INTERVISTA ALLO SCRITTORE YAN LIANKE

INTERVISTA ALLO SCRITTORE YAN LIANKE

Milano, 12 dic. - È uno degli scrittori più vivaci, provocatori e impegnati del panorama cinese contemporaneo. In patria ha vinto prestigiosi premi letterari (premio Lu Xun 1997 e 2001; premio Lao She 2004), ma i suoi romanzi sono stati anche criticati e censurati: "Shou huo" (2004, non ancora tradotto in italiano) gli è costato addirittura il posto fisso nell'esercito, dove si era arruolato appena maggiorenne diventando penna della propaganda.

 

«Ho cominciato a scrivere per spostarmi dalla campagna alla città e per avere a sufficienza da mangiare - racconta Yan Lianke, 53 anni, autore di "Servire il popolo" (Einaudi 2006) -. Vengo da un villaggio della provincia dello Henan, sono cresciuto negli anni 60 e 70, il periodo della Rivoluzione culturale. Da piccolo i miei sogni erano mangiare un uovo fritto al giorno, andare in città e diventare una persona autorevole. È per questo che sono entrato nell'esercito».

 

Yan Lianke è stato in Italia la scorsa settimana per incontrare i suoi lettori a Milano e a Roma, presentando il secondo romanzo tradotto in italiano, "Il sogno del villaggio dei Ding" (Nottetempo 2011), che racconta la tragedia della vendita del sangue tra contadini cinesi e il dramma del contagio Aids che, negli anni Novanta, uccise centinaia di migliaia di persone nelle campagne dello Henan. Il libro è il frutto di una ricerca sul campo durata tre anni e svolta dall'autore accompagnando sotto falso nome un antropologo di Pechino in uno dei villaggi più pesantemente colpiti dalla tragedia. Dopo l'uscita in libreria, nel 2006, la censura lo ha bandito, con l'accusa di diffondere la paura dell'Aids. Il romanzo ha continuato a circolare illegalmente tramite internet.

 

Negli ultimi giorni, però, il nome di Yan Lianke ha fatto il giro del mondo a causa di una lettera aperta che l'autore ha inviato al premier Wen Jiabao e al presidente della RPC Hu Jintao per denunciare un problema scottante - spesso causa di episodi di rivolte e disordini in varie zone della Cina - che lo sta toccando molto da vicino: la requisizione delle terre e la demolizione forzata delle abitazioni. Misure decise dalle autorità per fare spazio a progetti immobiliari o infrastrutturali, che richiederebbero almeno una equa compensazione economica per i cittadini costretti a traslocare, ma che in realtà si concludono spesso con il versamento di compensazioni irrisorie e la disperazione delle famiglie colpite dalle demolizioni.

 

Yan Lianke, cosa l'ha spinta a scrivere una lettera che i suoi destinatari probabilmente non leggeranno mai?

 

Tre anni fa ho comprato una casa in un compound a sud di Pechino. All'improvviso, a luglio, io e i proprietari delle altre case abbiamo saputo che le autorità locali hanno deciso di demolirla per permettere la costruzione di una strada che dovrà passare proprio lì. La compensazione che ci hanno offerto è bassa: a tutti i proprietari, indipendentemente dalle dimensioni e dal valore della loro abitazione, hanno promesso un milione e 600 mila yuan (circa 180 mila euro). Ci siamo rivolti agli avvocati, ma i tribunali sono impotenti. La mattina del 30 novembre sono andato nella mia casa e ho visto gli altri proprietari disperati. Allora ho deciso di scrivere una lettera al premier e al presidente. Anch'io so che non arriverà mai sotto i loro occhi, ma ho pensato che gli altri proprietari di case e le persone che demoliranno le nostre abitazioni la vedranno. Intanto, il 2 dicembre uno dei miei vicini è stato cacciato via e la sua casa è stata buttata giù. E proprio due ore prima di prendere l'aereo per venire in Italia ho ricevuto anche io la notifica che il governo locale ha deciso di  buttare giù la mia casa. È una situazione drammatica per tutti noi: in qualsiasi momento possono venire a dirti che tireranno giù casa tua e questo ti fa vivere in una costante incertezza e inquietudine. Anche perché, finché non firmi accettando le loro condizioni, vieni tempestato di sms e telefonate per convincerti a farlo. Ecco perché, prima di partire per l'Italia, ho firmato. Questa situazione, che in sé è terrificante, per uno scrittore può essere positiva, perché ti permette di capire ancora meglio la situazione attuale della Cina e, quindi, ti aiuta a scrivere opere migliori. Tra qualche anno, se questo episodio mi avrà portato a scrivere un'opera importante, potrò quasi essere felice che mi sia successo.  

