L'offensiva turca contro i curdi fa salire la tensione anche con gli Usa

Il sostegno di Washington alle milizie del Pyd complicano i rapporti con Ankara. E non è l'unico punto di frizione

L'offensiva turca contro i curdi fa salire la tensione anche con gli Usa

Salgono le tensioni per la Turchia sul fronte di Afrin​. Il presidente Recep Tayyıp Erdoğan, commentando l’alleanze delle milizie curde con le forze di Assad e considerandola ‘pura propaganda’, ha dichiarato che l’esercito turco è prossimo a circondare la città. Nel trentaduesimo giorno dell'operazione ‘Ramo d’Ulivo’ secondo fonti filo governative sono più di 1600 i terroristi bloccati. Si procederebbe quindi con un certo successo verso Manbij, città dove stazionano anche le truppe americane.

La liberazione del cantone da ogni elemento percepito come minaccia per l’integrità territoriale della Turchia è una questione cruciale che pone serie preoccupazioni non soltanto ad Ankara. Nei giorni scorsi la visita del Segretario di Stato americano Rex Tillerson ha indicato quanto l’offensiva turca in Siria possa essere cruciale e quanto  il supporto accordato dagli Stati Uniti alle milizie curde del PYD pongano le relazioni bilaterali con la Turchia e Stati Uniti sul filo di lama. Durante l’incontro fuori protocollo con il presidente turco, durato 3 ore e 15 minuti e avvenuto in forma estremamente riservata in assenza di interpreti,  Erdoğan ha ‘esplicitamente’ dichiarato le priorità e le aspettative della Turchia sui legami bilaterali e sugli sviluppi regionali. ‘La conversazione é stata produttiva e aperta’, ha commentato  un portavoce del Dipartimento di Stato in viaggio con Tillerson.

La stessa franchezza  ha siglato il colloquio di venerdi mattina con il ministro degli esteri Mevlüt Çavuş

L'offensiva turca contro i curdi fa salire la tensione anche con gli Usa
 Rex Tillerson ed Erdogan
oğlu, sebbene non ci siano indicazioni precise per un accordo. ‘Siamo giunti a patti per normalizzare i nostri rapporti ", ha detto Çavuşoğlu durante la conferenza stampa congiunta del 16 febbraio precisando che ‘insieme si è deciso di istituire meccanismi per affrontare le questioni tra i due paesi’ e che ‘le prime attività finalizzate ad avere risultati concreti inizieranno entro la fine di marzo’. Le richieste della Turchia agli Stati Uniti sono chiare: in primo luogo, il ritiro immediato dei militanti PYD da Manbij ad est dell'Eufrate. ‘Ci sono promesse che sono state date anche dalle amministrazioni precedenti e che ancora non sono state mantenute’ ha esplicitato Çavuşoğlu aggiungendo che questa é una condizione imprescindibile affinché ‘la Turchia intraprenda passi concreti con gli Stati Uniti basandosi sulla fiducia’. Inoltre, Ankara esige che gli Stati Uniti cessino la loro cooperazione militare e politica con il PYD, considerata un'organizzazione terroristica affiliata al Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), invitando Washington a ritirare le armi già consegnate alle milizie curde.

Tillerson ha quindi replicato che gli Stati Uniti riconoscono il legittimo diritto della Turchia di proteggere i propri confini, affermando che le armi fornite alle forze democratiche siriane (SDF) sarebbero limitate, specifiche per missione e fornite su base incrementale per raggiungere solo obiettivi militari. Il funzionario statunitense ha poi invitato la Turchia a ‘mostrare moderazione ad Afrin’ enfatizzando che la lotta contro lo Stato islamico dell'Iraq e del Levante (ISIL) non è completamente finita e che la creazione di zone sicure e stabili per una Siria indipendente e unificata rimane un obiettivo congiunto.

 

Certamente la situazione in Siria è la principale fonte di frizione, ma non l’unica: l'estradizione del predicatore Fethullah Gülen, considerato da Ankara l’architetto del fallito golpe del 2016; i timori che anche vertici della banca di Stato turca Halkbank, coinvolti nello scandalo Reza Zarrab, possano essere soggetti a  sanzioni multimiliardarie e le cause legali in corso contro quest’ultimo rimangono questioni pungenti. D’altra parte, gli Stati Uniti hanno chiesto il rilascio del missionario cristiano americano Andrew Brunson, fermato a Izmir, e vogliono rassicurazioni riguardo il proprio staff consolare in Turchia dopo la detenzione di due impiegati.

Seppur si sia dichiarato di aver chiarito i rispettivi obiettivi e raggiunto un consenso, non sembra esserci un grande ottimismo sugli scenari futuri. La cooperazione turco-americana dovrebbe avviarsi una volta liberata l’area dal PYD e in che modo sarà tutto da vedere. Nel frattempo la Turchia mira a consolidare i rapporti con la Russia e con l’Iran in vista del vertice trilaterale ad Astana inteso come preparazione dell’atteso summit di İstanbul previsto per la metà di aprile. Ormai il risentimento turco verso il partner d’oltreoceano sembra talmente radicato che sforzi concreti dovrebbero essere investiti in azioni di confidence-building. Tuttavia, sembra più semplice flettere i muscoli a protezione dei propri interessi.

Il 20 febbraio, dopo un’ordinanza del sindaco di Ankara, il nome della via adiacente all’ambasciata americana ad Ankara è stato modificato da Nevzat Tandoğan a Zeytin Dalı ( ramo d’ulivo). Certamente all’osservatore più attento non sfuggono alcune sfumature. Nevzat Tandoğan nei primi anni della Repubblica è stato sindaco di Ankara, noto per alcune affermazioni verso la costituency anatolica del Paese, già negli anni scorsi la fermata della metropoliana in suo onore è stato modificata in Anadolu (Anatolia) in segno di riscatto. Oggi è toccato alla via a lui dedicata, dove è collocata la missione americana. Insomma, in un momento storico in cui le istanze delle perifierie sono state introdotte – diventando dominanti - nella retorica politica del governo e in cui vi è un rinnovato orgoglio nazionalista, anche il simbolismo assume un importante significato. Un recente sondaggio indica che il 90% dei turchi sostiene l’operazione militare in Siria, non è quindi da sottovalutare l’importanza di manovre politiche basate su un determinato set di valori in vista delle elezioni del 2019, le prime in un sistema presidenziale che potrebbe sigillare formalmete il potere incontrastato del Presidente. E l’alleanza tra il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) e quello Nazionalista del Popolo (MHP) è strumentale a garantire il dovuto supporto a Erdoğan. 



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