E se il problema di Apple fosse che pensa più a far soldi che a innovare?

L'operazione di riacquisto di azioni proprie del maggio scorso ha portato un mucchio di soldi nelle tasche degli investitori. Ma quel denaro poteva essere speso in ricerca e sviluppo. Non è la prima azienda che preferisce guadagni facili e veloci alle incognite dell'innovazione

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 SPENCER PLATT / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP
 Un dipendente Apple con una pila di confezioni di iPad

Oltre la metà del fatturato di Apple arriva dagli smartphone. I segnali di rallentamento delle vendite arrivati a novembre avrebbero probabilmente avuto un effetto peggiore sul valore dell'azienda se si fossero verificati qualche anno fa.

Per molto tempo, infatti, gli iPhone hanno rappresentato tre quarti degli incassi totali. Adesso, invece, per quanto ancora squilibrato, il bilancio è più diversificato. Merito, soprattutto, della forte crescita dei servizi. Ma anche grazie a operazioni come quella portata a termine nel maggio del 2018, con un buyback delle azioni del valore di 100 miliardi di dollari.

Che cosa è il buyback

Non è certo la prima società a ricorrere a una manovra esclusivamente finanziaria che ha come unico scopo portare guadagni facili e veloci nelle tasche di investitori e azionisti, ma per capire quali conseguenze hanno operazioni come questa occorre partire dall'inizio. 

Si stima che nell’anno in corso il controvalore delle operazioni di riacquisto di azioni proprie da parte di società, soprattutto americane e appartenenti al settore tecnologico, raggiungerà la cifra record di oltre 1.000 miliardi di dollari. Spesso queste operazioni rispondono a una “sollecitazione” di intermediari specializzati, quali alcuni hedge funds e società di private equity, la cui missione esplicita è quella di “estrarre valore” dalle imprese in cui investono.

Chi guadagna con il buyback

A un primo approccio, queste operazioni sembrano arrecare benefici a tutti: sia agli investitori che accettano di vendere le proprie azioni a un prezzo maggiorato rispetto a quello di mercato sia a quelli che invece decidono di mantenerle i quali vedono aumentare il valore della azioni residue in cui si divide lo stesso capitale dopo l’operazione. Ovviamente, ne sono beneficiari anche i management delle società interessate, la cui retribuzione, già di per sè elevata, è usualmente integrata con stock options (azioni della società che amministrano).

Alcune riflessioni tuttavia si impongono. Innanzitutto, colpisce l’enorme ammontare di liquidità di cui dispone un numero sostanzialmente limitato di società (poco più di 100). In secondo luogo, appare legittimo chiedersi perchè queste società ritengano che l’utilizzo più proficuo di questa liquidità sia l’acquisto di proprie azioni anziché, ad esempio, l’investimento in ricerca e nuovi prodotti.  

Un'operazione che ha un costo sociale

Ma anche a voler prescindere da queste perplessità, resta centrale la questione se possa considerarsi socialmente equo (nel senso di funzionale al mantenimento di un equilibrio sociale sostenibile) che di questa cornucopia di ricchezza creata dalle imprese beneficino solo gli “shareholders”, vale a dire i finanziatori delle stesse società. Le categorie di coloro che sono portatori di interessi nelle imprese (i cosiddetti “stakeholders”) sono infatti ben più ampie e comprendono i lavoratori che hanno contribuito a creare questa ricchezza, i clienti che ne hanno reso posssibile la materializzazione e, più in generale, la collettività entro cui le imprese operano condividendo servizi e infrastrutture.

In realtà, queste operazioni sono uno degli esempi più eclatanti del predominio che il capitalismo finanziario sta assumendo nei confronti di quello produttivo.  

La teoria economica ci spiega che l’impresa svolge una funzione sociale, creando reddito e occupazione e reinvestendo parte dell’utile in nuovi progetti. Il profitto si giustifica come un premio per il rischio assunto dall’imprenditore nel momento in cui procede all’investimento. In questo quadro, gli intermediari finanziari (in primis le banche) svolgono una funzione ancillare e strumentale, di mero raccordo fra risparmiatori e destinatari dei finanziamenti, funzione che, sempre secondo la teoria, svolgono in modo efficiente (e quindi socialmente utile), in quanto specializzati nel selezionare i progetti più meritevoli.

L'esempio del boom del dopoguerra

Questo modello, qui volutamente stilizzato,  ha trovato un parziale riscontro nel primo dopoguerra quando, anche con l’aiuto di una serie di circostanze favorevoli, abbiamo sperimentato una poderosa crescita economica i cui frutti sono stati distribuiti in misura sostanzialmente equa fra lavoratori e capitale. Di fatto, sino alla fine degli anni ’60 abbiamo sperimentato una crescita costante della produttività e un aumento del tutto correlato delle retribuzioni reali.

A partire dagli anni ’70 questo processo virtuoso gradualmente si arresta: il tasso di crescita della produttività comincia a calare, le retribuzioni reali stagnano e più in generale la ripartizione del surplus economico fra chi offre il lavoro e chi i mezzi finanziari comincia a volgere progressivamente a favore di questi ultimi. A questi fenomeni si accompagna non casualmente una graduale ma inarrestabile apertura e deregolamentazione dei mercati finanziari internazionali, che troverà la sua consacrazione negli anni ’90. Al tradizionale rapporto bilaterale e stabile fra finanziatore (banca) e impresa si viene così sempre più affiancando, soprattutto per le società di maggiori diensioni e poi, come ben sappiamo, anche per gli Stati, lo scrutinio anonimo e volatile del mercato.

