Ma siamo sicuri che i social siano il luogo adatto per raccontare il proprio dolore?

Il caso della mamma di Nicolina Pacini e degli insulti per i suoi post su Facebook sollevano una questione che va al di là della tv del dolore

nicolina pacini donatella rago social network dolore odio

Ci sono dinamiche che si sviluppano nei social e che sono davvero difficili da capire e accettare. E anche da raccontare. Soprattutto su Facebook dove la quantità di odio che viene quotidianamente riversata non accenna a diminuire ma trova sempre sbocchi inaspettati. Tra i profili più criticati, negli ultimi giorni, c'è sicuramente quello di Donatella Rago, la mamma di Nicolina Pacini, la quindicenne di Ischitella uccisa con un colpo di pistola dall'ex compagno della madre, che poi si è tolto la vita.

Il dolore sui social​

La donna, che vive in Toscana, lontana dai figli, ha seguito la vicenda commentando e postando sulla sua bacheca vari articoli. Da quelli che raccontavano dell'aggressione alla fermata dell'autobus a quelli che annunciavano il ritrovamento del corpo dell'ex compagno, fino alla triste notizia della morte della figlia. E anche subito dopo, in queste ore, ricordando i momenti passati insieme, il carattere e i pensieri di Nicolina, e postando foto per ricordarla. Tutti con commenti molto forti ed empatici. Un modo di vivere il proprio dolore sui social, poco usuale, che ha scatenato l'ira di migliaia di utenti.

Commenti davvero terribili

Leggerli tutti è un'esperienza che sarebbe meglio evitare. Si tratta di commenti, più o meno sgrammaticati, che offendono, giudicano, augurano le peggiori disgrazie possibili. Tra parolacce e ingiurie, c'è chi ha cercato anche di riportare la questione su binari diversi, provando a difendere il diritto di chiunque di vivere la propria sofferenza nel modo più libero possibile. Uno spaccato di crudeltà e impotenza che, esulando dalla vicenda scatenante, mostra ancora una volta la necessità di misure atte ad arginare questi gratuiti, e inarrestabili, fiumi d'odio

Le domande da porsi

Partendo dal presupposto che non sia corretto emettere un giudizio, di qualsiasi tono e forma, quando non si conoscono tutti gli elementi di una storia, sono molte le domande e i dubbi che, da social media manager, mi girano in testa. È lecito esprimere il proprio dolore, pubblicamente, sui social? È lecito essere criticati così aspramente per quello che si scrive su vicende estremamente personali? È lecito insultare un'altra persona, per di più sconosciuta, per un suo comportamento che non riguarda nessun altro che lei? È lecito, metto tutte le carte in tavola, scrivere un articolo di questo genere dando visibilità a tutta la vicenda cercando di sviluppare un "sano" dibattito? È lecito porre dei limiti a tutto ciò?
Solitamente si dice che sia la politica a rappresentare, in toto, la deriva di una società. Io, temo, che in questo ultimo decennio siano i social a descrivere, senza freni, ciò che stiamo diventando.



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it