Gli effetti sul consenso del governo del braccio di ferro con Bruxelles

Si chiude un'altra settimana tesissima con la bocciatura della Commissione europea della legge di bilancio italiana. La supermedia tra i sondaggi sui partiti

Gli effetti sul consenso del governo del braccio di ferro con Bruxelles
Alberto PIZZOLI / AFP
 
 Giovanni Tria e Pierre Moscovici

La notizia con la “n” maiuscola degli ultimi giorni è senza dubbio la bocciatura, da parte della Commissione europea, della legge di bilancio presentata dal Governo italiano. Un giudizio, quello della Commissione, che giunge tutt’altro che inatteso; e che piomba sull’attualità politica del nostro Paese in un momento già segnato da settimane di frizioni – di intensità più o meno alta – tra i due partiti di maggioranza, Lega e Movimento 5 Stelle.

Come i nostri lettori sanno, occorrerà un po’ di tempo (almeno una settimana) ai sondaggi per rispecchiare eventuali impatti sull’opinione pubblica di un fatto così importante. Ma nel frattempo la nostra Supermedia continua a fotografare quello che abbiamo già detto, e cioè le settimane di tensioni che inevitabilmente hanno ripercussioni sull’appeal dei vari partiti – e quindi sulle intenzioni di voto.

I dati di questa settimana, basati sulle rilevazioni di 7 diversi istituti negli ultimi 15 giorni, mostrano una Lega in lieve ripresa (che si riavvicina al 31%) e un M5S che invece continua la sua discesa, facendo segnare per la quarta settimana consecutiva il suo record negativo del 2018. Il vantaggio della Lega nei confronti del suo alleato di governo tocca un nuovo valore massimo: ora sono 4,6 punti a dividere il partito di Salvini da quello di Di Maio (che alle elezioni del 4 marzo era in vantaggio di oltre 15 punti).

L’area di governo, complessivamente, soffre il clima delle ultime settimane: dopo aver sfiorato il 60% nei mesi scorsi, ad oggi si attesta sul 57%. Ne beneficiano un po’ tutti i partiti di opposizione: pur restando ancora molto lontani dai due partiti di maggioranza, fanno tutti registrare trend in crescita. Forza Italia e Fratelli d’Italia toccano i loro valori migliori da luglio. In generale, nell’ultimo mese chi si oppone al Governo Conte in Parlamento ha guadagnato circa un punto e mezzo.

È in questo clima che il Partito Democratico ha – finalmente – rotto gli indugi e avviato il percorso congressuale che lo porterà ad eleggere il suo nuovo segretario con le primarie del 24 febbraio. Nell’ultima settimana si sono aggiunte due candidature “di peso”: quella dell’ex reggente Maurizio Martina e soprattutto quella dell’ex Ministro dell’Interno Marco Minniti. Entrambe erano nell’aria da tempo, ma l’ufficialità è arrivata solo negli ultimi giorni, dopo l’assemblea nazionale del partito.

Ma qual è lo stato di salute del PD? Nella nostra Supermedia di questa settimana il partito che fu (?) di Matteo Renzi è ormai da diversi mesi intorno al 17%, un dato leggermente peggiore del (disastroso) 18,7% ottenuto alle Politiche del 4 marzo scorso, ma sorprendentemente costante, quasi che il PD abbia “toccato il fondo” e non possa scendere più di così. Storicamente, l’avvio del congresso e la campagna delle primarie hanno sempre consentito ai democratici di occupare – sia pure grazie alle polemiche interne, una sorta di “marchio di fabbrica” – l’agenda politica e di crescere nei sondaggi, salvo poi (eventualmente) riscendere nelle settimane successive. Sarà così anche stavolta?
Una parziale risposta sembra arrivare dai sondaggi che stanno esplorando questo argomento: secondo l’istituto Demopolis, due terzi degli italiani non stanno seguendo affatto le vicende interne del Partito Democratico, e meno di uno su 10 (il 9%) le segue con attenzione. Per il PD la notizia positiva è che – sempre secondo Demopolis – oltre l’80% dei suoi elettori si sta interessando alla questione (di cui il 40% “con attenzione”), ed è facile prevedere che queste percentuali saliranno con il passare delle settimane, come già accaduto in passato.

Attualmente gli sfidanti sono ben 7: Boccia, Corallo, Damiano, Martina, Minniti, Richetti e Zingaretti (in ordine rigorosamente alfabetico). Ma anche in questo caso è plausibile che la competizione si strutturi intorno a 2, massimo 3 candidati principali. In pole position ci sono il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti (il primo a candidarsi, molti mesi fa) e Marco Minniti. Secondo Demopolis, i due sarebbero entrambi sopra il 30% nelle preferenze degli elettori PD, con Zingaretti davanti, mediamente, di 3 punti percentuali. Tutti gli altri candidati non raggiungerebbero il 10%.

Uno scenario confermato dal più recente sondaggio dell’istituto EMG, mostrato ieri mattina ad Agorà: anche in questo caso Zingaretti sarebbe davanti a Minniti, ma in modo più netto (38% contro 28%). In questo sondaggio Maurizio Martina viene stimato al 15%: probabilmente, essendo più recente, sconta il concretizzarsi della candidatura dell’ex vice di Renzi, maturata come detto negli ultimi giorni.

Nessuno dei candidati è ufficialmente “il candidato di Renzi” (anche se in tre sono stati, a vario titolo, legati a Renzi da rapporti di collaborazione al governo o nel partito: Martina che Minniti e Richetti). Su tutto aleggia quindi lo spettro – alimentato da un vero e proprio filone letterario fatto di retroscena che insistono sul tema sin dal lontano 2012 – di un nuovo partito fondato dall’ex sindaco, ex premier ed ex segretario. Quale sarebbe il bacino potenziale di questo nuovo partito? Secondo EMG, quasi metà (47%) degli attuali elettori del PD sarebbe disposto a votarlo. Pochi, se si considera che lo stesso istituto stima il PD al 18,5%: il bacino del nuovo soggetto renziano dovrebbe attestarsi quindi intorno al 9%. Ma evidentemente anche tra chi oggi voterebbe un partito diverso dal PD c’è qualcuno interessato a questo nuovo partito: tanto che la stima di EMG arriva ad ipotizzare in totale un bacino pari al 12% degli elettori.



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