Il messaggio di Francesco contro le armi nucleari

Il Papa incoraggia la Conferenza dell’Onu disertata dalle grandi potenze (e anche dall’Italia e dal Giappone)

Il messaggio di Francesco contro le armi nucleari

“Si vis pacem, para bellum”. Ovvero: “Se vuoi la pace, prepara la guerra”. Questo detto latino deriva da una frase dell’opera sull’arte della guerra “Epitoma rei militaris” di Flavio Vegezio Renato (“Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum”, letteralmente: “Dunque chi aspira alla pace, prepari la guerra”) e rappresenta l’ideologia su cui si basa il comparto militare-industriale in tutto il mondo sviluppato.

Un nodo di potere i cui gangli hanno ramificazioni nei paesi con economie più deboli, nei quali con lo stesso motto si giustifica la distorsione delle risorse per finanziare l’acquisto delle armi mentre le popolazioni soffrono la fame. Un commercio che non solo è immorale ma spesso anche criminale, in quanto le leggi delle nazioni civili non consentono di vendere armi a chi è in guerra.

Una lotta di lunga data

Contro la corsa agli armamenti, che va avanti senza sosta dalla Prima Guerra Mondiale, e che dalla Seconda ha innalzato all’ennesima potenza la sua pericolosità comprendendo le micidiali armi nucleari, Papa Francesco si batte con forza ogni giorno del suo Pontificato, sulla scia peraltro dei predecessori. “La pace e la stabilità internazionali non possono essere fondate su un falso senso di sicurezza, sulla minaccia di una distruzione reciproca o di totale annientamento, sul semplice mantenimento di un equilibrio di potere”, ripete anche nel messaggio indirizzato alla Conferenza dell’ONU finalizzata a negoziare uno strumento giuridicamente vincolante sulla proibizione delle armi nucleari, che conduca alla loro totale eliminazione”, la cui prima parte si svolge in questi giorni a New York.

Verso uno strumento giuridico per le armi nucleari

L’iniziativa rappresenta la prima proposta di accordo internazionale sul tema e per questo è un avvenimento storico, anche se è stata boicottata, proprio in apertura dei lavori, da 40 Paesi (alcuni di essi, per altro, ex sottoscrittori) capeggiati da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina. Anche l’Italia risulta tra gli assenti al Palazzo di Vetro, e manca perfino il Giappone, che è pure la sola nazione che è mai stata colpita da ordigni nucleari (a Hiroshima e Nagasaki). Assenze che indeboliscono la Conferenza e tuttavia il Trattato in discussione avrà comunque un impatto anche sugli Stati che hanno deciso di non partecipare ai negoziati, poiché imposterà norme internazionale di comportamento e contribuirà a cancellare il prestigio politico associato al possesso di armi nucleari, rispondendo in qualche modo alle ripetute provocazioni della Nord Corea.

L'appello di Papa Francesco

Anche se la diplomazia vaticana tiene a distinguere il problema del nucleare dal traffico delle armi chimiche (che teoricamente sarebbero state messe al bando dalla Comunità Internazionale, salvo poi constatare che vengono ancora usate praticamente in tutti i conflitti) e ancora di più dalla produzione e dal commercio delle armi convenzionali (tra le quali vanno comprese anche le bombe a grappolo e le mine anti uomo, spesso camuffate da altri oggetti con il risultato che ingannano e colpiscano soprattutto i bambini anche molto tempo dopo la loro collocazione) Bergoglio ha inquadrato una volta per tutte questo tema nell’ambito della Dottrina Sociale denunciando l’anno scorso, nella visita al Programma Alimentare Mondiale dell’Onu, il fatto che mentre si proclama di volere la pace “sono le guerre e le minacce di conflitti ciò che predomina nei nostri interessi e dibattiti. E così, di fronte alla diversa gamma di conflitti esistenti, sembra che le armi abbiano acquistato una preponderanza inusitata, in modo tale da accantonare totalmente altre maniere di risolvere le questioni oggetto di contrasto. Questa preferenza è ormai così radicata e accettata che impedisce la distribuzione degli alimenti nelle zone di guerra, arrivando anche alla violazione dei principi e delle direttive più basilari del diritto internazionale, la cui vigenza risale a molti secoli fa. Ci troviamo così - ha sottolineato Francesco al Pam il 13 giugno 2016 - davanti a uno strano e paradossale fenomeno: mentre gli aiuti e i piani di sviluppo sono ostacolati da intricate e incomprensibili decisioni politiche, da forvianti visioni ideologiche o da insormontabili barriere doganali, le armi no. Non importa la loro provenienza, esse circolano con una spavalda e quasi assoluta libertà in tante parti del mondo. E in questo modo, a nutrirsi sono le guerre e non le persone. In alcuni casi, la fame stessa viene usata come arma di guerra. E le vittime si moltiplicano, perché il numero delle persone che muoiono di fame e sfinimento si aggiunge a quello dei combattenti che muoiono sul campo di battaglia e a quello dei molti civili caduti negli scontri e negli attentati. Siamo pienamente coscienti di questo, però lasciamo che la nostra coscienza si anestetizzi, e così la rendiamo insensibile”.

"Cerchiamo di essere promotori di una società di pace"

E anche stavolta l’appello che Bergoglio rivolge ai partecipanti alla Conferenza di New York è quello di farsi promotori di una società di pace lavorando con determinazione per promuovere le condizioni necessarie per un mondo senza armi nucleari. Un risultato, sottolinea il Papa, che “richiede processi di lungo periodo, basati sulla consapevolezza che “tutto è connesso”, in un’ottica di “ecologia integrale” poiché il destino condiviso dell’umanità richiede di rafforzare, con realismo, il dialogo e costruire e consolidare meccanismi di fiducia e di cooperazione, capaci di creare le condizioni per un mondo senza armi nucleari.

"Costruiamo un dialogo incentrato sul bene comune"

La crescente interdipendenza e la globalizzazione significano, scrive ancora il Papa nel suo Messaggio, “che qualunque risposta diamo alla minaccia delle armi nucleari, essa debba essere collettiva e concertata, basata sulla fiducia reciproca”. E quest’ultima, conclude, “può essere costruita solo attraverso un dialogo che sia sinceramente orientato verso il bene comune e non verso la tutela di interessi velati o particolari”. Un dialogo dunque che “dovrebbe essere il più inclusivo possibile di tutti: Stati nucleari, Paesi non possessori di armi nucleari, settore militare e quello privato, comunità religiose, società civile, Organizzazioni internazionali”. Mettendo al bando con le armi nucleari anche “quelle forme di recriminazione reciproca e di polarizzazione che intralciano il dialogo invece di incoraggiarlo”, proclamando dunque “la libertà, l’intelligenza e la capacità di guidare e dirigere la tecnologia”, e mettendoci “al servizio di un altro tipo di progresso: più umano, più sociale e più integrale”.