Perché tra i calciatori il rischio di malattie neurodegenerative è più alto

Uno studio pubblicato da The New England Journal of Medicine punta il dito sui "micro-traumi" ricevuti durante le azioni di gioco

pallonate in testa calciatori sla

di Paolo Maria Rossini, Area Neuroscienze del Policlinico Gemelli – Università Cattolica di Roma

Guardando un giocatore di calcio che rinvia di testa un pallone calciato da 50-60 metri di distanza chi non ha pensato a quale trauma la sua testa ed il suo cervello andavano incontro? Provate ora ripetere questo trauma per migliaia di volte e riprodurrete quello che accade al cervello di un giocatore professionista. A questo tipo di ripetuto “micro-trauma” va probabilmente aggiunto l’effetto di sostanze anche lecite e di una dieta probabilmente sbilanciata utilizzate per aumentare la massa muscolare, quello di pesticidi per l’erba dei campi di allenamento e di gioco, ecc. ecc.

Sulla prestigiosa rivista internazionale The New England Journal of Medicine è stato recentemente reso pubblico uno studio che dimostrerebbe un maggiore rischio di decesso per malattie neurodegenerative negli ex giocatori di calcio professionisti. Già altri lavori precedenti hanno evidenziato una possibile correlazione tra gli sport da contatto e alcune malattie neurodegenerative come l’Alzheimer, la Sclerosi Laterale Amiotrofica  e l’encefalopatia traumatica cronica. In questo studio retrospettivo sono stati messi a confronto 7676 ex calciatori professionisti e 23028 controlli che sono stati selezionati in modo tale da condividere alcune caratteristiche di base come l’età, il sesso e il grado di ritiro sociale.

Anche se la mortalità generale (da qualunque causa) è risultata più bassa negli ex calciatori, verosimilmente ascrivibile ad un maggior effetto protettivo dello sport rispetto alle più comuni malattie cardiovascolari, la mortalità primitivamente correlata alle malattie neurodegenerative è risultata significativamente più elevata in questa popolazione (1,7 % versus 0,5 %). Tale dato è confermato anche dal riscontro di un più elevato tasso di prescrizione di farmaci per il declino cognitivo fra gli ex giocatori. Malgrado ciò, non sono state rilevate differenze significative in merito all’età del decesso tra i due gruppi (77,5 anni versus 81,3 anni nella popolazione generale). Tra le malattie neurodegenerative, la più elevata percentuale di decessi è stata attribuita all’Alzheimer e quella più bassa al Parkinson.

Le conclusioni di tale studio non possono essere estese anche allo sport di stampo amatoriale, ma ci costringono a ripensare al fatto che la “riserva neurale” del nostro cervello (quella che ci permette di resistere senza avere sintomi ai meccanismi di degenerazione legati all’invecchiamento fisiologico) possa essere intaccata in modo irreparabile da alcune tipologie di attività sportive condotte con forte intensità in età giovanile come accade per gli atleti professionisti e dovrebbero spingere le Autorità sportive ad identificare regole e presidi di maggiore protezione per i giovani atleti.



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it