Uber, la politica non può più lavarsene le mani

Con la decisione del Tribunale di Roma il gigante californiano può operare. Ma rimettere mani alla legge sui trasporti è il banco di prova per capire se l'Italia può essere un Paese moderno

Uber, la politica non può più lavarsene le mani

Il Tribunale di Roma, che oggi ha dato il via libera ‘definitivo’ ad Uber di operare in Italia, ha emesso una sentenza che per almeno due terzi evidenzia il pasticcio normativo italiano che ha scandito 4 anni di scontri durissimi tra i tassisti e gli altri operatori del trasporto non di linea (Ncc, Uber in particolare). Quello che più impressiona della decisione dei giudici, che hano revocato l’ordinanza di ‘blocco immediato’ emessa dallo stesso tribunale il 7 aprile scorso, è che riporta tutto al 1992. L’anno della legge quadro sui trasporti che rimane l’unica normativa che può regolare il settore. Modifiche e contromodifiche fatte da allora sono nulle. 

Piccola storia di una norma pasticciata

Ce ne sono state. Eccome. Nel 2008 per stoppare la concorrenza ai taxi si era introdotto l’obbligo di rientro in rimessa: ad ogni passaggio effettuato, un veicolo che non fosse un taxi doveva partire e rientrare dalla rimessa. Un controsenso logico, un freno evidente alla possibilità di rendere la concorrenza economicamente sostenibile (qui abbiamo spiegato in dettaglio come funzionava). Nel 2008 Uber non era ancora nata (in California è spuntata l’anno successivo, in Italia è arrivata nel 2014). E gli smartphone, gli strumenti che di fatto hanno consentito la nascita del gigante californiano che basa prenotazioni e servizi su una app, non erano ancora così diffusi. La norma infatti, approvata con il governo Berlusconi, era stata fatta per 'colpire' gli Ncc. Ma la sua inapplicabilità (o illogicità) ha fatto in modo che non entrasse mai in vigore, merito anche di una procedura di infrazione dell’Unione europea per violazione del diritto comunitario alla concorrenza. 

Da allora ad oggi (e per oggi si intende 22 febbraio 2017) è stata rimandata la sua applicazione attraverso 9 decreti milleproroghe. Per 9 volte il legislatore se ne è lavato le mani. Per paura dell’Ue, delle proteste dei tassisti, che dal 2014 (anno dell’arrivo di Uber in Italia) si sono fatte sempre più rumorose. A tratti violente. 

Dietro Uber c'è il dubbio se l'Italia sia o no un Paese moderno

Uno stallo normativo imbarazzante. Che non si è curato né dell’impatto sulla società e sull’economia delle nuove tecnologie, né della necessità di regolamentare un mercato consentendo maggiore concorrenza, quindi un maggiore risparmio per i cittadini. Oggi solo il 3% della popolazione italiana usa il taxi. Spessissimo solo chi se lo può permettere, o non ha proprio altra scelta. E l’80% delle corse viene fatto solo nelle grandi città. Cosa succederebbe se una corsa costasse meno? La paura (legittima) dei tassisti è vedere intaccati i loro incassi e perdere mercato a favore della concorrenza. Non solo, la paura più grande è che le loro licenze vengano svalutate (oggi si acquistano per 100, 150 mila euro in una città come Roma). Un problema che Uber Italia ha riconosciuto, proponendo soluzioni condivise per superarlo. A patto di poter operare. 

La sentenza porta dentro tutti questi temi. Nelle 24 pagine si spiega come il ‘pasticcio normativo’ di leggi e controleggi di fatto si annulli a vicenda, lasciando in vigore oggi solo la legge del 1992. E che questa situazione pone “ ‘l’esigenza di un (urgente) intervento del legislatore finalizzato ad una riforma complessiva della normativa del settore in oggetto”. E di una riforma (urgente) ‘che tenga conto sia dell’interesse del consumatore all’incremento dell’offerta reso possibile dai fenomeni di allargamento e diversificazione della relativa offerta, derivanti anche dallo sfruttamento delle nuove tecnologie, sia dell’interesse dei titolari di licenze per l’esercizio del servizio di taxi ad evitare pregiudizi di carattere economico in relazione alla perdita del valore dei titoli abilitativi’. Ovvero le licenze. La sentenza riguarda comunque solo Uber Black. Uber Pop, il servizio del colosso californiano che consentiva a chiunque di accettare passaggi, senza licenze, è e rimane illegale come stabilito dal Tribunale di Milano nel 2015.  

Serve quindi che il legislatore decida. Liberalizzare il mercato, aprirlo, o correre il rischio di rendere illegale tutto ciò che non è taxi. La capacità dell’Italia di cogliere le opportunità (per il mercato, per i cittadini, per dimostrarsi ‘aperta’ alle istanze del digitale che ha già cambiato la vita di tutti) passa da questa scelta. Ed è urgente. 

@arcangeloroc