Le pagelle della quarta serata di Sanremo (a un'esibizione non posso che dare 'zero')

Nella serata di duetti, alcune esibizioni sono state davvero notevoli. Altre molto, molto meno 

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Serata di duetti la quarta del festival di Sanremo. Baglioni apre le danze cantando “Acqua dalla luna”, capolavoro che parla della volontà di un giovane Baglioni di diventare un mago, e l’Italia tutta spera faccia scomparire qualche artista, giusto per non essere sequestrati fino al prossimo ferragosto. “Serata – dice Baglioni – simbolo del suo festival sulla commistione di discipline”, nella maggior parte dei casi le discipline in questione sono canto e rutti. Il direttore artistico Baglioni indossa una giacca che sbrilluccicando ne accecherà più di Emily Ratajkowski. Presentata anche la giuria di qualità, che altro non è che un gruppo di intellettuali che stazionavano da una decina d’anni nel salotto di Walter Veltroni, e Joe Bastianich.

Federica Carta e Shade con Cristina D’Avena (4,5): quando il Presidente Rai De Santis ha annunciato che il festival ha catturato la fondamentale fascia di pubblico 8-14, i ragazzi hanno pensato di chiamare Cristina D’Avena, senza calcolare che nel frattempo colei che ha cantato i sogni di diverse generazioni di bambini nel frattempo popola i sogni erotici di quelle stesse generazioni che poi sono cresciute e ora la seguono su Instagram. Il pezzo con la D’Avena inevitabilmente cresce, dato che la vecchia Kiss Me Licia ha la straordinaria capacità di trasformare tutto ciò che canta nella sigla dei puffi. “Escile!” grida l’Italia.

Motta con Nada (8): la canzone presentata da Motta già era bella, Nada la impreziosisce, le dona autorevolezza. Ecco, Nada, per dire….Alessandra Amoroso ospite e Nada relegata ad un duetto. Uno scandalo assoluto per una vera gigante del cantautorato italiano. Peccato per l’incidente alla camicia di Motta, speriamo che chi ci ha vomitato sopra ora stia meglio. Il fatto che abbiano vinto è il vero primo segnale di un governo del cambiamento.

Irama con Noemi (2): Era difficile peggiorare una canzone già così inutile e patetica, mancava giusto la voce blues di Noemi che, come da tradizione blues, l’abbiamo potuta ascoltare su tutti i talent conosciuti dall’uomo…”Ma mi faccia il piacere!”. Secondo gli scettici il reddito di cittadinanza permetterebbe ad una generazione di incapaci di restare a casa sul divano…possibile che nessuno lo abbia detto a Irama?

Patty Pravo e Briga con Giovanni Caccamo (5,5): la canzone cade decisamente in secondo piano con Patty Pravo sul palco, siamo troppo occupati a commentare come l’hanno vestita, cosa dice, come si muove (o non muove). L’immagine finale di lei tra Caccamo e Briga ricorda l’inizio di un porno per pervertiti. Ascoltare nuovamente la canzone è il prezzo da pagare per poter assistere al divertente e breve, troppo breve, siparietto con Virginia Raffaele in versione Ornella Vanoni. Lei resta un mito assoluto, quando entra in scena il livello del varietà si alza notevolmente, accadesse anche al livello qualitativo della musica staremmo a cavallo.

Negrita con Enrico Ruggeri e Roy Paci (7,5): eseguono “I ragazzi stanno bene” tutti seduti, come vecchi amici musicisti a tarda notte in osteria dopo una sostanziosa cena e innumerevoli bocce di vino. Vecchio rock di provincia impreziosito dalla tromba di Roy Paci, sempre di incalcolabile valore. Per certe cose l’Italia non è pronta, per altre è andata troppo avanti troppo veloce lasciandosi alle spalle qualcosa, di buono in questo caso.

Il Volo con Alessandro Quarta (0): Pazzesco, più si vestono da giovani più l’effetto distopico rispetto al vecchiume mortifero che emanano cantando ci fa roteare gli occhi e quasi ci uccide. I virtuosismi di Alessandro Quarta altro non sono che un fulmineo attacco di senilità che se lo stava portando via, manco avesse bevuto dalla coppa sbagliata del Santo Graal.

Arisa con Tom Hadley e i Kataklo’ (6): ottimo stacchetto musicale. “Mi sento bene” è molto molto divertente, talmente divertente che non sarebbe assurdo pensare possa, a sorpresa, portare a casa il risultato. La vestono come la signora dei salotti di Boris, ma con i Kataklo’ che le ballano intorno mezzi nudi, chi vuoi che butti uno sguardo su Arisa anche solo per sbaglio.

