L'effetto delle primarie Pd sui sondaggi politici

Se nelle scorse settimane la tendenza vedeva la Lega crescere quasi parallelamente al calo dei 5 Stelle, stavolta il principale beneficiario di questo calo è il Partito Democratico, che con il 19,1% fa segnare il suo dato migliore dall’inizio della nuova legislatura

sondaggi politici supermedia
Flavio Lo Scalzo
Matteo Salvini

Non si ferma la discesa del Movimento 5 Stelle, che nella nostra Supermedia dei sondaggi perde oltre un punto percentuale. Anche questa settimana è la Lega a risultare il primo partito, con un consenso che rimane su livelli da record (circa un terzo delle preferenze totali). Per la prima volta da molti mesi, invece, il M5S scende addirittura sotto il 23%.

Se nelle scorse settimane la tendenza vedeva la Lega crescere quasi parallelamente al calo dei 5 Stelle, stavolta il principale beneficiario di questo calo è il Partito Democratico, che con il 19,1% fa segnare il suo dato migliore dall’inizio della nuova legislatura superando il dato del 4 marzo (18,7%). Estremamente stabili le altre liste, fatta eccezione per quelle a sinistra del PD che perdono alcuni decimali.

È certamente probabile che sulla crescita del PD a spese del M5S abbia influito la risonanza avuta dalla débâcle del Movimento alle regionali in Sardegna  (dove, secondo le analisi dei flussi, diversi elettori che avevano votato il M5S alle Politiche si sono orientati sul candidato di centrosinistra Zedda); ma anche la mobilitazione finale in vista delle primarie che domenica scorsa hanno incoronato Nicola Zingaretti nuovo segretario dei democratici ha certamente avuto un ruolo. Come si è detto, infatti, a perdere un po’ di consensi sono anche i partiti alla sinistra del PD (l’area ex-LeU e Potere al Popolo), forse a causa della connotazione politica dello stesso Zingaretti (meno “liberal” e più “socialdemocratica” rispetto a Renzi). Più in generale, non è la prima volta che il PD beneficia nei sondaggi di un “effetto primarie” che rende gli intervistati più propensi a dichiarare la propria intenzione di voto a favore dei democratici.

La settimana scorsa avevamo anche notato come, per la prima volta dal 4 marzo, l’area corrispondente al centrosinistra “allargato” avesse superato il Movimento 5 Stelle; questa settimana, i trend che abbiamo appena descritto portano anche la semplice versione “ristretta” del centrosinistra (quella che l’anno scorso vide il PD alleato con +Europa, Insieme e Civica Popolare alle elezioni) a divenire la seconda area politica del Paese, pur se ancora molto lontana dall’area di centrodestra, che continua a valere più del 48% dei voti.

 

Ma i problemi per il Governo, e in special modo per il M5S, non sono certo alle spalle. In questi giorni si fa sempre più scottante il dossier relativo alla TAV Torino-Lione, con il recente vertice a Palazzo Chigi – durato oltre 5 ore – in cui si è deciso di ridiscutere i criteri di finanziamento dell’opera con la Francia. Si avvicina infatti un momento decisivo, quello della partenza (prevista per lunedì prossimo) dei bandi di gara per la realizzazione del tunnel di base: a meno di un intervento del Governo prima di lunedì, una volta partiti i bandi diventerà ancora più complicato fermare o modificare l’opera.

La questione della TAV è probabilmente quella su cui le posizioni della Lega (nettamente favorevole) e il M5S (fortemente contrario) sono più lontane, e in cui è più difficile trovare un compromesso. Eppure, nonostante questa forte polarizzazione, la TAV non è una questione su cui gli italiani si dividono. Secondo tutti i sondaggi più recenti, i favorevoli alla realizzazione della linea ad alta velocità Torino-Lione sono pari ad almeno il 60% degli intervistati, un numero che sale ulteriormente se si escludono dal conteggio indecisi e non rispondenti e che non varia in misura significativa quale che sia il modo con cui la domanda viene posta dall’istituto demoscopico.

 

Gli stessi sondaggi, oltre a misurare semplicemente il numero di favorevoli e contrari, forniscono ulteriori indicazioni piuttosto interessanti:

– L’ultimo sondaggio Ipsos del 5 marzo rileva un aumento dei favorevoli, oggi al 64% contro il 59% di un mese prima (59%), e una diminuzione dei contrari (dal 23% al 20%).

– Si è anche parlato dell’ipotesi di un referendum per lasciare che sulla questione decidano i cittadini: secondo Euromedia, solo il 19,2% degli italiani sarebbe contrario a tenere un referendum (consultivo) sulla TAV. Tra i favorevoli, prevale chi vorrebbe un referendum su scala nazionale (42,7%), mentre il 21,5% preferirebbe che si esprimessero solo le regioni settentrionali e il 9,4% il solo Piemonte.

– Dal sondaggio realizzato da Quorum per Sky TG24 è emerso come gli elettori della Lega voterebbero sì in un ipotetico referendum quasi all’unanimità (96%), mentre tra gli elettori del M5S i contrari sarebbero quasi il doppio dei favorevoli (65% contro 34%).

– L’analisi costi-benefici elaborata dal team del prof. Ponti per conto del Ministero delle Infrastrutture (e molto contestata [LINK: ] dai pro-TAV) viene ritenuta “non attendibile” dal 60% degli italiani secondo un sondaggio SWG del 15 febbraio scorso. Solo il 26% si fida dell’analisi realizzata da Ponti e dal suo team.

Da questo quadro si evince chiaramente che, laddove il Governo “delegasse” la decisione sulla TAV ai cittadini (con un referendum) o ai loro rappresentanti in Parlamento (dove ad essere pro-TAV sono centrodestra e il PD), l’opinione della maggioranza emergerebbe in modo piuttosto netto. Il motivo per cui il M5S continua strenuamente ad opporsi risiede nell’orientamento dei suoi stessi elettori, che – come abbiamo visto – sono in prevalenza contrari all’opera. E lo sono a tal punto che, come rilevato dal sondaggio EMG per la trasmissione “Agorà”, preferirebbero che il M5S continuasse a tenere il punto con la Lega persino a costo di far cadere il governo: la pensa così il 57% della base elettorale del Movimento.

 

Il dilemma del M5S è tutto lì: lasciare che la questione venga sottoposta al voto dei cittadini (o del Parlamento) sarebbe come concedere un via libera alla TAV. Ma se invece il Governo vorrà decidere in autonomia, come è pienamente nelle sue possibilità, prima o poi uno dei due contendenti dovrà cedere: Matteo Salvini o Luigi Di Maio?



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