L'impunità di chi colpisce un nero non è archeologia. La lezione di Luther King, Fidel e Papa Francesco

Cosa ci devono ricordare i più recenti episodi di gratuita violenza razzista

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"Sono bianca e siamo in Spagna, ti posso uccidere e non mi succederà niente". Queste parole le ha pronunciate recentemente una giovane donna colpendo con una bottiglia in una caffetteria di Madrid l'attore tv spagnolo di origini africane Marius Makon, conosciuto anche come Elton Prince.

"Li abbiamo colpiti a caso, perché erano neri", hanno confessato pochi giorni fa due militari maltesi, autori del primo omicidio a sfondo razziale del paese mediterraneo, che peraltro fa dell'accoglienza una delle sue prime risorse economiche e si fa vanto di essere da 4 anni in testa alla classifica europea per il rispetto dei diritti umani.

L'Italia non è da meno: dopo il raid di Traini, l'ex candidato della Lega che l'anno scorso fece tiro a segno sugli immigrati nel centro di Macerata, sono stati decine gli episodi di aggressioni a persone di colore, e decine anche i colpi sparati su di loro con fucili e pistole ad aria compressa, liberamente in vendita nel nostro paese. 

Negli Stati Uniti le vittime di sparatorie con la Polizia sono praticamente sempre di colore, qualche volta seguono proteste e manifestazioni. Spesso non succede nulla.

Intanto si assiste sconcertati alla diffusione di notizie, in parte false e in parte ingigantite, tese a sporcare la memoria di Martin Luther King, l'uomo al quale si deve più che ad ogni altro il riconoscimento della parità dei diritti alla popolazione di colore in Nord America.

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Malcom X (STF/AFP)

Il Times ha pubblicato il contenuto di alcuni file secretati per lungo tempo e resi noti solo recentemente dall'Fbi, tutti riguardanti King.

Si tratta di intercettazioni e di relazioni su pedinamenti condotti sul pastore che il Bureau teneva sotto controllo per il suo grande seguito e per la sua attività molto scomoda nell'America razzista e conservatrice degli anni Sessanta.

Documenti che lo descrivono come un impenitente donnaiolo, certamente esagerando singoli episodi e senza farsi sfiorare dal dubbio che all'epoca (e non solo all'epoca) vi fossero interessi notevoli a demolire il mito di Luther King che nasce nel 1955 a seguito di un episodio che sarebbe dovuto passare inosservato: la signora Rosa Parks di Montgomery, Alabama, si rifiuta di cedere il posto da lei occupato, su di un autobus extraurbano, ad un uomo bianco.

Rosa Parks viene arrestata e accusata di aver violato una delle ordinanze sulla segregazione della città. In risposta a tale evento, l'allora sconosciuto Martin Luther King organizza un boicottaggio pacifico delle autolinee di Montgomery, per protestare contro la segregazione razziale.

La comunità di colore di Montgomery non prenderà gli autobus per spostarsi quotidianamente per ben 381 giorni. M.L.King viene arrestato in quell’occasione insieme ad altre 90 persone di colore con l’accusa di aver intralciato un servizio pubblico, King ricorre in appello e vince.

Il 4 giugno 1956, una corte distrettuale degli Stati Uniti d’America emana la sentenza che la segregazione razziale sugli autobus di linea urbana è anticostituzionale.

La resistenza pacifica del reverendo M.L.King e della comunità di Montgomery non solo aveva causato l’emanazione di quella sentenza, ma aveva anche dimostrato che il boicottaggio era un valido ed efficace strumento di lotta.

Quando la vita di un nero non valeva nulla

A poche miglia dalla costa della Florida, però, nell'Isola di Cuba dove il dittatore Batista aveva organizzato un vero e proprio parco dei divertimenti per gli yankee nostalgici dell'impunità che pensavano gli spettasse se colpivano, violentavano e addirittura uccidevano persone di colore, le cose erano rimaste ferme a un secolo prima, quando la schiavitù era ancora legale in USA.

Fortunatamente nel Terzo Millennio non c'è paese al mondo dove i reati razziali non vengono (almeno teoricamente) perseguiti. Ma appena 60 anni fa a Cuba non era così. 
“Mio padre era di colore. Prima della rivoluzione, qui la sua vita non valeva un cent. La sua e quella dei neri come lui”, racconta l’anziano comandante Manuel Nuoriega, uno dei compagni di Fidel Castro e Che Guevara.

Di carnagione chiara e studente modello, Manuel, che oggi ha 93 anni e da 60 è su una sedia a rotelle a causa di proiettili che gli spararono gli uomini del dittatore Batista, avrebbe potuto mettersi in salvo dissimulando le sue origini afro, ma già dagli anni ’40 aveva fatto la sua scelta di campo: stare dalla parte dei più umili.

