Regista cinese, vincitore del Leone d'Oro alla 63esima Mostra del Cinema di Venezia con "Brava gente delle Tre Gole"

Regista cinese, vincitore del Leone d'Oro alla 63esima Mostra del Cinema di Venezia con "Brava gente delle Tre Gole"
Shanghai, 02 set. - AgiChina24 ha intervistato Jia Zhangke, regista del Film "Brava gente delle Tre Gole" vincitore del Leone d'Oro alla 63esima Mostra del Cinema di Venezia.

 

L'11 agosto scorso, in occasione dell'evento "Metti una sera, a Shanghai, a tavola con Marco Polo", è stato insignito del riconoscimento come "Attore dello scambio permanente di arte, cultura e secolare e perenne amicizia tra i popoli della Cina, di Venezia e del Veneto". Quali sono state le sue emozioni?

 

Sono molto onorato di aver ricevuto il riconoscimento, che considero un gesto di amicizia e un simbolo di scambio culturale. A partire dagli anni '80 Venezia ha accolto numeroso artisti cinesi, fornendo loro un palcoscenico dove poter esibire il proprio lavoro davanti ad un pubblico internazionale. Rispetto alla mia carriera di regista, Venezia ha avuto un ruolo chiave perché vi sono stati presentati ben cinque dei miei nove film. Per questo il mio legame con la città è molto forte. Inoltre Venezia mi piace molto. È sicuramente la città non cinese che conosco meglio e mi sento un po' veneziano.

 

Venezia e la sua Mostra del Cinema come trampolino di lancio per lei e numerosi altri giovani artisti cinesi: è questo il senso della sua precedente affermazione?

 

Sì, proprio così. La Mostra del Cinema di Venezia – di per sé – è un appuntamento su cui si concentra l'attenzione di un pubblico internazionale selezionato; inoltre, grazie al lavoro del direttore Marco Müller, è un appuntamento di grande valore sia per l'industria cinematografica che per la cultura cinematografica. Nella scelta dei film in programma,  Müller è equo e imparziale – seleziona infatti sia le pellicole d'autore che i film più commerciali –; ed è sempre alla ricerca di giovani talenti internazionali, provenienti dai Paesi più disparati.

 

Ha affermato che Venezia le piace molto. Qualcosa in particolare? Perché?

 

La prima ragione per cui mi piace Venezia è che una città d'acqua. Nella tradizione cinese, l'acqua simboleggia il trascorrere del tempo ed è simbolo di saggezza; il luogo ideale quindi per trovare l'ispirazione. Personalmente ritengo che Venezia sia una città unica nel suo genere, mi piace camminare lentamente tra le sue strette calli che sbucano nei piccoli cortili e attraversare i suoi infiniti ponticelli. L'unico rammarico è che non ci sono mai stato d'inverno. Tutte e sei le volte che mi ci sono recato, era estate.

 

Ancora una domanda su Venezia. Il primo settembre si è aperta la 67esima edizione della Mostra del Cinema, e la giornata del 3 settembre sarà dedicata al Maestro John Woo, che riceverà il Leone d'Oro alla carriera. Secondo lei, quale l'importanza di quest'edizione per le produzioni cinesi?

 

Credo che quest'edizione sarà particolarmente significativa per la Cina. Oltre al riconoscimento assegnato a John Woo, il 'kungfu thriller' "Detective Dee and the Mystery of the Phantom Flame" del regista hongkonghino Tsui Hark è in concorso. È la prima volta che Tsui Hark partecipa alla manifestazione; lo reputo un ottimo regista e il genere del suo film è squisitamente cinese. Parallelamente, sempre in concorso ma nella sessione 'Orizzonti', ci sono due documentari cinesi. Trattasi di "Reconstructing Faith" e "Crust". Anche in questo caso spero che Venezia funga da vetrina, per dimostrare al pubblico internazionale che la qualità dei documentari cinesi – spesso produzioni indipendenti – sta crescendo.

 

 

Quest'anno, al Festival di Cannes lei ha presentato un nuovo film "I wish I knew" (Hai shang chuan qi). Originariamente concepita per l'Expo di Shanghai, la pellicola racconta il cambiamento della metropoli tra il 1933 e il 2010 attraverso gli occhi e i racconti di diciotto personaggi. Ci potrebbe presentare il significato dell'opera?

 

Per me "I wish I knew" è un film molto importante, dal significato profondo. La Cina vive oggi un'epoca di sviluppo dinamico e Shanghai rende al meglio la velocità di questo cambiamento. Per fare spazio al nuovo, molte abitazioni tradizionali sono state rase al suolo e molti monumenti storici importanti sono stati dimenticati. In questo momento particolare – mi riferisco al fatto che Shanghai ospita l'Expo – la città poi è letteralmente proiettata verso il futuro. In contrasto con questa tendenza, attraverso il mio lavoro, ho desiderato richiamare l'attenzione verso il passato e verso la cultura tradizionale propria del popolo cinese. È un invito a non dimenticare da dove veniamo, e a proteggere le nostre tradizioni affinché non scompaiano nel vortice dei cambiamenti che caratterizzano la nostra realtà contemporanea.

