Keith Haring un radical chic? Su assessore, non faccia così

Il nuovo responsabile della cultura di Pisa ha (in un libro) commentato Tuttomondo, un murale dell'artista newyorkese famoso in tutto il mondo. Sui social si è scatenata la rivolta e Buscemi ha fatto marcia indietro. "Un piccolo dibattito sull'arte", ha detto

Keith Haring un radical chic? Su assessore, non faccia così
 Afp
 Tuttomondo, di Keith Haring, Pisa

Pisa, giugno 1989. Keith Haring ha appena compiuto 31 anni ma è comunque già considerato uno degli artisti più importanti del secolo, forse l’ultimo davvero importante di quella cultura Pop(ular), on the road, fino all’esordio di Banksy. A New York conosce Piergiorgio Castellani, diventano amici e quest’ultimo lo invita per qualche giorno di vacanza nella sua città natale, Pisa appunto. Lui accetta e si innamora perdutamente del capoluogo toscano, tant’è che chiede un muro, un muro per lasciare la sua impronta preziosa in quel posto meraviglioso. La parete perfetta è quella immacolata del Convento di Sant’Antonio, in pieno centro storico. Il Comune approva, il parroco è a conoscenza dell’omosessualità dell’artista, ma non importa. Non si può dire di no a Keith Haring, perfino un prete si dimentica di essere prete dinanzi a cotanta grandezza. Si dà il via ai lavori. 

Quattro giorni per popolare 18 metri quadrati di parete (10 metri di altezza per 18 di lunghezza) con i suoi omini, gli omini colorati più famosi della storia dell’arte contemporanea. Keith fa fatica a dipingere, non perché stanco ma perché malato. Sta combattendo in quel periodo Keith, col suo corpo e attraverso le sue opere, con un male che ai tempi significava indiscutibilmente morte: l’AIDS. Tuttomondo vuole chiamare quello splendido muro, un titolo italiano, anzi un titolo, cosa assai rara per le opere di Haring, che racconta l’idea umana del divino tanto quanto la sacralità che quel muro stesso custodisce. Un inno alla pace famoso nel mondo quanto Imagine di John Lennon, ed esattamente come Imagine un’eredità importante da percepire, un messaggio fondamentale, illuminante, di fraternità da decifrare. Sarà l’ultima opera di Keith Haring, che il male si porterà via circa otto mesi dopo; la più importante secondo i suoi diari dell’epoca. L’unica pensata come installazione stabile. Tuttomondo insomma è la lezione che un artista immenso ha voluto lasciarci come ultima e indissolubile.

Pisa, luglio 2018. L’opera di Keith sta sempre lì, in perfette condizioni, restaurata tra il 2011 e il 2012 dalla Fondazione Haring. Diventata ormai a ben ragione uno dei simboli della città, con lo sfruttamento dell’immagine che ovviamente ne deriva. Un’opera quindi che crea anche un flusso di turisti che funge da ritorno economico, e non soltanto di prestigio, per la città. 

Molto però è cambiato da quel 1989. Pisa, una delle capitali rosse di una delle regioni più rosse d’Italia cambia colore. Domina il verde della Lega ora, e assessore alla cultura viene nominato l’attore Andrea Buscemi, che ha un’idea abbastanza precisa di come desidererebbe che fosse la sua città, lo descrive bene in un libro, Rivoglio Pisa, dove a proposito dell’opera di Haring scrive: “A Pisa si dà risalto in tutti i modi (si stampano cartoline e manifesti, magliette e souvenir di ogni tipo, persino tazzine, piatti e bicchieri) per pubblicizzare quel modestissimo e banalissimo murale di ispirazione metropolitana che è Tuttomondo del newyorkese Keith Haring, che qualche mente perversa (e profondamente, grottescamente radical chic) autorizzò una trentina d’anni fa ad essere realizzato sul muro del convento di Sant’Antonio…”. 


