Impressioni dal Forum Ue-Cina di Bruxelles

Impressioni dal Forum Ue-Cina di Bruxelles

Il Summit tra Unione Europea e Cina del 1 e 2 giugno a Bruxelles si preannunciava interessante e ha mantenuto la promessa. 

Intanto, il Summit si è tenuto proprio il giorno dopo l’annuncio shock di Trump sugli accordi di Parigi e ha quindi improvvisamente acquisito un significato geopolitico importante.  La stampa italiana e internazionale infatti ha posto soprattutto l'attenzione alle dichiarazioni di Juncker e  del primo ministro cinese Li Keqiang sulla volontà di continuare il loro impegno sul clima, ipotizzando anche la creazione di un nuovo "asse" Ue-Cina da contrapporsi a quello atlantico su vari temi.   

Meno attenzione è stata dedicata invece alle questioni che ancora restano da dirimere tra Ue e Cina per imprimere una svolta duratura e positiva a questo importante rapporto.  

I due momenti paralleli del summit

Il Summit ha avuto due momenti paralleli:  l’incontro piùufficiale tra i leader, con la delegazione cinese guidata dal primo ministro Li Keqiang e quella europea da Juncker e Tusk; un interessante “Business Summit” tra aziende e associazioni di industriali dei due paesi cui hanno partecipato anche vari membri della Commissione. Ho avuto la fortuna di partecipare al secondo ed è su questo che mi concentrerò in questo breve articolo.   Sono state infatti proprio le questioni commerciali che hanno impedito di giungere ad un comunicato ufficiale condiviso. 

Due le questioni principali

1. Lo status di economia di mercato, che la Cina richiede da tempo e, anzi, ritiene che le debba essere concesso in base agli accordi di accesso al WTO. Tematica forse incomprensibile a molti ma sulla quale una decisione presa in un senso o nell’altro potrebbe avere un impatto notevole sulla nostra economia.  Al centro del dibattito a Brusselspoi soprattutto il problema dell’acciaio cinese e della sovraccapacità produttiva in vari settori. 
2. Il problema della reciprocità negli investimenti, sollevato soprattutto durante il Business Summit. Su questo punto, gli interlocutori  cinesi durante hanno glissato o comunque non dato risposte definitive anche perché la questione èspinosa e tutta la materia degli investimenti reciproci èoggetto del Comprehensive Agreement on Investmentnegoziato tra UE e Cina fin dal 2013, ma ancora in alto mare. 

Punto primo: questione riguarda anche Usa e Giappone

Sul primo punto, la  questione non riguarda solo la Ue ma anche  Usa e Giappone per esempio che non hanno riconosciuto lo status di economia di mercato alla Cina, la quale in risposta ha avviato un’azione presso il WTO sulla base dell’impegno preso dai membri di riconoscergli tale status automaticamente nel dicembre 2016, 15 anni dopo l’accesso al WTO.  

Chi ha ragione? Chi ha torto? Ci sono senz’altro degli aspetti dell’economia cinese che lasciano il dubbio sul fatto se sia un’economia di mercato pienamente funzionante, il ruolo dell’intervento statale tramite sussidi, sgravi, soft loans, etc in alcuni settori industriali è preponderante e quindi resta il dubbio che i prezzi praticati sul mercato  interno per alcuni beni e servizi siano interamente decisi dal mercato. Dall’altro lato,  l’impegno preso in sede di accesso della Cina al WTO sembra abbastanza chiaro, a voler essere sinceri.  Nella partita giocano anche diverse visioni all’interno della UE, con i paesi del Sud – soprattutto l’Italia – schierati fortemente contro il riconoscimento e i paesi del Nord Europa più possibilisti. 

Come risolvere il problema?   Anzitutto, bisognerebbe attendere la decisione del WTO. Nel frattempo lavorare per tessere accordi con la Cina su altri settori, soprattutto in un momento in cui UE e Cina hanno bisogno del reciproco sostegno su vari temi dai cambiamenti climatici all’architettura del commercio internazionale, all'Africa.   

Punto secondo: gli investimenti stranieri

Il secondo problema, quello dell'assenza di trattamento reciproco sugli investimenti, è più complesso in quanto va a toccare il sistema di controllo degli investimenti stranieri (e quindi non solo europei) in Cina, che passa attraverso vari stepautorizzativi per ogni tipo di capitali in ingresso e si basa poi su "Cataloghi" aggiornati periodicamente dal governo cinese di settori in cui si può investire e settori in cui gli investimenti sono limitati o proibiti.  E' noto che le restrizioni cui sono soggette le aziende europee soprattutto per quanto riguarda l'accesso al mercato in determinati settori non sono paragonabili a quelle di carattere molto più limitato esistenti in Europa;  la Camera di Commercio Europea in Cina ha fatto studi molto accurati sul tema dando l'allarme già qualche anno fa.   Il tema è di complessa risoluzione e quanto sentito durante il Summit da parte degli interlocutori cinesi (che il paese sarebbe ancora "in via di sviluppo" e quindi un'apertura completa di alcuni settori non è possibile) a mio avviso non aiuta. 

Fortunatamente almeno lato UE sul tema c'è più unità di quanto possa esistere in tema di status di economia di mercato e ciò depone bene, sempre che la Cina sia disposta a fare un'offerta concreta nell'ambito delle trattative sul trattato sugli investimenti. 

Da che parte sta andando la Cina

Insomma, alti e bassi, ma perlomeno c'è una direzione di marcia.  La Cina si muove a passi misurati ma decisi verso ovest con il progetto Belt and Road (Nuove vie della Seta).  Una qualche forma di integrazione economica dell'area che va dalla costa atlantica dell'Europa a Shanghai prima o poi sarà inevitabile. Sta anche a noi europei essere coesi e negoziare le condizioni migliori per questa integrazione, tenendo conto anche del grande "elephant in the room" che, come non ho mancato di ricordare in un breve intervento alla fine, sono proprio i paesi che si trovano tra Cina ed Europa.