Mahmood con Guè Pequeno (5,5): Il rap mezzo trappato di Mahmood può fare scena solo sul palco dell’Ariston, riuscito ad addomesticare un pezzo che sulla carta dovrebbe dire qualcosa di scomodo, di fastidioso, di anticonformista. Invece ciò che arriva è solo un ritmo vagamente più andante, che in un mare di noiosità orchestrale, inevitabilmente spicca. Ma, andando al sodo, il pezzo è povera cosa. Guè Pequenò non aggiunge niente al pezzo: entra sul palco per cantare una strofa vestito come un divano di Scarface e se ne esce senza filarsi Mahmood nemmeno di striscio. Ospitata del tutto insensata.

Ghemon con Diodato e Calibro 35 (7,5): la serata dei duetti ha senso proprio per esibizioni come questa, per avere un’interpretazione diversa di una canzone che abbiamo già ascoltato due volte. In conferenza stampa hanno detto che la collaborazione è talmente riuscita che hanno deciso di inserirla nell’album: ottima idea. Il supporto di Diodato, ma soprattutto dei Calibro 35, fa esplodere il testo, e anche Ghemon, forse sentendosi con le spalle coperte, canta decisamente meglio. Non rappa semplicemente, ma racconta un testo che è tra i migliori, forse addirittura il migliore.   

Francesco Renga con Bungaro e le etoiles Abbagnato e Vogel (4): Bungaro è l’artista che nella concezione musicale di Renga più si avvicina alla dance. Il pezzo noioso era e noioso rimane. Il contributo del balletto non è solo inutile, ma a tratti quasi ridicolo.

Ultimo con Fabrizio Moro (5,5): portarsi Fabrizio Moro nei duetti manifesta solo la volontà di puntare al titolo, sfruttando l’inspiegabile successo del cantautore romano, che non aggiungerebbe qualcosa di particolare manco ad una nota vocale di whattsapp.

Nek con Neri Marcoré (5): il rock demodé di Nek pestato a sangue e portato in teatro da Marcoré, che ci infila un monologhetto alla Alberto Lupo che spiazza. I due sono vestiti di nero e l’atmosfera sembra quella di una sbronza a un funerale. Non sappiamo cosa stia succedendo, ci viene solo voglia di chiamare la mamma per dirle che le vogliamo bene.

Boomdabash con Rocco Hunt e i Musici Cantori di Milano (4,5): Ascoltare musica è quasi sempre attività sana, in una percentuale estremamente bassa, alle volte, senza infierire e nemmeno intervenite con alcun tipo di giudizio, buono o cattivo che sia, rappresenta semplicemente una perdita di tempo. Ecco, non è che “Per un milione” sia brutta, è semplicemente una perdita di tempo. In più chiamano sul palco anche i Musici Cantori di Milano e il pubblico da casa non può far altro che pensare “Bene, ci mancavano solo i Musici Cantori di Milano!”. Tenete almeno i bambini fuori da questa storiaccia.  

The Zen Circus con Brunori Sas (9): Brunori Sas rimastica il monologo rockpolitik degli Zen, rafforzandolo, condividendolo, partecipando al comizio, come se “L’amore è una dittatura” da Sanremo potesse partire e diventare un canto popolare, da cantare nelle piazze, come se tutti noi, volendo, potessimo aggiungerci ad una folla che nel cuore conserva la voglia di rivoluzionare qualcosa, qualsiasi cosa. Sarebbe bellissimo, molto di più se pensiamo che tutto ciò potrebbe partire da Sanremo, il palco più nazionalpopolare d’Italia. Per la serie “non succede, ma se succede…”. Oltre qualsiasi valutazione. Bravissimi.

Paola Turci con Beppe Fiorello (5): Come ogni storia che ha anche solo sfiorato in vita sua, Beppe Fiorello spegne anche la storia di Paola Turci, riesce a trasformare in fiction insopportabile anche una canzone che fino ad ora c’era piaciuta. Pessima scelta, era meglio che la Turci andasse a recitare.

Anna Tatangelo con Syria (5): Esibizione interessante, no di, più. Esibizione intrigante, no, di più. Esibizione intensa, no, di più. Esibizione eccitante…si, ecco, eccitante. Specie se ti eri addormentato e nella confusione del risveglio ti sembra l’inizio di un porno. Trama perfetta: le due amiche, bellissime, meravigliose, cantano, e durante l’esibizione si guardano, capiscono qualcosa di nuovo, il sorriso viene rotto dalla sorpresa…e da lì in poi niente sarà più come prima. Fantastico. Se solo tutto nel mondo fosse così semplice. Invece finisce la canzone, della quale non hai chiaramente ascoltato nemmeno una nota, e parte la pubblicità. La storia della mia vita.

