Come e perché una scarpa rotta è collegata al consumo energetico

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Se ho una scarpa un po’ rotta, che faccio? La getto via, assieme all’altra ancora buona, e vado in un grande centro commerciale a scegliere, fra le centinaia di tipi di scarpe esposte, quelle che più mi piacciono. Grazie al cielo posso esercitare la mia libertà di consumatore. L’alternativa suggerita da una poesia di Erri De Luca – Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe… – non la prendo neppure in considerazione. Anche perché è difficile trovare un calzolaio, e per di più la riparazione potrebbe costarmi più delle scarpe nuove. In fondo poi cosa c’è di male? È il nostro modello di sviluppo: il consumismo. È la nostra civiltà: la civiltà dell’usa-e-getta.

Il filosofo Umberto Galimberti ha scritto che il consumismo è «il primo dei vizi capitali della nostra epoca». È un modello di sviluppo «che offre un finto benessere basato sulla distruzione delle risorse e lo sfruttamento delle persone». E se invece di farmi abbagliare dal luccichio del consumismo provassi allora a guardare dietro le quinte, per capire come stanno le cose nella loro realtà globale?

Il costo (che non vediamo) di una scarpa nuova

Scoprirei che quelle scarpe nuove appena comprate sono fabbricate usando materiali (plastica, collanti, vernici) che sono ottenuti dai combustibili fossili, consumando energia (elettrica, termica, meccanica, luminosa), anch’essa prodotta dai combustibili fossili. Scoprirei che per fare quelle scarpe si sono prodotte molte sostanze di rifiuto, cui si aggiungono ora le scarpe vecchie che ho buttato. Scoprirei che le belle scarpe nuove forse sono state fabbricate da operai mal pagati e poco tutelati, a volte addirittura minorenni, in Paesi dove l’inquinamento raggiunge spesso livelli insostenibili.

Nel comprare le scarpe nuove ho creduto di esercitare una libera scelta. Però, guarda caso, sono proprio quelle scarpe che secondo uno spot suadente visto alla tv «renderanno felici i tuoi passi». E naturalmente con il nuovo paio di scarpe mi sono portato a casa anche una scatola di cartone e qualche foglio di carta, ottenuti dal legno degli alberi, e un sacchetto di plastica, prodotto ancora una volta con i combustibili fossili. Dovrò sbarazzarmene, e forse non sarò abbastanza scrupoloso da farlo differenziando quei rifiuti.

L'immenso spreco di cibo

Il discorso fatto per il paio di scarpe si applica anche – con problemi ancora più seri di consumo di risorse e produzione di rifiuti – ogni volta che compriamo un computer, un telefonino, un televisore o perfino un prosciutto. Dietro le quinte dei 500 ipermercati italiani, per esempio, si gettano nei rifiuti ogni anno 55.000 tonnellate di cibo che, seppur prossimo alla scadenza, potrebbe essere tranquillamente mangiato.

Il nostro modello di sviluppo è fondato sulla circolarità forzata produzione-consumo: si producono merci per soddisfare bisogni, ma si producono anche bisogni per garantire la continuità della produzione delle merci. Queste devono essere rapidamente consumate per essere sostituite; e poiché non possono essere troppo fragili, altrimenti nessuno le comprerebbe, è sufficiente che sia fragile una loro parte. Così il «pezzo di ricambio» non esiste, o è venduto a un prezzo talmente alto da non rendere conveniente la riparazione.

Se non si sente il bisogno di sostituire un prodotto, questo «bisogno» viene indotto dalla pubblicità che, sostanzialmente, è un appello alla distruzione delle cose che abbiamo per far posto a quelle di nuova produzione. Dove non arriva la pubblicità soccorre la moda, un’altra strategia per vincere la resistenza degli oggetti alla distruzione. La moda rende infatti socialmente inaccettabile ciò che è ancora materialmente utilizzabile. Ogni volta che si usano risorse per produrre un manufatto (come un’automobile) o per mettere in opera un servizio (come riscaldare l’acqua di una piscina) si producono rifiuti, che spesso occupano un volume maggiore rispetto a quello delle risorse che si sono utilizzate. A seconda del loro stato di aggregazione i rifiuti si accumulano come escrescenze sulla superficie della Terra (per poi unirsi alle acque superficiali o profonde, percorrendo spesso molta strada dai punti di scarico) oppure, nel caso siano gassosi, si diffondono nell’atmosfera.

Con il Pil aumentano rifiuti e consumo di energia

Come sappiamo ormai bene, il problema della collocazione e del destino dei rifiuti è oggi sempre più complesso. Alla fine dei processi che generano merci e servizi l’ambiente naturale risulta impoverito del suo contenuto originale e addizionato (brutta parola, ma non possiamo certo dire «arricchito») di una certa quantità di sostanze estranee solide, liquide o gassose. Queste sostanze modificano il suolo, le acque e l’atmosfera, rendendoli sempre meno idonei a servire per le funzioni vitali; e anche a sostenere la stessa economia che, in ultima analisi, vive delle risorse naturali. Purtroppo ogni richiamo a minori consumi, a partire da quelli energetici, contrasta con l’idea oggi dominante – sostenuta da molti economisti e fatta propria dalla maggior parte dei politici – secondo cui è necessario che il prodotto interno lordo (pil) delle nazioni aumenti almeno del 2–3% l’anno. Dimenticano però che un aumento del pil implica un aumento nel consumo delle risorse e nella produzione di rifiuti e che, per il secondo principio della termodinamica, come è impossibile creare il moto perpetuo è anche impossibile avere uno sviluppo infinito sulla base di risorse inesorabilmente finite. Questa è una realtà con cui economiae politica dovranno rassegnarsi a fare i conti.

L’energia è un tema davvero cruciale per capire il mondo in cui viviamo. È la grande disponibilità energetica a permetterci di condurre una vita immensamente più comoda di quella che vivevano i nostri nonni. Allo stesso tempo però il nostro stile di vita può aggravare il degrado del pianeta e compromettere seriamente la qualità della vita dei nostri nipoti. La più grande sfida e opportunità che l’umanità ha davanti, per provare a mitigare i principali problemi che l’affliggono, è quella di mettere a punto nuove tecnologie energetiche sostenibili. Conoscere le leggi fondamentali dell’energia, disporre di alcune informazioni basilari sull’attuale sistema energetico, avere un’idea delle prospettive delle nuove tecnologie può aiutarci a diventare persone più consapevoli e responsabili.

Insomma, la prossima volta che vi si rompe una scarpa potreste essere tentati di portarla a riparare, o magari di provare a ripararla da soli.



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