La bufala delle bambole gonfiabili per i detenuti in carcere

È diventata virale in rete la notizia che i Radicali italiani stavano studiando un provvedimento da presentare in Parlamento

bambole gonfiabili detenuti carcere
STEFFEN TRUMPF / DPA / DPA PICTURE-ALLIANCE
Sexy dolls

No, non è vero che i Radicali Italiani o il Partito radicale stiano valutando l'idea di una proposta di legge per far entrare le bambole gonfiabili nelle carceri italiane. Nessuno pensa seriamente che concedere un manichino di gomma a quei detenuti che non hanno commesso reati contro la persona per rendere più equilibrata la loro vita in detenzione sia una idea percorribile.

Comunque, non i radicali, interpellati da Agi sull'argomento, dopo che alla trasmissione radiofonica La Zanzara un commerciante di sex toys aveva illustrato l'iniziativa, assicurando un già vivo interesse proprio dei radicali (notizia ripresa da alcuni siti).

"La posizione dei Radicali Italiani è sempre stata per l'affettività in carcere, le bambole gonfiabili non sarebbero un deterrente per affrontare il problema", spiega Barbara Bonvicini presidente dei Radicali Italiani, tra il divertito e lo stupito. Già perché sul tema - incredibile ma vero - era già arrivato il primo commento. Mauro Nardella, segretario confederale CST Uil Adriatica Gran Sasso, aveva dichiarato: “La possibilità di fare entrare bambole sexy all'interno delle carceri italiane pur di rendere percorribile una strada, quella del sesso in carcere, altrimenti impraticabile è da ritenere stravagante e alquanto difficile da praticare e da fare accettare finanche agli stessi detenuti. Pensare che in un istituto di pena possa essere fatto passare un concetto del genere sinceramente mi toccherebbe come uomo ancor prima che come poliziotto penitenziario", prosegue il sindacalista Uil.

Ha aggiunto Nardella: "Dare un significato a tutti i costi al sesso facendo finanche ricorso a surrogati di donna non credo rappresenti un buon indirizzo da dare al proprio io figuriamoci al trattamento intramurario. Non ne ho certezza anche perché non vivo nella mente dei detenuti. Tuttavia 25 anni di lavoro passati all'interno degli istituti di pena italiani mi portano a pensare che gli stessi detenuti non si direbbero favorevoli a una trovata del genere. Il tutto atteso che non credo rappresenterebbe un bene per loro farsi osservare durante un amplesso con un fantoccio di gomma visto che la vigilanza in carcere non è vissuta a tempo dagli operatori carcerari. Qualora il tutto fosse vero spero si possa rispedire al mittente una proposta del genere. Ne varrebbe della dignità dei poliziotti e dei detenuti stessi”.

Una presa di posizione netta di chiusura nei confronti di una idea che non c'è. Non Italia. Il primo al quale è venuta (dotare i detenuti di 'amiche di gomma') si chiama Jack Swarez, ed è un detenuto nel carcere di Lowdham Grange in Inghilterra. La proposta è stata lanciata attraverso il giornale del carcere: bambole gonfiabili all’interno delle prigioni.

Un’idea venuta fuori guardando la tv, ascoltando la storia di uomini perfettamente appagati dalle loro storie con bambole gonfiabili. “Ho notato che la vita di tutti questi uomini è priva di stress e tensioni – dice Swarez - Il problema è che le nostre prigioni sono piene di giovani uomini che darebbero il braccio destro per un pizzico di passione. La frustrazione di questa condizione rende i detenuti senza pace e propensi a cercare una lite”.

Quello delle ripercussioni sulla psiche dei prodotte dalla lontananza dagli affetti e dal sesso è in realtà un tema delicato e serio, non nuovo. Secondo il sito De Iure Criminalibus anni fa “il Consiglio dei Ministri europeo ha raccomandato agli Stati membri di permettere ai detenuti di incontrare il/la proprio/a partner senza sorveglianza visiva durante la visita. Parimenti, anche l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha raccomandato di mettere a disposizione dei detenuti dei luoghi per coltivare i propri affetti.

Ben 31 Stati su 47 componenti del Consiglio d’Europa, prevedono nel proprio ordinamento interno, attraverso svariate procedure, la possibilità per il detenuto di accedere a visite affettive con il proprio partner. Ricordiamo, tra gli altri, Russia, Francia, Olanda, Svizzera, Finlandia, Norvegia, ed Austria. In Germania e Svezia, addirittura, negli istituti penitenziari sono stati edificati dei miniappartamenti dove il detenuto è autorizzato a vivere per alcuni giorni con la famiglia.

Anche fuori dall’Europa accade similmente. In Canada le visite coniugali avvengono dal 1980 in apposite roulotte esterne al carcere. In America, fin dagli anni ’90, in un campo di lavoro nel Mississippi ogni domenica i prigionieri hanno la possibilità di ricevere in visita una “professionista del sesso”. Le visite intime sono ammesse anche in India, Israele e Messico; e l’elenco potrebbe continuare”.

In Italia la proposta di la proposta di legge 653/86 riguardante le “celle dell’amore” fu inizialmente abrogata salvo poi essere ripresa dal Magistrato di Sorveglianza di Firenze, su ricorso di un detenuto, che avrebbe come le visite dei coniugi sotto l’occhio vigile della sorveglianza violerebbero la dignità umana dell’individuo.

Nel 2016 gli Stati Generali sull’Esecuzione Penale, una commissione di esperti del mondo del carcere voluta dall’allora Ministro Orlando, è tornata sull’argomento proponendo la costruzione all’interno del carcere di unità abitative gestite direttamente dai carcerati dove poter incontrare il proprio partner lontano da occhi indiscreti per almeno tre ore di fila.

Nel carcere di Opera di Milano, secondo il sito studiocataldi.it, “le stanze dell'affettività già esistono, in via sperimentale. Sono formate da una cucina, un frigorifero, un tavolo con le sedie, un divano con un televisore. Al beneficio sarebbero ammesse 16 famiglie per incontrarsi in una piccola casa dotata da microtelecamere nascoste (ma la loro presenza deve essere nota agli occupanti) che vengono seguite a distanza dal personale di custodia. Sono gli educatori, ogni anno, a selezionare i nuclei familiari più sofferenti, proposti al Direttore, per beneficiare di questi colloqui”.



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it