Cosa fa Facebook con i nostri like: la pubblicità psicologica

Uno studio della Columbia University condotta su tre milioni e mezzo di utenti ha dimostrato che profilare un avviso commerciale sul profilo psicologico dell'utente aumenta del 50 per cento le possibilità di acquisto

Cosa fa Facebook con i nostri like: la pubblicità psicologica
 Afp
 Facebook

Da qualche giorno la mia vita su Facebook non è più la stessa. Come faccio ormai da qualche anno ci torno più volte al giorno per vedere cosa fanno i miei amici: un po’ per curiosità, un po’ perché spesso mi danno ottimi spunti su cui lavorare. Ma da qualche giorno è diverso: fra un post e l’altro Facebook mi propone di comprare qualcosa. E di solito quella cosa, in quel momento, mi appare irresistibile. E spesso la compro.

Non sto parlando del Market Place, del mercatino digitale che è in funzione da qualche mese. Sto parlando di annunci pubblicitari mirati che consentono di comprare qualsiasi cosa con un clic, senza uscire da Facebook insomma. Questo strumento di marketing esiste da un paio di anni, ma è solo adesso che mi pare abbia raggiunto una efficacia inquietante. La pubblicità su misura degli utenti non è affatto una novità: Google ci ha costruito il suo impero, scrivi qualcosa in una email, chessò Egitto, e improvvisamente Google ti offre viaggi in Egitto. Ma con Facebook ho il sospetto che stiamo entrando in una fase ulteriore: la pubblicità su misura del tuo stato d’animo. Sei depresso? Sei allegro? Ho quello che fa per te. Esagerato? Forse no.

Cosa fa Facebook con i nostri like: la pubblicità psicologica
 Instagram
 Mark Zuckerberg

Qualche giorno fa è stata pubblicata una ricerca scientifica che sembra accreditare questa tesi: è stata condotta da una docente della scuola di business della Columbia University, Sandra Matz, che ha gestito tre test su tre milioni e mezzo di utenti di Facebook. E ha dimostrato che profilare una pubblicità non solo sull’età, il sesso o il reddito, ma sul profilo psicologico, aumenta del 50 per cento le possibilità che qualcuno ci clicchi sopra e compri qualcosa. E per determinare il profilo psicologico non serve, come si pensava una volta, un questionario di 50 domande: basta un like.

Questa cosa in realtà nell’ambiente si sa da 10 anni: da quando David Stillwell, uno studente di Cambridge, creò una app, MyPersonality, che dava agli utenti il loro profilo psicologico in cambio delle risposte ad alcune domande; ma già nel 2008 ci si accorse che bastava studiare i likes su Facebook per avere lo stesso risultato: con 70 likes di una persona, la conosci meglio degli amici; con 150 meglio dei genitori; con 300 meglio del partner. Ma anche un solo like basta a dire chi sei. Tra l’altro da qualche tempo Facebook ai like ha aggiunto altri possibili stati d’animo: un modo per esprimerci meglio, certo, ma anche per dare più dati su di noi.

Ora la domanda è: Facebook usa i nostri profili psicologici per venderci più cose? Se ne parla da un po’: una volta un giornale australiano ha raccontato di aver intercettato una presentazione di Facebook ad alcuni investitori in cui si vantava di poterlo fare, ma Facebook ha sempre negato. Secondo alcuni non ci sarebbe nulla di male: sei triste ed ecco il prodotto che comprerai. Secondo altri, giocare sulle nostre debolezze apre la strada a scenari di manipolazione dell’opinione pubblica inquietanti (anche in politica: c’è una corrente di pensiero che lega queste tecniche persino all’esito referendario della Brexit e all’elezione di Donald Trump)). Secondo me, è ora di chiedere una risposta chiara e definitiva a Mark Zuckerberg.

 

 

 



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