Senior Partner di The European House-Ambrosetti.

Senior Partner di The European House-Ambrosetti.
Già da qualche anno il governo cinese ha inaugurato la politica "Verso l'Ovest", per sviluppare quelle zone che erano tradizionalmente meno industrializzate. Che prospettive vede?

Le opportunità sono enormi. Per spiegarle meglio mi servirò di un aneddoto: circa un anno e mezzo fa mi trovavo a colazione con il sindaco di Chongqing insieme a una delegazione di altissimo livello, con noi c'era anche un sindaco italiano vicepresidente dell'ANCI, l'Associazione Nazionale dei Comuni Italiani.  All'epoca in Italia si iniziava a discutere del taglio dei budget ai comuni e il sindaco italiano chiese informazioni sulla situazione al suo collega cinese. Anche il sindaco di Chongqing, una città di 32 milioni di abitanti, si lamentò: "Il governo centrale ci dà pochissimi soldi – disse - io per i prossimi anni ho solo 147 miliardi di dollari da investire". Il sindaco italiano, ovviamente, sbiancò: anche tenendo conto delle differenze di dimensioni si tratta di una cifra enorme, e si può dire la stessa cosa per tutto l'ovest. Sulle province occidentali della Cina ci sono due cose che vorrei che accadessero; la prima mi sembra probabile mentre, pur sperando nella seconda, quest'ultima temo che sia più difficile.  Mi auguro che le aziende italiane che sono già in Cina si spostino verso l'ovest, e credo che lo faranno perché hanno già intuito quello che sta per succedere. Il secondo evento che auspico, ma temo che non succederà, è la creazione di un gruppo italiano che offra ai cinesi un pacchetto completo. Si tratta di un'opportunità enorme per il sistema- Italia, definizione che detesto perché abusata, ma che rende l'idea. Il mio sogno è di vedere una cinquantina di imprenditori e qualche politico italiano che tutti insieme si recano in queste province e affermano chiaramente: "Noi nei prossimi dieci anni saremo qui, vogliamo investire qui". L'occasione sarebbe immensa su più fronti, dalla produzione agli ospedali all'ambiente, per un vantaggio collettivo. Noi siamo pronti domani mattina a fare da advisor per una missione del genere, abbiamo i piani pronti. Peccato che non abbiamo trovato qualcuno che ci ascolti. Almeno finora.

Strategicamente, molti tendono a suddividere le città cinesi per fascia, mentre secondo altri si tratta di una classificazione datata. Si tratta di strumenti utili per le imprese italiane in Cina?

Prima di segmentare le città, parlerei di aree geografiche: l'Italia è molto presente sulla costa, mentre adesso grandi opportunità si stanno spostando verso il centro e, appunto, verso l'ovest. Nella nostra esperienza l'errore che gli italiani commettono è quello di arroccarsi in una zona geografica, ma in realtà la Cina va affrontata tutta,  prima o poi,: e il "prima" è meglio del "poi". Il rischio è che il tuo prodotto venga copiato (e non sto parlando di contraffazioni illegali), e nel giro di poco ci si ritrovi non solo con tutto il resto della Cina occupato - perché il tuo prodotto viene venduto a prezzi inferiori - ma anche con la roccaforte che ti eri scelto completamente assediata dai concorrenti. Anche per una media azienda penetrare in tutta la Cina è fattibile; non occorrono grandi strutture, ma ci vogliono tempo e denaro da investire sulla rete commerciale e, in un secondo momento, in quella logistica. Le aziende italiane che sono riuscite a espandersi hanno poi ottenuto risultati straordinari. Quella della classificazione per fasce, poi, è una classificazione ufficiale del governo cinese basata essenzialmente sulla popolazione, ed è utile perché in un paese gerarchico come la Cina, le azioni di lobbying col governo devono tenerne conto. Altre classificazioni socio-demografiche più raffinate servono sicuramente, ma soprattutto alle grandi aziende di beni di consumo.

Nel vostro studio del 2005 "Le Città dei Creativi" avete indicato Shanghai come una delle quattro future capitali mondiali, soprattutto per la sua capacità di attrarre talenti. In che cosa consiste questa sua capacità?

Shanghai è molto creativa; il motivo per cui la inserimmo nella lista delle potenziali capitali del mondo è che la sua leadership è dotata di  una visione strategica molto forte.  L'amministrazione della municipalità, ad esempio, col progetto "Creative Shanghai" ha messo insieme tutte le attività "brain intensive" creando 75 parchi della creatività; si tratta di incubatori mono settoriali in cui si possono trovare aziende che coprono completamente tutte le fasi necessarie per quel settore, ad esempio computer animation, o programmazione, eccetera. In Occidente percepiamo la Cina come la fabbrica del mondo, ma i cinesi ambiscono a diventare i designer del mondo, e sarà un passaggio velocissimo. Il pragmatismo cinese si basa proprio su questo:  non ha valori fissi, ma l'abilità mostruosa di far diventare cinese ogni cosa. Per inserirsi su questa scia l'Italia dovrebbe mettere in campo alcune capacità tipica del nostro carattere nazionale, come la flessibilità, che forse non possediamo più.

Un recente rapporto della Camera di Commercio dell'Unione europea sostiene che da qualche tempo la Cina stia innalzando barriere protezionistiche, tariffarie e non. Secondo lei corrisponde a verità? E queste barriere riguardano da vicino le imprese italiane?

Non ho fatto un'analisi puntuale delle barriere: la nostra expertise è di tipo strategico . Ma chi è senza peccato scagli la prima pietra, e l'elenco dei peccati dell'Unione europea e degli USA in questo campo sarebbe lungo. Molto più cogente, molto più interessante dal mio punto di vista è la questione delle singole aziende: le aziende italiane si sono basate e continuano a basarsi su un modello di esportazione pura, e quindi sono altamente sensibili a qualsiasi barriera tariffaria. Gli stati si difendono dalle importazioni, ma raramente dagli investimenti diretti: se le aziende che adesso stanno subendo gli effetti di queste barriere avessero investito prima in Cina, adesso non solo non ne sarebbero danneggiate, ma sarebbero anche avvantaggiate dalle agevolazioni che il governo cinese concede a chi investe qui.

Potrebbe indicare tre caratteristiche che un'impresa italiana deve possedere per ottenere successo in Cina?

La prima è una visione strategica forte;  e in questa visione deve percepire la Cina non solo come uno dei tanti paesi in cui essere presenti, ma come il futuro centro del mondo dove non si può non essere presenti. La seconda è una grande apertura intellettuale e mentale, mista all'umiltà: ho conosciuto famosi imprenditori del mobile che si rifiutavano di adattare le sedie al mercato giapponese - dove tradizionalmente sono più basse - perché ritenevano che quello che va bene nel resto del mondo potesse andare bene anche in Giappone. Questo è il modo sbagliato: bisogna adattarsi alla Cina, senza perdere la propria identità. La terza caratteristica risiede nella volontà di investire davvero in poche risorse di alto valore. Non si possono mandare in Cina solo i manager "abbastanza bravi": la Cina richiede il meglio.

Antonio Talia