha avuto giustizia dopo 30 anni 
Maria Laura Antonelli / AGF 
 Alberto Macchi, fratello di Lidia

Ci sono voluti 30 anni per trovare un colpevole per la morte di Lidia Macchi, uccisa con 29 coltellate quando aveva vent'anni.  La sentenza di condanna all'ergastolo per Stefano Binda è stata pronunciata dalla Corte d'Assise di Varese esattamente 31 anni, 3 mesi e 19 giorni dopo il delitto, avvenuto il 5 gennaio 1987.

Lidia fu violentata e accoltellata a morte in un bosco del Varesotto. Il condannato, ex compagno di scuola della vittima e, come lei, frequentatore degli ambienti di Comunione e Liberazione, eèstato arrestato solo 29 anni dopo il delitto, nel gennaio 2016. La giuria, presieduta da Orazio Muscato, era composta da due giudici togati e sei giudici popolari.

Come nel film "Quattro manifesti a Ebbing, Missouri", una madre, interpretata da Frances Mc Dormand che per questo ha vinto l'Oscar come migliore attrice, conduce una sua personale, dolorosa e impopolare protesta perché nessuno riesce a scoprire chi è l'assassino della figlia, così per condannare il presunto omicida di Lidia è servita l'ostinazione della madre.

Il delitto fu commesso vicino a Cittiglio, dove Lidia era stata a trovare un'amica in ospedale. La ragazza era una scout e frequentava ambienti di Comunione e Liberazione, come Binda, inchiodato, secondo i giudici, da una lettera anonima scritta a mano e consegnata alla famiglia della giovane vittima.  Nel 2014 un'amica della vittima ha riconosciuto la scrittura di Bindi nella lettera pubblicata su un giornale locale, La Prealpina. A quel punto il caso, fino ad allora irrisolto, dopo aver seguito inutilmente due piste diverse (gli accusati erano stati rispettivamente un sacerdote e un pregiudicato della zona), è stato riaperto e sono riemersi i dettagli a carico dell'accusato. Nei mesi scorsi era stata anche disposta la riesumazione della salma.

Al termine di un processo durante il quale Binda si è sempre dichiarato innocente, ma senza riuscire a fornire, tanti anni dopo, un alibi solido, la Procura di Varese ha deciso di seguire le indicazioni dell'accusa e i giudici, dopo tre mesi, lo hanno condannato all'ergastolo.

A tutte le udienze del processo ha assistito l'anziana madre della vittima, Paola, e i suoi fratelli Stefania e Alberto, mentre il padre è scomparso prima di conoscere il nome del presunto assassino della figlia. 



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