Cosa hanno in comune Maroni, Tajani e Gentiloni?

Tre nomi, 3 città, tre scenari. E un’unica cornice per il voto

Cosa hanno in comune Maroni, Tajani e Gentiloni?

Milano. Roberto Maroni, presidente uscente con in tasca la probabile riconferma, lunedì mattina conferma che non correrà per guidare di nuovo la regione Lombardia. La decisione scatena una domanda, in pubblico e in privato, sui motivi di questa scelta. “Ragioni personali” spiega lui. Ma la sua disponibilità a candidarsi alle elezioni politiche apre altri interrogativi e fa scommettere ai frequentatori del Transatlantico che l’eclissi dell’esponente leghista durerà poco.

Strasburgo. Antonio Tajani guida, assai stimato, il Parlamento europeo. Ma nei giorni lasciati liberi dalle sedute entra a far parte della delegazione di Forza Italia che vaglierà e deciderà le candidature alle politiche nazionali, discutendo con gli alleati di Lega, Fdi e ‘polo di centro’ e stabilendo chi entrerà alla Camera e al Senato. Un ruolo di rilievo per chi è già stato indicato come esponente di spicco del centrodestra dallo stesso Silvio Berlusconi.

Roma. A palazzo Chigi Paolo Gentiloni governa fino alle elezioni e anche dopo, finché non si formerà un nuovo governo. Molto probabilmente si candiderà anche nel collegio uninominale di Roma1, ma mantiene un profilo istituzionale, pur non nascondendo di essere dichiaratamente della squadra Pd. A poche centinaia di metri, in via Veneto, nella sede del ministero dello Sviluppo, Carlo Calenda mena fendenti contro chi, da destra o da sinistra, vuole abbassare o togliere alcune imposte, chiedendo proposte credibili. E fa sapere di non avere intenzione alcuna di candidarsi alle elezioni politiche.

Quattro personalità, con profili diversi che spaziano dall’impegno politico a quello istituzionale fino a quello tecnico, ma un’unica caratteristica comune: avere ottenuto sul campo e negli anni la stima trasversale, dal Pd a Forza Italia. Molti scommettono su di loro già per la campagna elettorale. Molti pensano che potrebbero diventare cruciali per il primo test dopo il voto politico, quella elezione dei presidenti di Camera e Senato che sarà il primo banco di prova per un’eventuale intesa se non ci sarà nessun vincitore netto. Alcuni addirittura, correndo forse un po’ troppo in anticipo, già li vedono con un ruolo da premier nel caso di larghe intese.

Tutto è molto prematuro, gli italiani devono ancora vedere le proposte della campagna elettorale, capire quali saranno gli schieramenti, quali i candidati e infine votare. Ma di certo dalla sera del 4 marzo il puzzle per la formazione del nuovo governo comincerà a comporsi e ricomporsi e forse gli attori in gioco non saranno solo quelli che tutti si aspettano.



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