 

Come sceglie i temi dei suoi romanzi?

 

I miei romanzi parlano della realtà. Uno scrittore deve comprendere la situazione in cui vive. La cosa più importante è raccontare la realtà e la realtà cinese è talmente profonda, folle e complessa che nello scrivere è la realtà stessa a guidare la mia penna. La mia regola è questa: la realtà decide quali sono i contenuti dei miei romanzi; io decido soltanto in quale modo scriverne. In un certo senso, sono contento che la realtà cinese sia così ricca e complicata, perché ha dato modo agli scrittori cinesi di scrivere opere importanti e ha reso i miei libri molto più ricchi. Se si va in Cina è facile rendersene conto. Basta girare, parlare con le persone, chiacchierare con gli amici: qualsiasi storia ti raccontino è veramente particolare e interessante.

 

Descrivere la realtà può essere pericoloso, però. Quale crede sia la ragione per cui "Servire il popolo" è stato censurato?

 

L'edizione italiana di "Servire il popolo" non è una traduzione integrale del mio romanzo. La versione italiana contiene soltanto le parti più belle, più interessanti e più "hard" del libro. All'estero il romanzo è stato visto più che altro come una bella storia d'amore, ma in Cina è stato definito troppo spinto. "Servire il popolo" è uno dei romanzi più indipendenti della letteratura cinese, è molto satirico. Inoltre, il titolo riprende e stravolge un motto di Mao, quindi è naturale che il governo cinese abbia reagito decidendo di bandirlo dopo la pubblicazione. Lo hanno definito "non adatto" alla pubblicazione, alla distribuzione e alla promozione. La censura di questo romanzo è stata un evento che ha segnato la mia vita.

 

"Il sogno del villaggio dei Ding" non scomoda i simboli del maoismo, ma è stato comunque bandito dal mercato cinese. Perché?

 

Il romanzo parla dell'Aids in Cina, ma questo tema non riguarda solo la Cina. Nel 1996 entrai in possesso di una gran quantità di materiale riguardante gli orfani dell'Aids nello Henan e in particolare quelli di un piccolo villaggio di 900 abitanti. Era la prima volta che sentivo la parola Aids. Fino al 2002 rimasi in contatto con persone coinvolte in quella tragedia e mi legai soprattutto ad alcuni orfani. Quando uno di loro morì, decisi che dovevo per forza scrivere. Tra il 2002 e il 2007 sono andato almeno quindici volte in quel villaggio e ho speso almeno 200 mila yuan (22 mila euro) per aiutare gli abitanti che non avevano da mangiare. Là si mangiavano solo due pasti al giorno, perché non c'era cibo a sufficienza. La mia idea iniziale era di scrivere un resoconto storico di quella tragedia, ma dopo la censura di "Servire il popolo" decisi di farne un romanzo. È però un romanzo molto veritiero e, nonostante i miei sforzi di finzione letteraria, è stato comunque bandito. Perché da questa vicenda emerge chiaramente che la proporzione devastante del contagio è dovuta all'atteggiamento dei funzionari locali che gestivano la vendita del sangue dei contadini.

 

Scrittura e controllo: come fa un autore in Cina a conciliarli?

