START, L'INTERLOCUTORE E' PECHINO

START, L'INTERLOCUTORE E' PECHINO
Washington, 10 dic. - Dopo il tacchino del giorno del ringraziamento, per gli Stati Uniti è l'ora dell'"anatra zoppa". Nell'ordinamento statunitense, "lame duck" è il nome della sessione del Congresso che si svolge tra l'elezione dei nuovi rappresentanti in novembre e la sostituzione dei rappresentanti precedenti con i nuovi eletti nel gennaio successivo. Istituzionalmente sempre delicata, questa fase diventa politicamente esplosiva quando le elezioni di novembre ribaltano la maggioranza in una o entrambe le Camere, mentre la vecchia maggioranza – pur se privata della propria legittimità politica dall'elettorato – può tecnicamente ancora legiferare per quasi tre mesi.

 

 

Questo è esattamente lo scenario che Washington si trova a sperimentare in questo momento. Il 2 novembre scorso la maggioranza democratica al Congresso è stata sconfitta, consegnando al partito repubblicano il controllo della Camera dei Rappresentanti e riducendo in modo sensibile la maggioranza democratica al Senato. Proprio al Senato si sta quindi giocando oggi una battaglia cruciale, tra chi preme perché la vecchia maggioranza ratifichi il Nuovo Trattato START con la Russia, e chi si oppone, invocando la necessità di aspettare l'insediamento dei nuovi rappresentanti eletti.

 

 

Cosa rende il Nuovo START tanto polarizzante? Il Trattato, in fin dei conti, è il terzo del suo genere tra Stati Uniti e Russia. La versione attuale limita il numero di testate nucleari a disposizione di Washington e Mosca a 1.550, un limite che è del 74% inferiore a quello dello START 1 del 1991. Anche in termini di vettori di lancio delle testate il limite imposto riduce la dotazione dei due paesi a meno della metà dei vettori consentiti nel 1991. Secondo parte dell'establishment politico e militare statunitense i limiti sono eccessivamente stringenti e rischiano di compromettere la flessibilità delle politiche di difesa a disposizione della Casa Bianca. Sebbene la Russia non sia più un nemico con una dottrina militare (e nucleare) offensiva come ai tempi dell'Unione Sovietica, secondo questi osservatori altre minacce si intravedono all'orizzonte e giustificano l'opposizione al nuovo Trattato. Più o meno esplicitamente la Cina è una (e forse la principale) di queste minacce.

 

 

A rigor di logica la prudenza potrebbe essere segno di saggezza. La Repubblica Popolare Cinese è cresciuta economicamente a ritmi tali da essere diventata nell'arco di trent'anni il primo esportatore al mondo e la seconda economia in termini di PIL aggregato. E' noto che la sua spesa militare cresce a ritmi sostenuti e in termini assoluti sopravanza oggi tutti gli altri paesi del mondo, eccetto gli Stati Uniti. Parallelamente non dovrebbe stupire che Pechino fosse sulla strada di divenire il nuovo, grande competitor di Washington anche in campo nucleare.

 

 

Semplicemente, però, i dati a disposizione negano la validità di questa ipotesi. Potenza nucleare dal 1964, la Cina ha costantemente postulato una dottrina strategica predicata sulla "Non-First Use policy" (NFU). In sintesi, fin dai tempi di Mao, la Bomba doveva fungere da strumento di rappresaglia garantita, non come dotazione offensiva: in caso di attacco, qualsiasi aggressore avrebbe dovuto sapere che Pechino avrebbe potuto causare danni insopportabili colpendo con una testata nucleare il Paese che avesse lanciato per primo un attacco non-convenzionale contro la RPC. Questa consapevolezza avrebbe dovuto garantire alla Cina di non rischiare di subire fenomeni di coercizione da parte di altre potenze che potessero anche solo minacciare l'uso di armamenti nucleari a suo danno. Operando in questa logica – chiaramente asimmetrica – Pechino ha mantenuto a lungo un arsenale nucleare minimo e, per la verità, apparentemente poco efficiente.

