Cosa ci dicono quelle rose piantate a Sarajevo

Nell’anniversario dell’inizio dell’assedio a Sarajevo sono state piantate 1.601 rose in memoria dei bambini uccisi ed è stata riattivata la funivia per Trebević. Ma nell’istruzione aumenta la segregazione etnica, denunciata a vari livelli. Con una felice eccezione: le scuole per l’Europa promosse già nel 1994 da mons. Pero Sudar, vescovo ausiliario della capitale bosniaca

Cosa ci dicono quelle rose piantate a Sarajevo

Ventisei anni fa iniziava l’assedio di Sarajevo, il più lungo di una città europea in un conflitto moderno: sarebbe durato 1.425 giorni, fino al 29 febbraio del 1996, e avrebbe mietuto 13.952 vittime, di cui 1.601 bambini (in Italia su iniziativa dell’Azione Cattolica dei Ragazzi furono raccolte 134 mila cartoline a sostegno della candidatura dei bambini di Sarajevo al Premio Nobel per la Pace). Nei giorni scorsi, su iniziativa dell’associazione Arboretum-Botanicka Basta, a ricordo di questi 1.601 fiori recisi sono state piantate in varie zone della città 1.601 rose.

Lo hanno fatto i bambini di oggi con le loro mani.

Chi sa se erano serbi, croati o bosniaci

Chi sa se hanno potuto parlarsi e collaborare in questa semina o se anche in quest’occasione sono stati separati, come avviene a scuola, dove sono divisi per nazionalità e istruiti secondo tre diversi programmi scolastici. Una separazione che assume carattere di segregazione in circa cinquanta scuole della Bosnia Erzegovina, dove nella maggior parte dei casi vanno bambini croati e bosniaci, che sono separati all’interno dello stesso edificio (“due scuole sotto lo stesso tetto”), fanno lezione in aule diverse, a cui spesso accedono da ingressi separati, e nei casi più estremi non possono neppure fare la ricreazione insieme, in quanto i cortili sono divisi da recinti per impedire qualsiasi contatto.

Una segregazione denunciata più di un anno fa dall’Ecri, l’organismo antirazzismo del Consiglio d’Europa, che nel terzo rapporto sulla Bosnia ha definito la segregazione etnica in vigore nelle scuole del Paese uno degli elementi che dimostra «la continua mancanza di volontà politica per la costruzione di una società inclusiva»; urlata dagli studenti in varie manifestazioni tenutesi a inizio anno scolastico 2017/2018, in cui ricordavano ai governanti di essere chiamati a costruire il futuro e non a ripetere il passato (famosa la contestazione dei maturandi delle scuole medie di Jajce, che hanno sfilato con uno striscione che recitava “A scuola, alla maturità e per sempre…tutti assieme”); ribadita da autorevoli esponenti della cultura come il prof. Nenad Velickovic, docente di Letteratura serba e fondatore della rivista “Skolegijum”, che sostiene che i bambini e i ragazzi imparano stereotipi gli uni sugli altri e sono destinatari di narrazioni incomplete, false o piene di pregiudizi. Proteste che non hanno riscosso grande successo se da una lingua iniziale, il serbo-croato, siamo passati a tre — serbo, croato e bosniaco, tre varianti di un unico ceppo con leggere differenze — istituite solo per giustificare tre diversi programmi scolastici, grazie ai quali i più piccoli imparano da subito a diffidare gli uni degli altri.

Ma la lingua in realtà è la stessa e dovrebbe servire a unire, non a separare. E la convivenza è la chiave del futuro del mondo. L’unica che funziona. Del resto, la differenza è l’unico modo che abbiamo per essere in contatto con la realtà. Lo ha capito bene mons. Pero Sudar, vescovo ausiliario di Sarajevo, che già nel 1994 — a guerra in corso — si è inventato le scuole interetniche, oggi “scuole per l’Europa”, una realtà unica nel suo genere che attualmente conta quasi 5000 allievi (4.683 gli iscritti nell’anno scolastico 2016/2017) distribuiti in 7 centri e 14 scuole sotto la guida di più di 500 docenti. 

Un’esperienza educativa promossa dalla Chiesa cattolica (e oggi a carico dello Stato, che provvede alla retribuzione del personale educativo e amministrativo e a tutte le spese correnti) ma aperta a tutti, dove i bambini e i ragazzi vivono e imparano insieme e si dividono solo quando c’è l’ora di religione (a ognuno viene garantita la sua confessione — musulmana, ortodossa, protestante — mentre quanti si dichiarano non religiosi fanno un’ora di etica), ma si ritrovano oltre che per tutte le altre discipline anche per l’ora di storia delle religioni.

A dimostrazione che la convivenza vera non omologa, ma si fonda sulla reciproca disponibilità ad accettarsi e a rispettarsi nelle proprie differenze, perché ciascuno è un valore in quanto persona. Ed è importante investire nei più piccoli: devono averlo pensato anche i promotori del portale lanciato da poco  www.devedesete.net (Novanta, come gli anni in cui si è svolta la guerra) nel decidere di mettere a disposizione documentazione extracurriculare in inglese e nelle lingue locali per insegnare le guerre degli anni Novanta in maniera equilibrata e responsabile. Perché è proprio sui banchi di scuola che si costruisce il futuro, ed è nella scuola e nei piccoli che bisogna investire: allora, quando sotto le bombe mons.

Sudar progettò quest’enclave di speranza, che sembrava l’unico modo per poter immaginare un futuro e per preservare il modello di convivenza che storicamente è sempre stata Sarajevo; ora che la guerra non c’è più, ma quel modello sembra fortemente compromesso da un malinteso senso del rispetto dell’identità, principio cardine di tutta la politica amministrativa bosniaca del post-Dayton. Perché i piccoli non mettono etichette, basta guardarli giocale nel cortile del polo scolastico di Sarajevo o di Stup: tutti amano correre dietro al pallone e vogliono fare goal, anche se qualcuno tifa per il Sarajevo e qualcuno per lo Zeljeznikar (ma non mancano i sostenitori del Real Madrid!); tutti amano il burek e sognano di fare le vacanze al mare.

E sono loro che potranno dare alla Bosnia un domani diverso, come hanno già dimostrato i giovani di Jajce. Sempre se in Bosnia decideranno di restare. Per questo motivo la Fondazione Pro sapientia et clementia collegata alle “scuole per l’Europa” assegna delle borse di studio a giovani che fanno l’Università in Bosnia ed Erzegovina, dando la priorità a orfani di uno o entrambi i genitori, a ragazzi e ragazze provenienti da famiglie numerose o vittime di discriminazioni, a figli di disoccupati o in difficili condizioni economiche.

Perché anche domani ci sia qualcuno a coltivare quelle rose piantate ieri nell’anniversario dell’assedio e a continuare a riempire di resina rossa, disegnando delle rose, le buche lasciate sull’asfalto dalle bombe. Per andare oltre ciò che è stato senza dimenticarlo.

Per ripristinare vecchi collegamenti, connessioni che prima della guerra funzionavano. Come la funivia che metteva in comunicazione la capitale bosniaca con la montagna di Trebević che fu distrutta dai serbi e che ieri è stata riattivata. Con grande gioia di tutti i sarajevesi, che sulla montagna da cui i cecchini spararono dal 1992 al 1996 torneranno per le gite fuori porta. Come avveniva prima della guerra.



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