Francesco cura le “piaghe” della Chiesa (e non solo)

Francesco cura le “piaghe” della Chiesa (e non solo)

Prima di dedicarsi alla geniale imitazione del ministro Minniti, che fotografa le contraddizioni del governo italiano in tema di accoglienza ai migranti (verso le quali Papa Francesco ha mostrato inattesa comprensione rispondendo ai giornalisti nel volo di rientro dalla Colombia) l'ottimo imitatore Maurizio Crozza si era prodotto in una altrettanto azzeccata parodia di Bergoglio che nella sua scenetta si affatica a trasportare un frigorifero sulla Salaria con i cardinali che lo lodano ma si guardano bene dal dargli una mano. Entrambi i personaggi risultano molto divertenti e appropriati, ma soprattutto possono aiutarci a capire il momento complicato che attraversa lo straordinario Pontificato iniziato il 13 marzo 2013, due giorni e un mese, cioè, dopo le drammatiche dimissioni di Benedetto XVI.

La "solitudine apparente" di Francesco

L'arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, era arrivato a Roma per il Conclave con un bagaglio leggero, ovvero senza portarsi dietro nemmeno un secondo paio di scarpe. A differenza di tutti i papi degli ultimi 100 anni, inoltre, il neo eletto Francesco non aveva con se neanche un segretario o assistente. Aveva viaggiato da solo da Buenos Aires a Roma e appena eletto ha deciso di non farsi raggiungere dai precedenti collaboratori, che ha ritenuto di non dover distogliere dal servizio di quella che spesso chiama “l’altra docesi”.

Pochi giorni dopo l’elezione, recandosi a Castelgandolfo per incontrare il predecessore, poi, ha ricevuto dalle mani di quest’ultimo il dettagliato rapporto dei tre cardinali (Herranz, Tomko e De Giorgi) che avevano indagato sul caso Vatileaks, cioè sui veleni che avevano contribuito alla conclusione anticipata del pontificato ratzingeriano.

Da allora sono trascorsi più di 4 anni e Francesco ha potuto varare importanti riforme, a cominciare da quella delle cause di annullamento per le quali ha creato un canale extragiudiziario che consente ai fedeli che hanno alle spalle un matrimonio sbagliato di ritrovare la pace della coscienza senza bruciare anni di vita e ingenti somme di denaro, ma proprio per questo gli ha inimicato il mondo dei canonisti, giudici e avvocati, che perdono redditi e potere. E anche loro ci si sono messi ad alimentare  quei veleni che ancora scorrono come un fiume carsico nella Curia Romana. In effetti, al processo precedente al Conclave, quello al maggiordomo infedele Paolo Gabriele, ne sono seguiti, presso il Tribunale della Città del Vaticano altri due: Vatileaks 2 (concluso con la condanna del sacerdote spagnolo Vallejo Balda e della pr Francesca Immacolata Chaouqui) e quello (in corso) per la distrazione dei fondi del Bambin Gesù utilizzati impropriamente per la ristrutturazione del mega attico del cardinale Tarcisio Bertone, un caso che rappresenta un monito chiaro per l’intero collegio cardinalizio chiamato a rinunciare a quel lusso che nei fatti allontana dai poveri e dal Vangelo.

E’ evidente in effetti che non tutti gli interessati abbiano accettato docilmente la “nuova linea”, come dimostra la diffusione in questi giorni di ulteriori veleni attraverso un dossier falso sul doloroso caso di Emanuela Orlandi, chiaramente confezionato da ecclesiastici o comunque da persone molto addentro alla vita della Curia Romana. Ma Francesco non sembra scoraggiarsi o dar segni di cedimento. Anzi continua imperterrito a martellare su quei punti fermi che ha messo come paletti, il primo dei quali riguarda la condotta dei pastori che debbono essere espressione del popolo e non una sorta di principi che vivono lontani dalla gente (come ha denunciato anche nel recente viaggio in Colombia, criticando un episcopato che sembra voler tutelare l’oligarchia e non invece i diritti degli ultimi).