 

 

Ancora oggi le stime più abbondanti parlano di 160 testate nucleari nei depositi cinesi. Osservando la dotazione di vettori di lancio, la situazione è altrettanto arretrata. Solo negli ultimi anni si è assistito all'acquisizione di sottomarini capaci di lanciare missili balistici nucleari, mentre rimane critica la condizione dei bombardieri dell'aeronautica militare. Le piattaforme mobili di lancio sono oggetto di un rinnovamento rilevante, che dovrebbe garantire la sopravvivenza delle testate in occasione di un primo attacco offensivo. Non vi è traccia, però, di una postura offensiva, né a una simile evoluzione è lasciato alcuno spazio nella dottrina strategica che la dirigenza cinese ha elaborato a partire dal 1993, quando l'allora Presidente Jiang Zemin indicò come priorità la capacità di vincere "guerre locali in codizioni tecnologicamente avanzate".

 

 

E' quindi essenzialmente alla propria regione che guarda Pechino. Ed è su dotazioni militari capaci di neutralizzare presenze sgradite nelle vicinanze del proprio territorio che si concentra lo sforzo di ammodernamento delle forze armate cinesi. In questo quadro lo sviluppo più preoccupante è il grande numero di missili convenzionali di corto e medio raggio che il Secondo Corpo di Artiglieria (la forza che controlla anche le testate nucleari terrestri) è stato autorizzato a schierare negli ultimi anni. Sebbene queste dotazioni non rappresentino una minaccia diretta per l'Europa o per il territorio americano, esse non contribuiscono a limitare i dilemmi di sicurezza che già da tempo stanno facendo sperimentare a tutta l'Asia orientale una corsa al riarmo alquanto pericolosa. Senza contare che la Russia e gli stessi Stati Uniti mantengono basi militari molti vicine alla Cina (nel caso di Washington, le basi in Giappone e in Corea del Sud sono gli esempi più lampanti).

 

 

Indicare la Cina come un potenziale antagonista nucleare con una postura offensiva o con ambizioni MAD (mutual assured destruction) significa quindi scegliere di rigettare integralmente l'evidenza empirica oggi disponibile. D'altra parte, però, se futuro dovrà esserci per azioni multilaterali di riduzione degli armamenti, Pechino non potrà mancare al tavolo dei negoziati e questi dovranno entrare nel merito delle dotazioni di missili convenzionali a corto e medio raggio. Per quanto sia improbabile che la leadership cinese possa accettare compromessi in materia – vista l'utilità di simili strumenti in caso di conflitto con Taiwan – la stabilità della regione dell'Asia Pacifico (e del poderoso motore di crescita economica globale che essa rappresenta) non consentirà a lungo di mantenere un basso profilo politico in materia.

 

 

 


di Giovanni Andornino

 

Giovanni Andornino è docente di Relazioni Internazionali dell'Asia Orientale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino e la Facoltà di Scienze Linguistiche dell'Università Cattolica del Sacro Cuore; è Vice Presidente di T.wai, il Torino World Affairs Institute.Dal 2009 Visiting Professor presso la School of Media and Cross Cultural Communication, Zhejiang University Hangzhou (PRC), Giovanni è Fellow della Transatlantic Academy del German Marshall Fund of the United States per il 2010.Giovanni è General Editor del portale TheChinaCompanion (www.thechinacompanion.eu), specializzato in politica, relazioni internazionali ed economia politica della Cina contemporanea. Dal 2007 coordina TOChina, l'unità di lavoro sulla Cina attiva presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino (www.to-asia.it/china).
 
La rubrica "La parola all'esperto" ha un aggiornamento settimanale e ospita gli interventi di professionisti ed esperti italiani e cinesi che si alternano proponendo temi di approfondimento nelle varie aree di competenza, dall'economia alla finanza, dal diritto alla politica internazionale, dalla cultura a costume&società. Giovanni Andornino cura per AgiChina24 la rubrica di politica internazionale.

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