 

La vita degli autori cinesi è assai poco allegra. Tre dei miei romanzi sono stati censurati, uno invece non è mai uscito. Questi episodi hanno avuto un impatto fortissimo sulla mia vita: anche se poi continui a scrivere e guadagnare, quegli eventi hanno una ricaduta pesante sul tuo lavoro. C'è libertà di scrittura in Cina? Nessuno fa caso a quello che scrivi, fino a quando non provi a pubblicarlo. In primo luogo, è la casa editrice a valutare il tuo lavoro e a giudicare se sia pubblicabile o no. In secondo luogo, quando il tuo lavoro è pubblicato le autorità cominciano a prestargli attenzione. Oggi in Cina, se scrivi un libro come "Servire il popolo", come non vai incontro a grandi problemi come autore. Ad averli è l'editore: potrebbe essere costretto a pagare pesanti multe, per esempio, o a fare autocritica ammettendo di avere sbagliato a pubblicare il libro, come è successo nel caso del "Sogno del villaggio dei Ding". Per questo, quando scrivi, non devi preoccuparti per te stesso, ma per gli effetti che quello che scrivi potrebbe avere su chi ti pubblica.

 

Questo genera una forma di autocensura?

 

Tre sono i modi in cui uno scrittore può comportarsi: scrivere liberamente, senza pensare ai limiti, producendo grandi libri; scrivere rispettando i limiti; e autocensurarsi. Questa è la peggiore scelta possibile. Tutti gli scrittori cinesi sanno quali sono i limiti, come e di cosa possono o non possono scrivere. Questo può far sì che, mentre scrivono, non si accorga nodi essere loro stessi a porsi dei limiti. Le generazioni di autori prima della nostra si autocensuravano abitualmente. Ma l'autocensura è la peggiore malattia della scrittura, perché ti impedisce di scrivere opere importanti.

 

Quale è la sua strada?

 

Posso ritenermi più fortunato di molti autori cinesi di oggi. Ho una vita stabile, ho una casa e ho di che riempirmi la pancia, ma soprattutto riesco a scrivere di quello che voglio. In fondo, pubblicare o meno non è più così importante per me, visto che ho già pubblicato molti libri. Anche le vendite sono ormai passate in secondo piano. Per me ora la cosa più importante è scrivere liberamente, potermi esprimere. Chi scrive quello che pensa raggiunge le vette più alte.

 

Abbiamo parlato degli aspetti più cupi della Cina di oggi, quali sono invece gli aspetti positivi?

 

La Cina ha tante finestre, alcune sono chiuse e altre sono aperte. Fino a qui abbiamo parlato delle finestre chiuse, ma in Cina, oggi, ci sono anche molte finestre aperte. Si tratta dei cambiamenti che il paese ha vissuto negli ultimi 30 anni: come lo sviluppo economico, che è uno degli aspetti più felici del nostro paese. Se vai a Pechino, oggi qualsiasi cosa tu voglia mangiare la puoi trovare. A Pechino circolano molti soldi e, se vai in un albergo a 5 stelle, trovi stanze migliori e più grandi di quelle che trovi in Italia. Questi sono alcuni segni dei cambiamenti positivi vissuti dalla Cina negli ultimi anni.

 

E in ambito culturale?

 

Oggi in Cina si può scrivere liberamente e senza alcuna censura di tantissimi temi, ad esempio della natura e dell'ambiente. Grazie alle riforme lanciate negli anni Ottanta anche la creazione letteraria moderna ha visto aprirsi qualche finestra. Oggi gli scrittori partono sempre più spesso dalla realtà. Penso a "Brothers" di Yu Hua (Feltrinelli) per esempio: che ti piaccia o meno, quello di cui parla è la realtà.

 

La "riforma del sistema culturale", lanciata dal partito a fine ottobre, non sembra però voler lasciare così tanta libertà.

 

L'economia in Cina è strettamente legata alla politica: se si verifica un rallentamento economico, la politica si farà più dura e pesante per evitare contraccolpi sociali. Temo che al momento si stia andando in questa direzione. Nel lungo periodo, però, credo che il processo di apertura e riforma dovrà andare avanti, e non andare indietro, altrimenti nasceranno enormi problemi. Tutto il mondo ha gli occhi puntati sulla Cina. Non importa quanto sarà rapido questo processo di cambiamento, ma credo che il nostro paese non possa fare ritorno al passato.  Credo che, a poco a poco, tutte le finestre della Cina si apriranno

di Emma Lupano

 

Emma Lupano, giornalista professionista e dottore di ricerca sui media cinesi, cura per AgiChina24 una rassegna stampa bisettimanale volta a cogliere pareri autorevoli di opinionisti cinesi in merito a temi che si ritengono di particolare interesse per i nostri lettori

 

 

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