Credo che entrare nel merito dell’analisi artistica dell’opera, che definire approssimativa significherebbe utilizzare un eufemismo grosso quanto un muro che nemmeno la buonanima di Haring riuscirebbe mai a dipingere, sia inutile. Ma anche azzardare un’analisi politica si ridurrebbe alla mera cronaca di fattacci di bassissimo livello, di bagarre facebookiane da terza elementare. L’assessore in questione infatti, ha ridimensionato la sua idea all’istante con la coda tra le gambe quando i social lo hanno crocifisso: “LA LEVATA DI SCUDI in difesa del murale di Haring a Pisa mi fa piacere (al netto degli insulti contro di me: ma si sa, i cafoni e gli ottusi sono poco gestibili). Ne è nato un piccolo dibattito sull'arte, inaspettato e ricco di spunti. Ci fa capire che, all'occorrenza, in una città che sembra distratta e appagata, l'arte mantiene il proprio ruolo. Meglio così, viva il murale di Haring! Adesso invito i suoi sostenitori (a cui mi associo anch'io senza riserve) a visitare anche lo splendido affresco sul Trionfo della Morte di Buffalmacco tornato recentemente in Camposanto Vecchio dopo un restauro durato decenni. Un' esperienza emozionante e impagabile. EVVIVA TUTTA L' ARTE!!!”. 

Un dibattito si, caro Buscemi, ma non sull’arte, perché della sua impagabile idea di arte importa poco o niente, e dopo una rapida lettura non ne resta che una macchietta bianca simile in tutto e per tutto a quelle che capita di trovare sul vetro della macchina quando parcheggiamo sotto un albero; l’amaro che resta in bocca deriva dall’accorgersi come la dialettica venga utilizzata a proprio uso e consumo, evidentemente anche politico in questo caso, e un modo di essere, di vedere il mondo, “radical-chic” appunto, possa essere utilizzato come insulto, come un attacco, anche violento.

Come scrive benissimo Helga Marsala sulla vicenda “La tentazione di sfoderare il neologismo più in voga del momento è irresistibile. Dal fronte della destra populista tutto ciò che è vagamente colto, espresso in un buon italiano, progressista, democratico, inclusivo, europeista, anti nazionalista, nonché contrario alla fasulla retorica pro-cittadini, si definisce “radical-chic”. Con l’aggettivo “buonista” perfettamente complementare”. Un “buonismo” che certifica, a questo punto, rispettando le severe regole di grammatica e analisi logica della lingua italiana, l’esistenza del “cattivismo”; attitudine che ribalta dunque la propria essenza e, al grido di “si stava meglio quando si stava peggio!” diventa la strada da seguire.

L’indirizzo che dovremmo tornare disperatamente a cercare. La buona vecchia strada di sempre, quella sulla quale proseguire senza fare troppe domande, senza rompere le scatole, senza curiosità, senza estro, quella dove non ci si dovrebbe perdere mai essendo sempre uguale a se stessa. Il peggio, sicuro e garantito. L’evergreen della stupidità. La strada dove c’è spazio per le mura di Dio, ma di un unico Dio, il Dio più Dio degli altri. Neanche a dirlo, il nostro. Ma non per quelle di un Dio diverso. Non per qualsiasi cosa sia diversa. Che sia un’idea politica, il colore della pelle, una filosofia di vita differente, un gusto sessuale alternativo, una ricetta per la carbonara che non risponde ai canoni prestabiliti. Diverso. Questo è il sinonimo proibito, quello che ci autocensuriamo, quello che tiene sotto scacco la nostra coscienza, che viene tenuto nascosto come polvere sotto il tappeto di milioni di “Non sono razzista ma…”, “Figurati, ho persino un amico gay, ma…”, “A me piacciono le altre culture, mangio Ramen una volta a settimana e la mia filippina è una di famiglia, però…”.

Keith Haring un radical chic? Su assessore, non faccia così
 Wikipedia
 Keith Haring

Diverso. Per fortuna la cultura il concetto di “diverso” lo glorifica, dato che sono stati i diversi, regolarmente, a donare al mondo il nutrimento per le nostre anime da poveracci. Anche quella cultura che diventa vera e propria saggezza metropolitana e ci regala perle che ci aiutano a decifrare meglio la realtà con la semplicità che ne distingue il valore: “Buonista è un termine inventato dagli stronzi, per fare sentire in colpa gli altri di essere meno stronzi di loro.”  



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it