La difficile estate di Airbnb

New York sta per attuare un giro di vite perché i proprietari delle case preferiscono la piattaforma all'affitto, causando una terribile crisi degli alloggi. La stessa cosa che succede anche in Italia 

airbnb new york

E’ l’estate di Airbnb. Mai tanto successo per la piattaforma fondata undici anni fa mettendo tre materassi ad aria in una appartamento a San Francisco e diventata lo strumento principale per affittarsi casa, o anche solo una stanza, per periodi brevi, anche solo una notte. Oggi vale oltre 30 miliardi di dollari perché ogni volta che partiamo un’occhiata alle offerte di Airbnb per confrontarle con gli hotel, ormai la diamo tutti.

Ma è anche l’estate nera di Airbnb con la lista delle città che la mettono al bando o anche solo ne limitano fortemente il raggio di azione. All’elenco formato da Barcellona, Vancouver e New Orleans, ora si aggiunge una città simbolo, New York, dove si sono convinti che una parte della terribile crisi degli alloggi che affligge gli abitanti dipenda dal successo di questa app. In pratica il motivo sarebbe questo: per chi possiede una casa è molto più profittevole affittarla tramite Airbnb per una o due notti per volta piuttosto che per un anno o più.

E quindi le case in affitto non si trovano. Questa il ragionamento che ha portato il consiglio comunale a votare all’unanimità una delibera che adesso il sindaco Bill De Blasio dovrà rendere esecutiva. La delibera prevede che tutte le informazioni su ogni affitto siano trasmesse ad un ufficio pubblico per verificare che sia rispettata una legge vigente, ma largamente disapplicata, per cui è vietato affittare casa per meno di 30 giorni a meno che il titolare non vi abiti effettivamente.

Una cosa analoga è già in vigore a San Francisco e sta dando buoni risultati. Quali? Per New York, secondo alcuni calcoli questa norma potrebbe far tornare disponibili, per affitti pluriennali, almeno 50 mila appartamenti. Airbnb naturalmente dà battaglia, molto duramente anche, visto che ha pubblicato la lista dei contributi che l’industria alberghiera ha dato nel tempo a ciascun membro del consiglio comunale: come a voler dire, sono pagati da una lobby e si muovono contro gli interessi del popolo, ovvero dei tantissimi che si affittano una stanza o tutta la casa per pagarsi un debito, o la scuola dei figli, o una vacanza.

Come accade in Italia che è uno dei paesi di maggior successo della piattaforma: da noi ci sono città, come Roma, Firenze o Venezia, dove l’intero centro storico è in affitto solo tramite la app americana. È una economia virtuosa e da difendere ma con delle regole: l’era della prepotenza della Silicon Valley sta finendo.

 
 


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