Gli italiani che dicono: vade retro, robot

La nuova indagine sulla cultura dell’innovazione degli italiani, realizzata da AGI e dal Censis ci dice che la rivoluzione è cominciata. Troppo lentamente? Forse sì, anzi, sicuramente. C’è lo scontento, c'è la resistenza di noi tutti al cambiamento, ma c’è anche il riconoscimento che qualcosa si muove

pa digitale rapporto censis
Foto: AGF 
  Carta d'identità elettronica

È facile sparare a zero sulla pubblica amministrazione. È facile, è scontato, in molti casi è persino doveroso. Ma è anche  miope. Un riflesso automatico che viene dal passato e non ci fa cogliere il futuro: le cose che si muovono in lontananza. Che ci sono e andrebbero valorizzate piuttosto. Mi spiego. Immersi come siamo “nell’inverno del nostro scontento”, rischiamo di non cogliere il cambiamento in atto. La trasformazione digitale non annunciata ma reale, che in parte già c’è stata.

Se guardiamo le cose con un minimo di distanza, chessò,  cinque anni, questi movimenti si vedono benissimo. Milioni di famiglie, da qualche anno ormai, iscrivono i figli a scuola solo online e molti seguono il loro andamento scolastico sul registro elettronico tramite alcune app, peraltro migliorabili.

Quasi tre milioni di contribuenti nel 2018 hanno inviato via email la dichiarazione dei redditi precompilata; e, nel 2017, la nota rottamazione delle cartelle esattoriali che ha riguardato 950 mila richieste, si è svolta in gran parte sul nuovo sito dell’Agenzia delle Entrate (che ha anche varato un garbato servizio sms “se mi scordo”, che ci ricorda le scadenza fiscali con un messaggino, un anno fa gli iscritti erano 264 mila).

Gli automobilisti pagano il bollo dell’auto online come abitudine e dal 2015 hanno anche un certificato di proprietà digitale che non può quindi essere smarrito o rubato e che non avrà mai bisogno di un duplicato.

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Mimmo Frassineti / AGF 
 Una carta di identità elettronica

La fatturazione elettronica, che dal 2015 riguardava solo le aziende e i professionisti che operavano con la pubblica amministrazione, da gennaio è diventata obbligatoria per tutti: non è perfetta, ma nel primo mese sul sistema di interscambio ne sono transitate più di 200 milioni e non si è fermato il mondo.

Infine la carta di identità elettronica, che dovrebbe prendere il posto di quella cartacea, ovvero del documento più falsificato dell’intera Unione Europea: in alcune città, come Firenze e Genova, il tempo di attesa è zero.

Sono solo alcuni esempi. Non bastano a dire che la trasformazione digitale della PA è terminata con successo, ma dimostrano che siamo ormai ben oltre gli annunci: è iniziata ed è possibile. La nuova indagine sulla cultura dell’innovazione degli italiani, realizzata da AGI e dal Censis a due anni di distanza dalla precedente, questi piccoli movimenti li registra benissimo. C’è lo scontento, ma c’è anche il riconoscimento che qualcosa si muove. Troppo lentamente? Forse sì, anzi sicuramente. Siamo lontani dalle eccellenze europee, tipo l’Estonia dove la nuova presidente della Repubblica, appena eletta ha firmato digitalmente la nomina del primo ministro usando il suo smartophone mentre era in viaggio per il Portogallo, e poi ha twittato felice: “Uno Stato digitale non è limitato dai suoi confini”.

Ecco, non siamo ancora lì. Ma un po’ dipende anche da noi cittadini. L’indagine lo dice chiaramente. Molti non sono informati dei nuovi servizi digitali della pubblica amministrazione e quelli che lo sono preferiscono comunque mettersi in fila allo sportello. Non è solo pigrizia, è di più. È diffidenza verso il nuovo che avanza. Lo dimostrano le risposte sull’atteggiamento verso le nuove tecnologie: intelligenza artificiale e robotica, assistenti vocali e sensori collegati in rete. Quelli che dicono “che bello ci miglioreranno la vita” sono in netta minoranza, battuti dall’alleanza fra quelli che se ne infischiano e i tanti che invece guardano con sospetto a qualunque novità, soprattutto tecnologica.

Intendiamoci, un po’ di cautela, quando si parla di innovazione tecnologica, è doverosa, viste anche le pericolose derive di piattaforme che sembravano innocue come Facebook. Epperò qui siamo oltre. Qui siamo a un popolo che sembra dire: vade retro robot. Non so se è proprio questo il sentimento, ma sicuramente non siamo un paese di “early adopter”, di persone che non vedono l’ora di testare le ultime novità; che sperano che il futuro arrivi e ci cambi la vita. Più che la curiosità, in molti vince la nostalgia, e non è un paradosso in un paese in cui l’indice di vecchiaia, cioé il rapporto fra gli anziani (oltre 65 anni) e i giovani (meno di 15) è cresciuto di 25 punti percentuali in 10 anni toccando il nuovo record storico.

Insomma, per avere successo la trasformazione digitale della pubblica amministrazione deve fare i conti con questa resistenza quotidiana. Per vincerla non potremo limitarci a digitalizzare i complicatissimi processi esistenti, trasferendo le scartoffie, le firme e i bolli della burocrazia sul web, ma dovremo cambiare tutto disegnando servizi e applicazioni facili e immediati. Come comprare qualcosa su Amazon.

Solo così l’inverno finirà.



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