In linea di principio, i mercati, soprattutto se ampi e spessi, consentono di mettere a fattor comune tutte le informazioni a disposizione di una pluralità di operatori e quindi di allocare in modo ottimale le risorse, privilegiando le imprese con progetti solidi, innovativi e promettenti.

Soldi facili, tanti e subito

Il problema è che i tempi dei mercati non coincidono con quelli del mondo produttivo. I progetti industriali si realizzano nel medio-lungo termine mentre le transazioni sui mercati  si realizzano istantaneamente. Questa libertà di poter spostare i capitali in tempo reale in qualsiasi parte del mondo si traduce nella ricerca quasi parossistica di ritorni nel breve termine, anche per la competizione fra i grandi gestori del risparmio i cui risultati vengono confrontati su base temporali ravvicinate. Ai grandi progetti vengono così preferiti gli interventi in grado di avere un ritorno più immediato sul bilancio delle imprese, come quelli di “razionalizzazione” del processo produttivo, che spesso si risolvono soprattutto in tagli e contenimento dei costi. Chiunque segua l’andamento della borsa sa bene che appena un’azienda comunica un programma di riduzione del personale viene subito premiata con un rialzo delle sue quotazioni.

Le operazioni di riacquisto di azioni proprie configurano, assieme ad altre iniziative simili, un relativamente recente salto di qualità nel modus operandi di alcuni intermediari finanziari non ortodossi, i cd “activist investors”. La missione di “estrarre valore” per gli azionisti viene infatti qui declinata nel suo significato più letterale di acquisizione di una parte della ricchezza dell’impresa. In questi casi, la finanza sembra perdere quel ruolo quasi catalitico per la crescita economica per assumerne uno che si approssima al predatorio.

Il buyback di Apple

Le recenti vicende che hanno interessato la Apple costituiscono un caso esemplare. Nel 2013 la Apple deteneva circa 300 miliardi di liquidità parcheggiati per lo più in paradisi fiscali per tenerli al riparo dalla tassazione (negli stati Uniti gli utili sono tassati solo se rimpatriati). L’esistenza di questo “tesoretto” non sfugge ad alcuni “activist investors” (nella specie,si trattava di hedge funds) che dopo aver acquisito partecipazioni azionarie in Apple si lamentano per la scarsa attenzione che la società presta ai propri shareholders e sollecitano il management a usare nella gestione del bilancio la stessa “creatività” mostrata (almeno in passato) con i propri prodotti. Gli amministratori della Apple non tardano a lasciarsi convincere e decidono di avviare la prima operazione di  riacquisto di azioni proprie per un ammontare di 17 miliardi di dollari, con l’ulteriore tocco di creatività  di ricorrere a tal fine a un prestito bancario, tenendo così ulteriormente al riparo dalla tassazione le riserve esistenti.

Queste operazioni vengono ripetute anche negli anni seguenti, ma è nell’anno in corso che raggiungono il loro apice quando Apple comunica al mercato il riacquisto di 100 miliardi di proprie azioni. Il fatto nuovo intervenuto è stata la riforma fiscale di Trump che da un lato ha “condonato” il rimpatrio dei fondi esteri e dall’altro abbassato ulteriormente l’aliquota fiscale sui profitti delle rendite finanziarie. Per come ci era stata raccontata, la finalità di questa riforma era quella di favorire la trasformazione dei fondi rimpatriati in investimenti che avrebbero creato occupazione e reddito. Invece, quei fondi sono finiti nelle tasche dei soli rentiers, gli shareholders, i quali hanno anche beneficiato di una tassazione particolarmente favorevole e comunque ampiamente inferiore a quella sui redditi da lavoro.

Fatto sta che, dopo l’annuncio, le quotazioni del titolo Apple salgono vertiginosamente e un mese fa la società diviene la prima al mondo a raggiungere una capitalizzazione di borsa di 1.000 miliardi (3/5 del PIL italiano!). Il management si affretta naturalmente a  beneficiarne cedendo le proprie stock options: il solo amministratore delegato Tim Cook incassa 60 milioni.

L'altalena delle azioni

Poi però succede che da tale picco le azioni della Apple perdono oltre il 20% in un solo mese, a causa delle vendite molto al di sotto delle aspettative dell’ultimo iPhone. La società sembra così pagare la scelta di non aver destinato le ampie disponibilità finanziarie generate in passato ad investimenti in ricerca e innovazione, limitandosi a godere di una rendita di posizione tutelata da brevetti e più in generale da un regime di protezione internazionale della proprietà intellettuale che forse andrebbe rivisitato. Di fatto, ancora oggi la maggior parte dei ricavi della Apple derivano dall’iPhone, prodotto lanciato nel 2007 e che, sebbene perfezionato nel tempo, è rimasto sostanzialmente immutato nelle sue peculiarità di base. La posizione di rendita ha consentito alla Apple di continuare a venderlo a un prezzo spropositato, ma alla fine sembra che i consumatori non stiano più al gioco.

In definitiva, se è acclarato che nell’assetto economico e finanziario che si è andato affermando nel mondo i veri vincitori sono i percettori delle varie tipologie di rendite, questi ultimi non dovrebbero mai dimenticare il primo principio di sopravvivenza dei parassiti: sfrutta quanto vuoi il tuo ospite, ma tienilo in vita.



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