INTERVISTA YAO JIANFU: SFAMARE 1,3 MILIARDI DI PERSONE

INTERVISTA YAO JIANFU: SFAMARE 1,3 MILIARDI DI PERSONE

Yao Jianfu si è dedicato per anni allo studio dell'economia agricola presso il Centro di Ricerca per lo Sviluppo Rurale del Consiglio di Stato. Oggi ha 80 anni e passa in rassegna sei decenni di successi e sfortune della politica economica cinese.

Su quali basi ideologiche poggia lo sviluppo della Nuova Cina?

Il settimo congresso del Partito Comunista nel 1945 e la prima conferenza politica consultiva dell'agosto 1949, avevano delineato chiaramente la linea da seguire per il Governo di prossima formazione: quella della nuova democrazia. Tradotto in termini economici ciò significava permettere il possesso di beni privati e realizzare una primordiale società capitalista, la quale sarebbe evoluta nel socialismo sotto la guida del Partito. Ma nel 1953 Mao Zedong abbandonò questa strada e volle introdurre subito il sistema socialista a partire dalle campagne. Quello è stato il più grosso errore politico del nostro paese. Nei primi anni di vita delle Repubblica, Mao era ancora intellettualmente prolifico, aveva intuito che per arrivare al socialismo il primo passo imprescindibile sarebbe stato liberare i mezzi di produzione e permettere l'avvio di una fase capitalistica. Alla conferenza politica consultiva aveva notato lo scetticismo dei compagni; convocò quindi in assemblea i delegati nazionali del PCC e tenne loro una lezione sulla nuova democrazia in cui dissipò ogni dubbio. A quell'epoca era ancora un grande politico, ma ereditò da Stalin e Lenin un grande difetto, cioè quello di ricondurre tutto alla lotta di classe. Con questa specie di ossessione per la lotta di classe, dopo qualche anno stabilì che fosse ora di passare alla collettivizzazione, non solo dei capitali ma di qualsiasi cosa, degli attrezzi, della forza lavoro.

Quale era la situazione dell'economia agricola alla nascita della Nuova Cina?

La nuova democrazia aveva diffuso un'iniziale prosperità nelle campagne, accompagnata dalla pacificazione del paese e l'obiettivo di svilupparsi rapidamente. Le campagne ideologiche iniziate nel 1953 hanno segnato, tuttavia, una rapida battuta di arresto, culminata con la tragedia del Grande Balzo in avanti che ha portato alla morte per fame di 38 milioni di persone. In quegli anni non c'è stata nessuna calamità naturale, definizione usata invece nella versione ufficiale per giustificare tale tragedia. Era un periodo di normale produzione agricola, ma un numero abnorme di contadini fu vittima di una manovra economia squilibrata. Nel 1958 nei mesi di raccolto c'era grano a sufficienza. Ma tutti erano stati chiamati a produrre l'acciaio, a sciogliere gli attrezzi per riempire le fornaci. Chi sarebbe andato a vuotare i campi? Così il Partito ha ucciso con le proprie mani decine di migliaia di innocenti. Il problema di sfamare un miliardo di persone - che il PCC ereditò da anni di guerra e arretratezze  - rimase per i successivi trent'anni. Oggi si può dire che l'aver risolto il problema alimentare è uno dei più grandi successi del nostro paese, ma le campagne rimangono tutt'oggi molto arretrate e la ragione è imputabile anche ai danni fatti durante l'epoca di Mao.

Come sono evolute le politiche per le campagne dopo l'era maoista?

La Cina ha risolto il problema alimentare solo dopo l'apertura e le riforme, a partire dagli anni 80. Ciò è stato possibile grazie al ritorno alla nuova democrazia messo in atto da Hu Yaobang e da Zhao Ziyang. Zhao appoggiava la politica economica di Deng Xiaoping ed entrambi sostenevano la necessità di tornare al piano originario per l'affermazione di una economia capitalistica.  Il principio è corretto ed è ciò che ha portato all'aumento della produzione nella campagne. Il problema è che il governo ha investito tutto nello sviluppo urbano e ha lasciato indietro le zone rurali, laddove sussiste un problema maggiore, quello della proprietà della terra: per mantenere il controllo sulla transizione verso il socialismo, il governo non può liberalizzare la proprietà della terra,  e proprio di questa mancata liberalizzazione i funzionari locali si avvantaggiano ottenendo guadagni illegali che destabilizzano la società. Un altra questione è, poi, quella delle entrate rurali. L'agricoltura contribuisce ancora troppo poco al Pil nazionale e i guadagni sono inferiori al lavoro nelle fabbriche, cosa che spinge in molti ad abbandonare la terra.

Qual è il futuro dell'economia rurale cinese?

Il futuro per l'agricoltura cinese è la globalizzazione e l'innovazione tecnologica. Innanzitutto bisogna far fronte alla scarsità di risorse, soprattutto l'acqua. Bisogna lavorare sulla desalinizzazione, le sorgenti profonde e la differenziazione delle colture. La globalizzazione e la mobilità della forza lavoro possono salvare il paese dall'instabilità della sicurezza alimentare e aiutare l'economia mondiale. Si prenda ad esempio la mobilità: perché i paesi che hanno capitali possono muoverli in Cina e la Cina che come capitale ha la forza lavoro non può esportarla all'estero? In Russia, negli Stati Uniti, in Brasile ci sono terre abbandonate che potrebbero essere coltivate - coltivate da una forza lavoro cinese che costa meno di quella locale. Ciò abbasserebbe il costo dei prodotti ed aumenterebbe la quantità a disposizione sui mercati. Ma l'Occidente non è ancora pronto, troppo spaventato. (Antonia Cimini)