Cuba, spiega, è un’isola che ha una forte componente nera nella popolazione: gli schiavisti importavano manodopera per le piantagioni di zucchero e i neri arrivavano in catene dall’isola di Goreè in Senegal, il luogo da dove San Giovanni Paolo II chiese perdono alle vittime della schiavitù paragonando la loro tragedia al genocidio nazista: milioni morirono infatti nei viaggi che affrontavano stipati sulle navi come gli ebrei sui treni piombati che andavano ad Auschwitz.

La vicenda del comandante Manuel scorre parallela a quella di Fidel Castro: come il Lider maximo, infatti, fin da adolescente Nuoriega assistette alle violenze inflitte in particolare alla comunità nera da un regime fondato sulla forza, sul sopruso.

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Fidel Castro 

“Vedevo – ha scritto Fidel sul suo diario – l’atteggiamento prepotente, maschilista dei militari, dei soldati dell’esercito di Batista. Furono elementi che mi formarono e che suscitarono in me repulsione: notai l’arroganza, la prepotenza, il maschilismo, l’abuso di autorità, le minacce, l’utilizzo della paura, del terrore sulla gente. Ricevetti una serie d’impressioni che mi fecero provare repulsione per quella forma di potere, perché lo stavo vivendo, lo vedevo tutti i giorni. Direi che fin da bambino iniziai a provare una certa repulsione verso questa forma di autorità armata, in virtù della quale chi aveva le armi aveva anche il potere e lo esercitava: i soldati picchiavano la gente, la maltrattavano, e davano l’impressione di poter ammazzare chiunque senza che accadesse nulla”.

Manuel Nuoriega racconta la stessa vicenda con altre parole: “a Cuba – spiega – non c’era la segregazione razziale sul genere del Sudafrica, ma c’era una fortissima discriminazione e ripetuti e continui atti di violenza ai danni dei neri da parte dei possidenti locali e degli yankee che vi si erano stabiliti o venivano in vacanza, regalando ai primi una certa agiatezza perché già 70 anni fa il turismo era la principale fonte di guadagni in cambio dei quali gli Stati Uniti avevano un diritto d’ingerirsi negli affari interni cubani costituzionalmente garantito”.

“Una situazione intollerabile per un patriota, alla quale si sommava la sofferenza di vedere mio padre e i neri come lui trattati come se fossero cose o animali”, ricorda commosso citando il programma politico noto come “The History Will Absolve Me”, sintetizzato nella difesa di Fidel quando giudicato dagli assalti alla caserma Moncada e Carlos Manuel de Céspedes, descrisse per la prima volta quel che Cuba sarebbe poi diventata: il paese dove tutti hanno gli stessi diritti e possibiltà, dove il poco o molto che c’è si suddivide in parti uguali per tutti.

Nel 1960 un evento importante segnò l’inizio dell’alleanza tra movimenti nazionalisti afroamericani e Cuba. Il 18 settembre una delegazione cubana arrivò a New York per partecipare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: lo scenario internazionale era particolarmente teso, Washington vedeva con sospetto Castro e temeva che Cuba sarebbe potuta entrare nella sfera d’influenza sovietica, e il presidente uscente Eisenhower aveva già messo a punto un tentativo di invasione dell’isola che poi sarebbe stato attuato dal suo successore.

Fidel Castro protagonista della lotta alla discriminazione razziale


L'Organization for African American Unity (OOAU), che riprendeva l’africana Organization for African Unity, non fu altro che il risultato di anni di incontri con leader dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo.

La seconda è una questione largamente trascurata dalle biografie di Malcolm X, anche nel recente volume di Manning Marable Malcolm X: a Life of Reinvention: Malcolm mostrò una grande ammirazione per un leader bianco in un periodo in cui si riferiva ai bianchi come “diavoli”.

L’incontro di Harlem con Castro dimostra che il nazionalismo teologico della Nation of Islam stava decisamente stretto a Malcolm già nei primi anni Sessanta; Malcolm X avrebbe voluto allargare la causa afro americana non solo ai paesi islamici, ma anche a quelli non islamici che stavano lottando per l’indipendenza.

L’incontro con Fidel Castro dimostra che Malcolm X, nonostante la sua immagine pubblica e i suoi discorsi infiammati facessero pensare l’opposto, non era contrario a un’alleanza con i bianchi già nel 1960.

I rigorosi dogmi religiosi di Muhammad, che volevano tutti i bianchi malvagi e oppressori dell’uomo nero, dovevano essere stati messi in discussione nel pensiero di Malcolm X già durante l’incontro con Castro e la delegazione multirazziale cubana. È lecito quindi pensare che fosse in incubazione in Malcolm X l’idea che una società multirazziale fosse possibile.