Ex-Otago con Jack Savoretti (6,5): Il pezzo più si ascolta e più funziona. Non è che l’apporto di Savoretti sia fondamentale, anzi, sembra quasi un inutile vezzo; è proprio il pezzo che sta crescendo e che quando gli Otaghi potranno metterci mano e adattarlo alla loro dimensione più intima, più sporca, più graffiante, verrà rivalutato. Cari Otaghi, la vostra famiglia “indie” vi sta aspettando a braccia aperte nel mondo reale.    

Enrico Nigiotti con Paolo Jannacci e Massimo Ottoni (5,5): Nigiotti si presenta sul palco accompagnato da Paolo Jannacci, ottimo musicista, ma troppo simile al padre in certe espressioni per non essere distratti dal dettaglio; e Massimo Ottoni, uomo che con la sabbia riesce a creare qualsiasi situazione, come il classico cugino del mare, ma con disegni un po' più raffinati. Bell’esibizione che non gli vale un posto sul podio di Sanremo, ma in compenso Claudio Bisio si è giocato il Golden Buzz quindi finisce dritta dritt in finale di Italia’s Got Talent. Complimenti.

Loredana Berté con Irene Grandi (5,5): Un pezzo ottimamente cantato da due vere donne signore della canzone italiana, che comunque era bello pure cantato solo dalla Bertè, e se proprio vogliamo dirlo, ancora meglio sarebbe stato cantato solo da Irene Grandi. Ok, cambiato idea, duetto pessimo, date il pezzo alla Grandi.

Daniele Silvestri e Rancore con Manuel Agnelli (8,5): un duetto finto perché quella proposta stasera è la vera versione del brano, pensata proprio con la partecipazione del leader degli Afetrhours. Così Manuel Agnelli aggiunge poco al brano, che resta comunque bello così come lo avevamo lasciato. D’altra parte, la complessità della canzone impediva qualsiasi sconvolgimento eccessivo. Va benissimo così.

Achille Lauro con Morgan (8): Morgan è riuscito a nobilitare un brano non brutto ma certamente sempliciotto, portato in auge, in maniera decisamente eccessiva, solo perché vagamente rock (e facciamo fatica a scriverlo). La verità è che il brano, che mantiene una sua dignità, un suo valore, seppur non stellare, in linea di massima, è pochissima roba. Volete paragonarlo a Vasco? Ci tenete proprio? Ok, prima però mettiamoci d’accordo sul fatto che Vasco Rossi non ha certamente scritto e cantato solo capolavori. Anzi, tutt’altro. Onestà intellettuale ci imporrebbe di dire che Achille Lauro non arriverà a scrivere nemmeno le virgole uguali a quelle utilizzate per certi brani di Vasco Rossi. Detto ciò la performance dei due è spettacolare, molto rock, certamente una delle più convincenti, forse la più.

 

GLI OSPITI

Luciano Ligabue (7,5): L’unica cosa di diverso che porta in giro da vent’anni è il taglio di capelli. Per il resto sempre la stessa canzone, che andrebbe anche bene fosse stata una qualsiasi di “Buon Compleanno Elvis” o un qualsiasi altro album precedente. Purtroppo invece batte il passo in un punto della sua carriera discretamente triste, dove rinuncia ad inseguire i suoi sogni di Rock’n Roll per accasciarsi su un pop inutile e stantio. La gag sulle entrate con Claudio Bisio gli autori l’avranno trovata su Wikipedia, fatta e rifatta. Quando poi canta “Urlando contro il cielo” tutto cambia e ci ricorda che c’è stato un lungo periodo in cui Ligabue portava avanti un discorso concettuale tanto sbarazzino quanto profondo, un periodo in cui riusciva a narrare la provincia come in pochi in Italia sono riusciti a fare ugualmente bene nell’intera storia della musica italiana. Pagheremmo somme di denaro incalcolabili per vedere la faccia di Guccini quando si ritrova omaggiato al Festival di Sanremo con macabra commozione.

Anastasio (7): la Rai, non potendo competere con i reality degli altri, decide di ospitare direttamente i vincitori. Si fa prima, no? Anastasio ogni volta che si esibisce in tv parte la base, rappa qualcosa e vince tutto il possibile. Stasera Sanremo. Il suo rap fa molto esibizione a X Factor, ma lui lo ha vinto un mese fa, non potrà nemmeno andare a fare pipì al bagno senza chiedere permesso alla produzione, quindi presumiamo che sia stato pianificato, com’è giusto che sia, nei minimi dettagli. Ma sarebbe bello sbagliarci. Il compito è quello di rappare la rabbia di quello che dovrebbe essere il figlio di Bisio. Non è andata male. 



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