Presidente del Chinese International Affairs Center della Graduate School of International Relations and Pacific Studies dell'Università della California e autore di "Growing out of the plan"

Presidente del Chinese International Affairs Center della Graduate School of International Relations and Pacific Studies dell'Università della California e autore di "Growing out of the plan"

Milano, 12 nov. – AgiChina24 ha intervistato Barry Naughton, in Italia per partecipare al convegno "Dentro il 'Modello Cina': quadro politico e sviluppo economico" promosso da AgiChina24 in collaborazione con Studi Orientali (la Sapienza), Gei e Ispi il 3 novembre scorso.

 

Qual è il suo giudizio sulla mossa della Federal Reserve? L'alleggerimento quantitativo avrà un effetto positivo sull'economia americana e sull'economia globale, oppure – come sottolineato da Tom Hoenig della FED e da alcuni adviser della banca centrale cinese – si tratta di un gioco pericoloso?

 

 

 

Non lo definirei un gioco pericoloso; la riterrei piuttosto una politica che non è detto produca gli effetti sperati. Quello che sappiamo è che esiste il rischio che gli Stati Uniti vadano incontro ad altra recessione; questo avrebbe un costo molto elevato che la FED vuole evitare in tutti i modi. E' quindi una politica fondata che ovviamente alla Cina non piace. Di regola le autorità monetarie agiscono nell'interesse economico del proprio paese tenendo conto anche delle ripercussioni sul sistema economico mondiale; la soluzione migliore per il mondo sarebbe una maggiore rivalutazione delle divise: il valore del dollaro dovrebbe scendere, il valore dello yuan salire e anche quello dello yen giapponese dovrebbe probabilmente scendere.

 

Nel mondo di oggi riscontriamo un processo di rapida crescita nelle economie a reddito medio e una crescita lenta nei paesi sviluppati. In altre parole, l'Occidente cresce lentamente. La mossa della FED s'inserisce all'interno di questo quadro con l'intento non tanto di bilanciare il tasso di crescita tra i paesi ricchi caratterizzati da bassa crescita e quelli in via di sviluppo caratterizzati da crescita elevata, ma di ridurre il gap di 50 punti percentuali e riassestare gli equilibri internazionali.

 

Questa politica presenta dei rischi? La risposta è sicuramente sì. Questo tipo di politica che mira a creare aspettative inflazionistiche conduce a una svolta; quando le aspettative inflazionistiche si incrociano con un mercato in cui gli asset stanno aumentando di valore  dobbiamo aspettarci un aumento del tasso di interesse, al quale segue una diminuzione del valore delle azioni. Il punto di svolta potrebbe quindi configurarsi in un periodo di grandi sconvolgimenti.

 

 

E' in corso una Guerra di valute o dobbiamo affrontare la questione valutaria con un piglio meno emotivo?

 

 

Oggi sappiamo che una valuta sottostimata garantisce un vantaggio competitivo nei mercati obbligazionari. La cosa sorprendente è che al tempo stesso i paesi si vantano di avere una moneta forte; negli ultimi 60 anni, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, non abbiamo mai assistito a fenomeni di svalutazioni competitive tra paesi. Questa è la prima volta. E oggi questo atteggiamento costituisce un problema. Reduci da una grave recessione, in una situazione in cui la domanda scarseggia e vi è una corsa all'accaparramento delle fonti energetiche, s'intravede il rischio di un inevitabile conflitto di interessi nel mercato valutario. Mi auguro che questi vettori contrastanti non sfocino in una guerra di valute; i paesi hanno ancora soverchianti interessi comuni da tutelare. Ma un'incrinatura non è del tutto da escludersi.

 

 

Se scoppiasse un conflitto di valute, chi sarebbe il vincitore?

 

 

Le guerre insorgono solo quando i paesi valutano in modo errato il proprio potere. Le guerre sono irrazionali; solo Cina e Usa non sono nella posizione di dover per forza raggiungere un accordo sulle regole da seguire, sono le due potenze meno simbiotiche. La questione da porci è capire se gli attriti tra le due potenze si siano in qualche modo attenuati; la risposta è, non ancora, ma quasi. Vinti o vincitori? Bisognerebbe anzitutto definire cosa significa essere vincitore. Penso che una politica monetaria allentata potrebbe avvantaggiare la Cina nel breve periodo; la Cina si sta dando la zappa sui piedi nell'impedire un maggiore apprezzamento dello yuan.

 

 

Qual è la reazione cinese all'alleggerimento quantitativo deciso dalla Fed? Sono arrabbiati, spaventati, o alla ricerca di una tregua?

 

 

Sono sicuramente arrabbiati perché possedendo una grande quantità di riserve valutarie in dollari e temono che questa mossa possa provocare una ricaduta sul valore dei loro assets. Chiunque dotato di intelligenza sarebbe preoccupato al posto loro; e i cinesi sono svegli. Temono inoltre che questa mossa possa aumentare l'instabilità dei mercati. C'è da dire che i cinesi sono sempre stati testardi; ora che si trovano ad aver a che fare con paesi altrettanto testardi, questo ai cinesi non va giù, e forse in qualche modo stanno manifestando una reazione legittima.

 

In che misura la situazione che viviamo oggi è correlata alla crisi globale finanziaria?

 

 

Beh, nelle economie avanzate la difficoltà nell'intravedere una prospettiva di crescita futura si ripercuote in una flessione degli investimenti.

 

L'attuale situazione minaccia la supremazia del dollaro? Stiamo assistendo a uno storico smottamento dei poteri?

 

 

Certamente. Bisogna dire che ogni persona dotata di buon senso avrebbe potuto intuire fin dall'inizio degli anni '80 che il dominio americano non avrebbe potuto durare per sempre. La storia degli ultimi 40 anni ci insegna che sarebbe stato ragionevole aspettarsi uno spostamento dell'asse del potere verso le economie emergenti.

 

Stiamo assistendo all'inizio di un'era caratterizzata da un minore predominio degli Stati Uniti e un ruolo maggiore della Cina, della quale intravediamo un lungo periodo di crescita continuata.

 

La rapida crescita dell'economia cinese unita a quella degli altri paesi del BRIC è una chiara indicazione che il potere economico si sta finalmente ridistribuendo. Si tratta sicuramente di un cambiamento positivo, un riassesto degli equilibri internazionali; rimane da capire se saremo in grado di gestire la transizione in modo pacifico e creare un mondo migliore.

 

Quale scenario possiamo attenderci dal G20?

 

 

Non ne ho idea. La Cina a partire dalla crisi finanziaria non ha mai dimostrato la volontà di compiere decisioni di politica estera che non fossero improntate all'assertività e al consolidamento dei propri interessi. Potrebbe accadere che la Cina a Seoul decida di modificare l'atteggiamento finora adottato, trovando il modo di non far sembrare un'eventuale mossa in tal senso una concessione che a livello domestico verrebbe poco apprezzata. Ma ho qualche dubbio che ciò possa accadere.

 

I cinesi sono abbastanza determinati nel non cedere alle pressioni esterne, e molto probabilmente non saranno disposti a sottoscrivere accordi che possano renderli vulnerabili. Dall'altro anche i leader degli altri paesi hanno capito che devono adottare una linea meno dura nei confronti della Cina. A mio avviso dovremmo chiederci se non sia possibile che i paesi raggiungano una comprensione dei reciproci interessi senza la formalizzazione di un accordo. E credo che questa strada possa essere praticabile…

 

di Alessandra Spalletta

 

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