L'enciclica dimenticata che racconta le contraddizioni della Chiesa. La Popolarum Progressio

L'enciclica dimenticata che racconta le contraddizioni della Chiesa. La Popolarum Progressio
Papa Francesco abbraccia un bambino al centro rifugiati di Moria a Mytilene il 16 aprile 2016 (foto Afp)

La denuncia è molto forte, sia per le parole che sono state usate, sia per l'argomento, sia soprattutto per la fonte, che è l'Osservatore Romano, il prestigioso quotidiano della Santa Sede e non un foglio battagliero in cerca di visibilità attraverso polemiche strumentali.

Ebbene il professor Giovanni Maria Vian, storico del cristianesimo e autorevole direttore del giornale vaticano definisce la “Popolorum progressio”, in prima pagina e fin dal titolo, “L'enciclica dimenticata” aggiungendo che di questo testo “in radice evangelico” resta valida la sua drammatica e radicale diagnosi:

"Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli".

 

Come oggi, pur incompreso da molti, anche nella Chiesa, ripete senza stancarsi il suo successore. Che di Paolo VI sta restituendo la memoria.

In poche righe e con innegabile eleganza il professor Vian mette in rilievo gli arretramenti della Chiesa dopo il Concilio in campo sociale e teologico, e quelli della politica, sia a livello internazionale che nei singoli paesi, dopo una stagione che era stata carica di promesse, soprattutto in America Latina con l'ascesa di personaggi di grande calibro oggi in ritirata. Se la corrente è questa, certamente Papa Francesco nuota in direzione opposta, per questo possiamo definirlo certamente giovanneo e forse soprattutto montiniano, mentre male si attaglierebbero su di lui - pur nel grande rispetto e considerazione che ha per i suoi immediati predecessori - gli aggettivi wojtyliano o ratzingeriano.

L'urto alle civiltà tradizionali portato dall'industrializzazione

“Paolo VI è un Papa lontano nel tempo e di fatto dimenticato, altrettanto vale per uno dei suoi documenti più caratteristici, l'enciclica Populorum progressio sullo sviluppo dei popoli”, spiega Vian ricordando che “il testo porta la data del 26 marzo 1967, giorno di Pasqua, e suscitò nel mondo un enorme clamore.

Appena concluso il Concilio, proprio una nuova presa di coscienza delle esigenze del messaggio evangelico imponeva alla Chiesa "di mettersi al servizio degli uomini" scriveva infatti il Pontefice all'inizio del testo, preparato grazie a collaborazioni diverse ma che risulta indiscutibilmente personale nell"ispirazione, in molti accenti e nello stesso linguaggio, appassionato e suggestivo"”.

Un'enciclica, si potrebbe aggiungere, molto coraggiosa per l'epoca quando afferma che “l'urto tra le civiltà tradizionali e le novità portate dalla civiltà industriale ha un effetto dirompente sulle strutture, che non si adattano alle nuove condizioni”. Il documento, infatti, sottolinea il politologo e storico Roberto Pertici sempre sul giornale del Papa, coglie “il portato di dure lotte e di conflitti sociali, che, in questo nuovo stadio, potevano invece essere evitati.

A questo scopo era necessario abbandonare l'assolutizzazione della proprietà privata tipica del capitalismo liberale, ribadendo la dottrina tradizionale dei padri della Chiesa e dei grandi teologi secondo cui il diritto di proprietà non deve mai esercitarsi a detrimento della utilità comune. Erano quindi possibili, in certi casi:

  •  politiche di espropriazione,
  • il divieto dell'esportazione dei capitali,
  • soprattutto il ricorso a esperienze di programmazione economica, perché "la sola iniziativa individuale e il semplice gioco della concorrenza non potrebbero assicurare il successo dello sviluppo”.

