Pd e Cinquestelle rinunciano a primarie e parlamentarie per lo stesso motivo?

Per la selezione dei futuri parlamentari un cambio di passo dei due maggiori partiti che ha due possibili spiegazioni

Pd e Cinquestelle rinunciano a primarie e parlamentarie per lo stesso motivo?
ZUMAPRESS.com / AGF
Cristiano Minichiello / AGF 
Luigi Di Maio - Matteo Renzi (Agf) 

Lo stop alle primarie del Pd e il vaglio dei leader sui risultati delle parlamentarie del M5s segna un cambio di passo della politica nei confronti dei cittadini? E si tratta di una novità positiva o negativa per la democrazia e la Repubblica? Sergio Mattarella nel discorso di fine anno è stato chiaro. La Costituzione, ha spiegato da ex studioso della carta, dice che al vertice della vita democratica “si colloca la sovranità popolare che si esprime, anzitutto, nelle libere elezioni”, ma a scrive la pagina bianca del dopo voto “saranno gli elettori e, successivamente, i partiti e il Parlamento”. Il Capo dello Stato ha ricordato cioè che in Italia non esiste una democrazia diretta perenne, ma che i delegati dei cittadini, i parlamentari, assumono le loro decisioni dando la fiducia al governo e votando le leggi.

Poche settimane prima Matteo Renzi aveva annunciato che i candidati del Pd alle elezioni politiche non sarebbero stati scelti con le primarie di collegio, come aveva fatto il Pd a guida Bersani nel 2013. Un cambio di impostazione copernicana per chi, come lui, esprime da sempre una leadership guadagnata sul campo nelle primarie più che che nelle segreterie del partito.

Anche il M5s, che ha fatto della partecipazione diretta il suo cavallo di battaglia, frena un po’, poiché pur mantenendo le parlamentarie, assegna ai leader del Movimento, Grillo Di Maio, il compito di un vaglio finale (parere vincolante) dei nomi scelti dai cittadini. E nel nuovo statuto oltre a prevedere le autocandidature solo a chi si iscriverà all’Associazione M5s, introduce addirittura una multa per chi cambia partito.

Molte possono essere le ragioni di tali scelte parallele. I parlamentari espressi con primarie di collegio e parlamentarie non sempre si sono dimostrati all’altezza del loro compito e tra l’altro 566 tra deputati e senatori hanno cambiato casacca durante la XVII legislatura (ovviamente non solo in Pd e M5s). Qualcuno legge nel cambio di paradigma nel rapporto tra partiti ed elettori anche una volontà di recuperare un ruolo di guida da parte della politica, che in questi anni ha ceduto spesso la sua sovranità.

Di cero c’è l’impatto della nuova legge elettorale, il Rosatellum, che ha riesumato i collegi uninominali in cui la personalità e il seguito dei singoli candidati ha un peso determinante. Forse c’è addirittura un ripensamento sul concetto di populismo che alimenta la democrazia diretta. I dubbi sono aperti, le elezioni e la prossima legislatura saranno un banco di prova per questa nuova linea. 



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