Un legame di amicizia basata sulla reciproca stima legava inoltre Fidel Castro e Nelson Mandela, come evidenzia la giornalista Isabel Finbow attraverso le colonne di teleSUR, erano "amici, compagni ed alleati".

Nelson Mandela ha sempre evidenziato che quando intraprese la sua lotta per porre fine al regime di oppressione razziale presente in Sudafrica, fu ispirato dalla figura di Fidel Castro e dalla vittoriosa esperienza della Rivoluzione Cubana.

Il leader politico africano, scrisse nella sua autobiografia ‘Long Walk to Freedom’: "Lessi i rapporti di Blas Roca, il segretario generale del Partito Comunista di Cuba, sulla loro organizzazione clandestina durante il regime di Batista. Lessi le opere su e di Che Guevara, Mao Tse-Tung e Fidel Castro".

Dopo la sua scarcerazione, avvenuta nel 1990, Nelson Mandela si recò a Cuba per ringraziare di persona l’amico e alleato Fidel Castro, che diede un contributo importante alla lotta contro il regime dell’apartheid inviando soldati cubani in Angola.

Questo viene ritenuto un punto centrale nella caduta del regime sudafricano.

Fidel e i tre Papi che gli hanno reso omaggio

Il contributo di Fidel all'affermazione dell'uguaglianza tra gli uomini (che deriva certamente dal Vangelo, come una sorta di cristianesimo naturale) è stato riconosciuto da tutti e tre gli ultimi Papi che hanno reso omaggio al líder maximo nelle loro visite pastorali a Cuba.

A cominciare dal 21 gennaio del 1998, quando il comandante accolse Giovanni Paolo II appena sceso dall'aereo all'Avana: "I due si parlarono, guardarono i propri orologi come a siglare visivamente un istante che diventava storia".

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Fidel Castro con Papa Giovanni Paolo II (Afp) 

Al termine del suo viaggio, Giovanni Paolo II parlò di "grande fiducia nel futuro" di Cuba. 14 anni dopo, nel settembre 2012, durante la visita a Cuba Benedetto XVI ribadì l'auspicio di un "cammino comune" per tutti i cubani.

L'ultimo incontro è avvenuto il 20 settembre 2015 con Papa Francesco che "sull'isola della rivoluzione" ha parlato di "piccoli ponti" che uno dopo la altro "fanno il grande ponte della pace".

L’incontro, nella sua residenza, tra l’ex presidente Fidel Castro e Papa Francesco - ricorda il giornalista Alvar Metalli sul blog Terre d'America - ha un sapore del tutto inedito e unico.

Dei sei precedenti diversi incontri di Fidel con un Papa (cinque con Giovanni Paolo II e uno con Benedetto XVI) nessuno “somiglia” lontanamente a questo.

Mai il “vecchio Comandante” avrebbe immaginato che un giorno si sarebbe presentato a casa sua un argentino tanto celebre come il suo caro amico Ernesto “Che” Guevara, espressione della teologia del “popolo di Dio”, di Medellín ad Aparecida, che del bisogno di una “rivoluzione” è stata sempre convinta anche se, naturalmente, una rivoluzione pacifica, senza nessuna violenza, capace di rimuovere le strutture di peccato alla base di tanta ingiustizia e iniquità, di umiliazioni, lutti e sofferenze.

Una rivoluzione del cuore e della coscienza, le uniche vere e sicure risorse capaci di scardinare strutture sociali inaccettabili.

Insomma, come sottolinea Metalli, l’incontro di Papa Francesco con Fidel Castro è stato un evento di grande carica umana che riassume in pochi minuti e in qualche fotogramma quasi un secolo di storia latinoamericana.

É stata una visita pastorale di un sacerdote a una persona anziana e malata che per un lungo tempo ha guardato con sfiducia il cattolicesimo latinoamericano, il quale, da parte sua, nutriva la medesima sfiducia nei confronti della Rivoluzione.

Ciò che non c’è più è il muro che dai tempi di Giovanni Paolo II è cominciato a crollare seppure gradualmente.

Tutto cominciò con un Fidel in Vaticano in doppiopetto e tutto è proseguito con un anziano leader, malato ma lucido e incuriosito, che riceve a casa sua, in tuta, il Successore di Pietro, avviando probabilmente una tappa nuova: non più scontri e separazioni, bensì incontro e collaborazione.

Una vera lezione di umanità di cui tutti, popoli e nazioni, abbiamo urgente bisogno, soprattutto quando a volte sembrano avere la meglio i seminatori e professionisti dell’odio e dell’antagonismo mascherati da integerrimi difensori della buona dottrina, della buona fede e dei valori e principi – secondo loro – “evangelici”.



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