Una chiesa povera e per i poveri

“Come vorrei una chiesa povera e per i poveri!”, confidò Francesco tre giorni dopo l’elezione nel suo primo incontro con i giornalisti. E invece il Papa continua a misurare la distanza (praticamente incolmabile) che c’è tra la Gerarchia e il popolo che questa è chiamata a servire. “Tante volte - ha osservato in una recente omelia a Santa Marta - guardiamo i telegiornali o la copertina dei giornali, le tragedie ... ma guarda, in quel Paese i bambini non hanno da mangiare; in quel Paese i bambini fanno da soldati; in quel Paese le donne sono schiavizzate; in quel Paese ... oh, quale calamità! Povera gente … Volto pagina e passo al romanzo, alla telenovela che viene dopo. E questo non è cristiano. E la domanda che io farei adesso, guardando tutti, anche a me: 'Io sono capace di avere compassione? Di pregare? Quando vedo queste cose, che me le portano a casa, attraverso i media… le viscere si muovono? Il cuore patisce con quella gente, o sento pena, dico ‘povera gente’, e così … '. E se non puoi avere compassione, chiedere la grazia: ‘Signore, dammi la grazia della compassione’!”. “Dio - ha ricordato - ebbe compassione. Dio ebbe compassione: si avvicinò a noi in suo Figlio, e restituì tutti noi alla dignità di figli di Dio. Ci ha ricreati tutti”.

E la Chiesa deve  “fare lo stesso”, prendere esempio da Cristo, avvicinarsi ai bisognosi, non aiutarli “da lontano”, perché c’è chi è sporco, “non fa la doccia”, “puzza”

Francesco quasi non aveva finito di pronunciare queste parole così coinvolgenti che nel suo piccolo Stato si consumava una bella ingiustizia ai danni dei poveri, quelli in particolare che dall’inizio del Pontificato avevano trovato rifugio in zona extraterritoriale, al coperto, nei “propilei” che collegano via della Conciliazione con piazza Pio XII. Cacciati via da un giorno all’altro senza tanti complimenti dalle forze dell’ordine su richiesta evidentemente della Città del Vaticano. Pare che questa brutta soluzione sia stata adottata per venire incontro alle ripetute lamentele dei cardinali che abitano nei palazzi di via Rusticucci e via Pfeifer, in appartamenti dai 300 metri quadrati in su. E che ritengono sgradevole l’odore e la vista della “carne di Cristo”, come il Papa definisce i poveri.

Ma come nel caso delle politiche italiane sui migranti dileggiate da Crozza (basate in effetti su respingimenti che non rispettano il diritto a emigrare, riconosciuto dall’Onu, e in realtà spesso nemmeno quello alla vita) anche lì, nel cortile del Papa, si calpestano i poveri allontanandoli da luoghi dove hanno creato relazioni e nei quali in qualche modo si sentivano protetti.

Basta un solo giusto e Dio non distruggerà la città

Più di una volta, parlando delle patologie della Curia e in genere della vita ecclesiastica, il Papa che le critica severamente e che apparentemente le combatte da solo (ecco l’altra “profetica” parodia di Crozza, quella del frigorifero posto come una croce sulle spalle di Francesco), ha detto che nonostante le tante evidenti contro testimonianze ci sono in Curia, come  in genere nella vita ecclesiastica, alcuni che invece vivono da “santi”. La Bibbia ci racconta della promessa di Dio che non distruggerà Sodoma se vedrà che tra i suoi abitanti c’è almeno un giusto. Ovvio che in Vaticano di giusti ce ne sono parecchi, e se Dio vuole è sufficiente al piccolo Stato quell’unica “cella” del convento dei penitenzieri francescani, attualmente occupata da un monsignore che scaricava immagini pedopornografiche sul suo pc, insensibile al fatto che dei bambini vengono stuprati e uccisi per ottenere il turpe “spettacolo”.  

 



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.
Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.