I dischetti di plastica che hanno ucciso una Caretta caretta nel Cilento

Il Corriere della sera racconta della fine di un esemplare spiaggiatosi qualche giorno fa. C'entra il mistero dei milioni di filtri riversati in mare un anno fa in Campania, ma anche tutte le nostre cattive abitudini 

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La scorsa primavera chi si avventurava sul litorale laziale, campano, toscano per le prime passeggiate sulla riva non avrà potuto fare a meno di notare la battigia invasa da migliaia, centinaia di migliaia (si scoprirà poi essere milioni) di misteriosi dischetti di plastica. La loro maglia fitta racchiusa in un diametro circolare aveva incuriosito molti e coperto le spiagge, riempito il mare. Furono avvistati mesi dopo anche sulla costa francese e su quella spagnola. Un danno ecologico enorme, come spesso sentiamo, ma che come spesso accade non riusciamo mai a capire fino in fondo. Vederlo, concreto, nella sua assurdità.

Le indagini della Guardia costiera rivelarono qualche settimana dopo che quella plastica arrivò a tonnellate in mare per via della rottura del depuratore del fiume Sele, in Campania. Erano i filtri del depuratore, liberati dalla rottura di un impianto di trattamento mal funzionante. Milioni di filtri. Arrivati (senza filtro) in mare.

Il danno ambientale di incidenti come questo non è mai del tutto comprensibile, si diceva, fino a quando non succede quello che è successo ieri. E cioè che una tartaruga Caretta caretta si sia arenata, appesantita, sfiancata, squarciata nelle parti molli del corpo dalla plastica che aveva ingerito. Le Caretta caretta sono così. Mangiano tutto quello che incontrano. Non ci pensano. Nell’evoluzione della loro specie non era certo prevedibile che i nostri mari sarebbero diventati deposito di materiale di scarto che ne abbiamo fatto. E tra tutto quello che aveva ingerito c’erano decine di quei dischetti.

Quando leggiamo i report sulla situazione dei mari, la quantità di plastica che vi è riversata, le sue percentuali, i suoi rischi, è come se non riuscissimo mai a visualizzare bene quello di cui parliamo. Il mare per molti è qualcosa di distante. Che magari si vive qualche mese l’anno. In estate. Lo vediamo in spiaggia, magari qualcuno in barca, ma il mare, il nostro mare Mediterraneo è davvero invaso dalla plastica.

Chi (come chi scrive) si  immerge ogni mese dell’anno, ogni settimana, e vede la situazione dei fondali, sa che la quantità di plastica che si può vedere incagliata tra le rocce, sotto le corde abbandonate dai pescherecci, è enorme. Buste, bicchieri, bottiglie, contenitori di cibo, di detersivi. È diventata una drammatica costante del panorama subacqueo. Badate, non si parla solo delle zone turistiche. Ma di ogni punto della costa tirrenica o adriatica.

La plastica nell’acqua si disfa. Diventa un pulviscolo. Basta toccare uno dei detriti incagliati da qualche parte e strofinarli tra i polpastrelli per vederli sbriciolarsi e liberarsi in centinaia di particelle. Magari poco visibili al nostro occhio, ma che i pesci ingeriscono, i molluschi filtrano, le tartarughe inghiottiscono.

Dentro la Caretta caretta hanno trovato "un bicchiere monouso da caffè, l'incarto di una confezione di M&M's, un involucro con una scritta in arabo", oltre i dischetti del depuratore del Sele (Corriere della Sera). Quel biglietto, quel bicchiere, vengono da comportamenti di singole persone che hanno preso con troppa leggerezza il fatto di liberarsi del proprio rifiuto gettandolo in mare. La responsabilità è di tutti, generalizzata. E coinvolge tutta la catena dei nostri comportamenti, senza fare sconti a nessuno.



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