SE IL SISMA AVESSE COLPITO LA CINA?

SE IL SISMA AVESSE COLPITO LA CINA?
Milano, 25 mar. - Terremoto, occasione di riflessione. Come la maggioranza dei Paesi che hanno assistito alla tragedia giapponese e agli incidenti nelle centrali nucleari di Fukushima, anche in Cina, a poche ore dal disastro, ci si è cominciati a interrogare su cosa sarebbe successo in patria se un sisma di entità simile avesse colpito il proprio territorio.

 

 

Che gli standard di sicurezza degli edifici cinesi siano pericolosamente bassi lo dimostrò nel 2008 il terremoto del Sichuan, che rase al suolo intere città tra cui costruzioni pubbliche come scuole e ospedali, definiti poi tra le polemiche "palazzi di tofu" per la loro scarsa resistenza. Ecco perché i giornalisti cinesi da alcuni giorni si stanno soffermando sulla questione della "anquan", la sicurezza, degli edifici pubblici.

 

 

Sull'onda del dramma appena consumato, il 14 marzo la redazione del Xin Jing Bao firma un editoriale che punta sull'aspetto "didattico" del terremoto, producendo commenti simili a quelli apparsi anche sulla stampa nostrana. "Il terremoto dell'11 marzo ha ferito profondamente il Giappone e avrà ripercussioni diverse nei diversi Paesi del mondo. Gli interventi di soccorso stanno continuando e anche la Cina sta facendo la sua parte. Ma per il nostro Paese, oltre che agire tempestivamente per dare aiuto, è urgente riflettere con attenzione su ciò che il terremoto giapponese insegna".

 

 

Secondo la redazione del Xin Jing Bao, "alcuni esperti sottolineano che la Terra sta rientrando in una fase di attività, come era successo nel 2004 dopo il terremoto che provocò lo tsunami nell'Oceano Indiano. Solo nel 2010, in tutto il mondo sono stati registrati 28 terremoti di grado superiore al 7. […] Questo vuol dire che non si può più sottovalutare l'importanza della prevenzione in ogni area".

 

 

Il commento si sofferma sull'incidente di Fukushima: "Oltre all'incredibile forza distruttiva naturale di questo terremoto, ciò che spaventa le persone sono le conseguenze della fuoriuscita di materiale radioattivo. Le nostre autorità per l'energia nucleare hanno detto che i reattori cinesi di terza generazione sono molto più sicuri di quelli di seconda generazione usati in Giappone e che non bisogna avere paura. La forza distruttiva del terremoto dell'11 marzo, tuttavia, ci ricorda che per prevenire i disastri non basta né essere preparati psicologicamente, né avere strutture ritenute adeguate".

 

 

In Cina, però, mancano anche questi ingredienti: "La calma e l'ordine mostrati dai giapponesi di fronte al terremoto sono il risultato di una preparazione tanto materiale quanto spirituale formata nel corso di anni. Nelle scuole e nelle aziende, la preparazione ai terremoti è una routine. I giapponesi hanno sviluppato anche molte buone abitudini antisismiche: nelle case, ad esempio, gli armadi vengono fissati al muro per evitare che crollino ferendo le persone in caso di terremoti. Anche in Cina le calamità naturali avvengono di frequente, perciò anche noi dobbiamo mettere in agenda la diffusione della conoscenza e la formazione antisismica. Il terremoto giapponese è stato una calamità che riguarda tutto il genere umano. Anche noi dobbiamo trarne una lezione ".

 

 

Sul fronte della sicurezza delle costruzioni, il Xin Jing Bao nota come "tutti gli edifici giapponesi sono progettati per resistere a terremoti superiori ai 7 gradi della scala Richter e gli edifici scolastici a terremoti di 10 gradi. I fatti hanno dimostrato come la resistenza degli edifici giapponesi abbia avuto un ruolo fondamentale nel limitare i danni del terremoto".

 

 

Dopo il sisma di Wenchuan, nella provincia del Sichuan, "anche la Cina ha cominciato a considerare di estrema importanza aumentare la resistenza antisismica delle scuole e di alcuni edifici pubblici. La città di Pechino quest'anno ha messo in previsione un investimento di due miliardi di yuan per questo. Investimenti di questo genere sono indispensabili soprattutto nelle aree a rischio sismico elevato, come lo Yunnan, il Guizhou, il Sichuan".

 

 

Ma dove si possono trovare i soldi per farlo? E perché in Cina esistono ancora tanti edifici ben lontani dagli standard di sicurezza giapponesi? Su queste domande si sofferma, il 21 marzo, l'editorialista Xiong Bingqi sullo Yanzhao Dushi Bao. "Il 18 e 19 marzo - scrive Xiong - Wen Jiabao si è recato nell'area sismica di Yingjiang, nella provincia dello Yunnan, e nel suo discorso ha sottolineato la necessità di costruire scuole e ospedali più sicuri e stabili. Dal 2001, il nostro Paese ha avviato un programma di messa in sicurezza delle scuole elementari e medie. Nel 2003 è stato avviato un secondo progetto orientato in particolare alle scuole delle aree rurali, investendo a livello nazionale sei miliardi di yuan con l'obiettivo di eliminare completamente gli edifici scolastici a rischio crolli nelle aree rurali".

 

 

Secondo Xiong, però, non tutti gli edifici di questo tipo stanno scomparendo e "il problema è innanzi tutto economico: secondo le norme vigenti, dovrebbero essere i governi locali a fornire le risorse per la messa in sicurezza delle scuole elementari e medie, ma per l'allocazione di questi fondi essi dipendono dalle autorità provinciali. Purtroppo, questi nella realtà danno ben pochi soldi per le ristrutturazioni. Toccherebbe allora ai governi di contea farlo, ma poiché questo non succede, non rimane che chiedere alle autorità di città e villaggio e alle stesse scuole di risolvere la situazione da soli".  Il risultato è che "alcune scuole a rischio crollo, non riuscendo a ottenere i fondi per le ristrutturazioni, devono accettare di rimanere come sono".

 

 

Per venire a capo di questa situazione, secondo Xiong bisognerebbe "rendere più chiara la responsabilità finanziaria delle autorità provinciali nella pianificazione e nella costruzione degli edifici scolastici» e, soprattutto, neutralizzare tutti i soggetti che hanno interessi diversi dalla sicurezza pubblica. "Per costruire scuole più solide è necessario che le fasi di pianificazione, appalto, lavori, vigilanza e controllo non abbiano ombre. Secondo l'attuale sistema di gestione degli edifici scolastici, sono il Ministero dell'educazione e l'autorità scolastica centrale ad avere in mano il potere. In una situazione simile, la probabilità che nascano comunioni di interessi e scambi di favori tra questi soggetti è tutt'altro che trascurabile".

 

 

La soluzione, per Xiong, starebbe nientemeno che in un sistema di gestione democratico. Almeno a livello di istituto: "Perché prenda forma una sistema di controllo e supervisione efficace, è necessario che le scuole siano gestite in modo democratico (minzhu guanli). Il comitato dei genitori, rappresentante degli interessi degli studenti, potrebbe così partecipare al processo di trasformazione e costruzione della scuola, portando a una gestione trasparente della progettazione, dell'appalto, dei lavori, della supervisione e dei controlli ed evitando così collusioni nocive".

 

 

di Emma Lupano

 

Emma Lupano, giornalista professionista e dottoranda di ricerca sui media cinesi, cura per AgiChina24 una rassegna stampa bisettimanale volta a cogliere pareri autorevoli di opinionisti cinesi in merito a temi che si ritengono di particolare interesse per i nostri lettori

 

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