Il divino Michelangelo e il nostro ritardo digitale

La sfida tecnologica che abbiamo davanti quando parliamo di beni culturali parte dalla nostra ritrovata  consapevolezza di aver avuto in dono capolavori assoluti che per essere valorizzati con un sito, una app, con la realtà virtuale o quella aumentata, andrebbero prima capiti e amati

Il divino Michelangelo e il nostro ritardo digitale
 Afp
 La mostra di Michelangelo a New York è cominciata il 6 novembre

Chiudo le mie cronache del viaggio fra tecnologia e innovazione a New York con la storia di Michelangelo. E per farlo parto da quello che è successo questa mattina a Roma, alla Fondazione Civita, quinto piano con vista mozzafiato sui Fori Imperiali, e una piccola folla di autorità riunite per la presentazione del terzo rapporto sull’Arte di fare arte. Ovvero sulle potenzialità dell’industria dei beni culturali e creativi in Italia.

Per dirla con il curatore “abbiamo ampi margini di miglioramento”, che equivale ad ammettere che abbiamo fatto poco, pochissimo o nulla per valorizzare i nostri tantissimi tesori attraverso i tanti strumenti della rivoluzione digitale. Penso al fatto che un tempo per prenotare i viaggi andavi su un sito italiano, Venere, e oggi vai su Booking o Expedia; o allo straordinario successo di AirBnb in Italia che apre le porte di molti luoghi inaccessibili al turismo ma che relega molti al ruolo comodo ma marginale di affittacamere; o al fatto che la app per l’autostop Blablacar è francese, mentre quella per i pullman, Flixbus, è tedesca e israeliana (Moovit) quella per gli autobus.

Il divino Michelangelo e il nostro ritardo digitale
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 La mostra di Michelangelo a New York è cominciata il 6 novembre

Penso alle chiacchiere e alle promesse di rendere finalmente digitali i nostri grandi musei statali e alla fatica che sta facendo una eccellente startup, Musement, per vincere la sfida di portare i desideri di un turista in un sito web dove comprare tutto con un clic. E ripenso a New York, al Metropolitan Museum, una delle grandi istituzioni culturali del mondo, uno spazio maestoso affacciato su Central Park, sempre affollato di giovani e anziani, tutti immersi in una atmosfera magica che li rende rispettosi e ammirati dei tanti capolavori esposti. In questi giorni la mostra principale è dedicata a Michelangelo, definito Il Divino. Per quelli come me che avevano vent’anni negli anni ’80, il Divino era Paulo Roberto Falcao, artefice del secondo scudetto della Roma. Ma a New York ho scoperto che il vero Divino era, già per i suoi contemporanei, questo straordinario pittore, scultore e architetto italiano. La mostra di new York presenta i suoi bozzetti, i disegni, gli schizzi che poi sarebbero diventati quadri e statue. Che stanno tutti in Italia. Eppure a New York sono rapiti da quegli antichi foglietti in cui si intuiscono capolavori che noi snobbiamo quando non ignoriamo.

Ecco la sfida tecnologica che abbiamo davanti quando parliamo di beni culturali, parte da qui: dalla nostra ritrovata  consapevolezza di aver avuto in dono capolavori assoluti che per essere valorizzati con un sito, una app, con la realtà virtuale o quella aumentata, andrebbero prima capiti e amati.



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