 

Lo slogan dell'Expo è "Better City, Better Life". Quale a suo avviso il contributo che il (suo) cinema può apportare alla società?

 

A mio avviso, lo slogan "Better City, Better Life" si realizza solo a condizione che il rapporto tra i cittadini sia equo e paritario e che le relazioni interpersonali siano basate sul rispetto reciproco. Attraverso i miei film cerco di trasmettere questo messaggio e credo che proprio questo sia il maggiore contributo che i miei film possono apportare alla società.

 

Lei è annoverato tra la sesta generazione di registi cinesi. Le chiederei di avanzare qualche previsione su quelli che potrebbero essere i contenuti dei film della prossima generazione. In seconda battuta, secondo lei, il fulcro dell'industria cinematografica cinese rimarrà Pechino? Oppure pian piano l'industria cinematografica si svilupperà anche in altri centri?

 

Riferendoci ai registi più giovani, quelli che potrebbero essere apostrofati come 'settima generazione', credo sia difficile fare delle generalizzazioni. Mentre i registi della quinta generazione hanno tutti provato sulla propria pelle l'esperienza della rivoluzione culturale e i registi delle sesta generazione hanno tutti vissuto il 1989, i registi della 'settima generazione' hanno fatto esperienze diverse. Sono i figli unici, cresciuti nell'epoca del boom economico che la Cina ha registrato negli ultimi decenni e le strade che hanno imboccato sono molteplici. Ciò che accomuna le loro esperienze è il fatto di non aver avuto né fratelli né sorelle, quindi di aver vissuto un'infanzia in 'solitudine' seppur con maggiori mezzi economici. Sono convinto che se questa generazione saprà esprimere i propri sentimenti e dare voce alle proprie emozioni, ci sarà una nuova evoluzione nella cinematografia cinese. Per quanto riguarda la diffusione della produzione cinematografica, sono sicuro che Pechino dovrà condividere il primato con altre città. Il fenomeno è già in atto: in diverse province cinesi – ad esempio nello Yunnan, nel Sichuan e nella zone Nord orientali – numerosi giovani registi propongono le proprie opere indipendenti. A fianco di queste, alcune regioni interne, oggi più arretrate rispetto alle città della costa, potrebbero rivelarsi centri dinamici. Alcuni registi potrebbero affrontare tematiche come le difficoltà quotidiane, la pressione sociale, gli sforzi per inseguire i propri desideri e le proprie aspirazioni. Anche Shanghai avrà un ruolo di spicco, o meglio riacquisterà il ruolo che aveva negli anni '20 e '30, quando la città era il cuore della produzione cinematografica. La leadership che Pechino ha avuto in seguito deriva dal fatto che è la capitale ed è la sede degli organi governativi, così come di quelli che si occupano di fare cinema.

 

Recentemente sulla stampa cinese sono apparsi diversi articoli a riguardo di una possibile internazionalizzazione dell'industria cinematografica cinese, magari in partnership con alcuni case cinematografiche di Hollywood. Qual è la sua posizione a riguardo? Quali potrebbero essere i benefici di tali collaborazioni?

 

Personalmente non credo che queste collaborazioni avverranno molto presto, perché purtroppo l'industria cinematografica cinese è ancora immatura e il livello della produzione cinematografica cinese è mediamente ancora piuttosto basso. Ad essere sincero, non credo inoltre che l'industria cinematografica cinese ne trarrebbe grande beneficio. Temo infatti che la collaborazione equivarrebbe a uniformare la produzione cinese a quella di Hollywood, perdendo i valori e i contenuti tipici della cultura cinese.

 

Quest'anno, nel mese di giugno, all'International Film Festival di Shanghai, il film "Baciami ancora" di Gabriele Muccino si è aggiudicato i premi per miglior film, migliore sceneggiatura e migliore attrice protagonista con Vittoria Puccini. Un segno che il pubblico cinese apprezza i film italiani?

 

Non c'è dubbio che il pubblico cinese apprezzi il cinema italiano. Molti sono fans dei classici italiani, come i film di Rossellini, ma numerosi sono anche i fans dei registi contemporanei, quali Nanni Moretti. In Cina attualmente ogni anno si possono importare soltanto 20 film stranieri. Questo è il vero problema. Se si sviluppasse un mercato cinematografico libero e indipendente, entrerebbero molti più film, soprattutto italiani e francesi e non soltanto hollywoodiani.

 

Quali i suoi progetti futuri? Sta lavorando ad un nuovo film?

 

Sì, sono già al lavoro su una nuova pellicola, dal titolo Zai qing chao. Una storia che risale alla dinastia Qing e che è girata nella provincia dello Shanxi, la regione dove sono nato.

 

Quando uscirà?

 

Spero l'anno prossimo.

 

 

di Giulia Ziggiotti

 

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