Per Francesco essere santi significa coltivare la gioia

Una riflessione sulla nuova esortazione apostolica del Papa sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo

Per Francesco essere santi significa coltivare la gioia

Dopo Amoris Laetitia, l'esortazione apostolica più discussa della storia della Chiesa, ecco oggi, Gaudete et exsultate («Gioite ed esultate»), la nuova esortazione apostolica di Papa Francesco «sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo»: perché il progetto di cristiano contenuto in Amoris Laetitia può essere vissuto solo se si vive davvero nell'orizzonte della santità e questo vale per tutti: non solo per i cristiani laici (divorziati risposati compresi) ma anche per i preti che devono "discernere" caso per caso. 

Già solo il titolo della nuova esortazione apostolica dice molto. "Gioite ed esultate" messo a fianco della santità significa che essere santi vuol dire coltivare la gioia. Una gioia che non risiede nelle esperienze mistiche o in atti di eroismo e martirio estremo ma nella testimonianza quotidiana, quella di una normalità assoluta che dice come la santità non sia altro che il pieno disvelamento dell'identità di ciascuno, cioè quella rivelazione di se stessi che conferisce a ciascuno la piena dignità del proprio vivere. 

Essere santi, cioè, significa tornare a casa: provare la gioia di trovarsi di fronte all'immagine di sé più autentica e familiare: quella senza corazze, difese o mistificazioni. È la strada che si apre davanti a Pietro quando da pescatore di pesci diventa - anzi, torna ad essere - pescatore di uomini: perché il vangelo ci racconta che Simone, quando era sul mare di Galilea, non andava a pescare da solo ma attorno a sé aveva radunato uomini, amici, compagni d'avventura e di impresa. 

La santità è la strada per cui San Francesco si spoglia davanti al vescovo per trovare davvero se stesso. Non abbraccia il pauperismo ma un "essere vero" fino al punto di potersi presentare nudo, spogliato, vuoto per rivestirsi e riempirsi di un Gesù, pienezza della nostra umanità perché vero Dio e per questo vero Uomo. 

È la medesima dinamica del percorso che inizia dai dieci comandamenti. Essi nascono dalla pietra ma divengono propriamente ciò che sono - guide per la vita - solo quando quelle "tavole di pietra" diventano carne in Cristo: il sigillo cioè di una nuova alleanza tra Dio e un popolo che trova la propria identità quando si mette in cammino e si libera dalla schiavitù dell'Egitto. Perché è solo allorché giunge alla "terra promessa" del corpo di Cristo che la Legge incisa nella pietra diventa scaturigine di vita, cioè veramente se stessa: è allora, quando quel corpo appeso alla croce è abbracciato da Maria nella Pietà, che da esso sgorgano sangue ed acqua. 

La Legge allora abbraccia le profezie di secoli e ambedue - legge e profeti - diventano Parola da seguire per trovare, o meglio, ritrovare, la strada di casa, la strada del Padre. 

La santità infatti - gioia ed esultanza - null'altro è se non riconoscere nella propria vita la verità della filiazione divina: riconoscersi figli, riconoscere un Padre, per questo si gioisce e si esulta. 

Non a caso la nostra vera identità, cioè la nostra vocazione, si rivela quando varchiamo la soglia di una casa: come accadde a Giovanni ed Andrea che credettero quando varcarono la soglia della casa di Gesù, nel momento in cui chiesero al Signore: "Dove abiti?". Ancora oggi il centro della nostra adorazione è il Tabernacolo, che è la casa di Gesù. Lì si trova la fonte dell'amore, della fede, della gioia dell'annuncio.

Gesù si fa cuore che manda discepoli e poi li riunisce attorno a sé quando, stanchi ma felici, tornano per raccontare miracoli e conversioni fatti in nome Suo. Si è santi perché si torna a casa e si riconosce che quella casa è Gesù: si capisce allora davvero perché il santo non può essere un superbo, un supereroe e nemmeno una "eterna faccia da Quaresima": se la casa è Cristo, non sono io che opero, ma lo Spirito Santo che mi guida e mi aiuta nell'accompagnare i miei fratelli a giungere ad essa.



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