Una ricetta rimasta inascoltata, che Francesco cerca di rilanciare

Una ricetta in larga parte rimasta inattuata che Papa Francesco sta rilanciando soprattutto nei suoi importanti discorsi ai Movimenti Popolari, che della “Popolorum progressio” rappresentano forse i più autentici eredi, impegnati come sono in più di 60 Paesi per esprimere, ha sintetizzato Francesco, “la stessa sete di giustizia, lo stesso grido: terra, casa e lavoro per tutti”.

Espressioni dei "cartoneros" nelle megalopoli latino americane, e dei "campesinos" sotto attacco dalle compagnie che oggi controllano i  latifondi, cioè poveri e periferici, Bergoglio si è congratulato con loro perché continuano “ad aprire strade e lottare”, nonostante “forze potenti” possono “neutralizzare questo processo di maturazione di un cambiamento che sia in grado di spostare il primato del denaro”, questa “struttura ingiusta che collega tutte le esclusioni che voi soffrite”, e “mettere nuovamente al centro l"essere umano”. Il Papa ha ricordato il loro lavoro e le loro rivendicazioni, tra cui “la felicità di "vivere bene”, “la vita buona” e “non quell"ideale egoista che ingannevolmente inverte le parole e propone la "bella vita"”.

“Un mondo - scrive Gianfranco Svidercoschi nel suo libro "Francesco l"incendiario", edito da Tau - dove l'esclusione e la povertà sono esperienze quotidiane, e hanno ispirato al Papa interventi molto forti in tema di giustizia sociale: come quello, nel discorso ai movimenti popolari, sui guasti del capitalismo”. Secondo Svidercoschi, vaticanista di lungo corso e fortunato biografo di san Giovanni Paolo II, “i capi di Stato latino-americani, però, hanno dato l"impressione di voler “appropriarsi” del Papa argentino: per legittimarsi sul piano interno, ma più ancora per farne il loro leader spirituale e, sotto sotto, il loro portavoce politico”.

Insomma, un Papa “terzomondista”. Ma Francesco non accetta di farsi strumentalizzare da nessuno ed infatti afferma, sottolinea Svider: “Non si può abusare dei concittadini”, “vanno servite le persone e non le idee”.

La Popolorum progressio, ha affermato il cardinale honduregno Oscar Rodriguez Maradiaga, oggi al timone del Consiglio dei 9 cardinali che collaborano alla Riforma della Curia Romana, “per la prima volta parlava della necessità della giustizia sociale per un autentico sviluppo.

E quando la Chiesa parla in favore dei poveri c"è sempre qualcuno che le rimprovera di voler fare politica e di entrare in campi che non sono suoi. Riguardo all"accusa di essere marxista, era e rimane ridicola. L"enciclica riprendeva questa celebre frase di sant'Ambrogio:

"Non è del tuo avere che fai dono al povero. Tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché è quel che è dato in comune per l'uso di tutti, ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti e non solamente ai ricchi".

 

E aggiungeva: "Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario".  Un concetto ripreso dalla costituzione conciliare Gaudium et spes, quindi niente di rivoluzionario. Come non era affatto rivoluzionario l'avvertimento del rischio che il profitto venisse considerato il "motore essenziale del progresso economico" e che la concorrenza fosse venerata come la "legge suprema dell"economia".

"Il liberalismo senza freno"

Paolo VI a tale proposito parlava di "liberalismo senza freno". E Francesco martella quasi ogni giorno lo strapotere del "Dio denaro".  Per Bergoglio, come ha detto il 5 novembre scorso ai Movimenti popolari, ricevendoli per la seconda volta in Vaticano, l denaro governa "con la frusta della paura", che è "un buon affare per i mercanti di morte" perchè "ci indebolisce, ci destabilizza, distrugge le nostre difese psicologiche e spirituali, ci anestetizza dei fronte alla sofferenza degli altri e alla fine ci rende crudeli". Mentre, ha concluso con parole che riecheggiano Montini, “il colonialismo ideologico globalizzante cerca di imporre ricette sovraculturali che non rispettano l"identità dei popoli”.