Internet non è la radice dell'odio

La proposta tedesca di infliggere multe fino a 50 milioni di euro a Facebook e Twitter se non rimuovono subito contenuti violenti prova ad affrontare un tema urgente ma dimentica le cause sociali che fanno crescere l'hate speech

 

Internet non è la radice dell'odio
 Il ministro della giusitizia Heiko Maas

Il governo tedesco ha presentato una proposta di legge che punta a punire con multe fino a 50 milioni di euro i social network che non rimuovono tempestivamente i post che istigano all’odio. Nel mirino soprattutto Facebook e Twitter colpevoli, secondo il ministro della giustizia tedesco Heiko Maas, di fare troppo poco e di non farlo abbastanza in fretta per combattere quello che viene chiamato l’hate speech, le conversazioni in rete basate sull’odio. Secondo il ministro tedesco, Twitter nel 2016 ha rimosso solo l’1 per cento dei contenuti offensivi segnalati dagli utenti, Facebook il 39 per cento, mentre solo Google ne uscirebbe bene dal monitoraggio che è stato condotto, avendo rimosso da YouTube il 90 per cento dei video segnalati.

La proposta di legge prevede che i social network abbiano un servizio “facilmente riconoscibile, immediatamente accessibile e sempre disponibile” per segnalare post violenti. E che in caso di segnalazione fondata, ci siano appena 24 ore di tempo per rimuovere quel contenuto se la violenza è palese, come nel caso della frase “tutti gli ebrei dovrebbero morire in una camera a gas” (è un esempio del ministro); ma il tempo si allunga ad una settimana in tutti gli altri casi. Il rischio infatti è che venga scambiato per hate speech qualunque manifestazione di dissenso politico e questo ovviamente non è accettabile: il confine fra censura del dissenso e il mettere un argine alla violenza verbale non è così netto. Come si è visto lo scorso 10 novembre in occasione del caso che ha dato origine alla proposta di legge. Era il 78esimo anniversario della Notte dei cristalli, il saccheggio antisemita che avvenne in diverse città tedesche e durante il quale migliaia di ebrei furono deportati nei campi di concentramento. Su un gruppo Facebook di neonazisti postano una mappa di Berlino intitolata “gli ebrei fra di noi”. Molti riceveranno telefonate e minacce. Inizialmente la reazione di Facebook è stata sostenere che quella mappa rispettava le linee guida della comunità degli utenti e che rimuoverla sarebbe stata una violazione del diritto di parola, il free speech. Ma 48 ore dopo non solo il post è stato rimosso: il gruppo neonazista è stato cancellato dal social network. 

Ma chi deve decidere se un post è una istigazione all'odio o no? Facebook? Twitter? O un magistrato? E' un punto delicato, ancora da chiarire. In ogni caso la proposta di legge del governo tedesco punta l’indice contro un problema serio e non a caso Facebook ha annunciato che per la fine dell’anno a Berlino ci saranno 700 persone addette a controllare i contenuti che postiamo: 700 persone di Facebook solo a Berlino sono una enormità rispetto al numero totale dei dipendenti dei Facebook. Sarà vero? Lo vedremo presto. Eppure, mentre ci concentriamo sugli effetti, non dovremmo dimenticarci di affrontare le cause. Il problema vero che abbiamo davanti non sono i post che istigano all’odio, ma è l’odio che evidentemente c’è e cresce nella nostra società. Non è Internet a crearlo: Internet anzi ce lo restituisce e lo rende visibile ed anche facilmente punibile (come dimostra l’episodio di novembre). Ma se non andiamo alle radici dell’odio, se non investiamo in cultura, se non insegniamo il rispetto, se non riduciamo le ingiustizie sociali, nessuna legge e nessuna sanzione milionaria  potranno salvarci.