IMPRENDITORE TITOLARE DI MEDIATEX SRL

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Il recente World Economic Forum di Davos in Svizzera, ha messo faccia a faccia gli opinion leader dell'economia mondiale. L'argomento centrale della sei giorni (27 gen. – 01 feb.) non poteva che essere la crisi globale giunta ormai a maturazione. Se da un lato la China Investment Corporation (il fondo controllato dal governo e alimentato dalle riserve della banca centrale) ha scelto di limitare gli investimenti esteri a favore delle società cinesi, dall'altro a Davos il governo di Pechino ha promesso un impegno maggiore per dare una spinta alla ripresa dell'economia globale. Si parla di 600 miliardi di dollari di stanziamento, che dovrebbero stimolare la crescita interna attraverso nuovi investimenti in infrastrutture, e con la costruzione di uno stato sociale che dia maggiore sicurezza ai cittadini per indurli a spendere di più, favorendo in questo modo nuovi canali di import. Per quanto interessanti siano gli spunti tratti da analisi di indici, ipotesi e previsioni più o meno attendibili, essi non descrivono il reale sentore di chi la crisi economica la sta vivendo da dentro. Ci riferiamo alle numerose imprese cinesi, che dall'oggi al domani hanno subìto una pesante riduzione degli affari, così come accaduto dall'altra parte dell'Oceano Pacifico, negli Stati Uniti. Un punto di vista interessante, o forse sarebbe meglio parlare di testimonianza, giunge da Alessandro Delladio – imprenditore titolare di Mediatex Srl, società trevigiana di International Sourcing, da 15 anni a lavoro con la Cina –, appena rientrato da un viaggio di lavoro iniziato a New York e proseguito per Shanghai, Ningbo e Hangzhou.

Signor Delladio, per prima cosa vorremmo capire qualcosa di più in merito alla sua attività in Italia e in Cina

Offriamo un servizio di International Sourcing, chiamato Mediaeast, alle aziende italiane. In poche parole, ideiamo, realizziamo e gestiamo strategie di approccio del mercato cinese, soprattutto in ottica di approvvigionamento. Lavoriamo molto sullo sviluppo del prodotto assieme ai nostri clienti italiani, per questo ero a New York di recente. La particolare natura del nostro servizio non mi ha mai vincolato ad un settore specifico. Ciò mi ha consentito di sviluppare una vasta rete di contatti, collaboratori e appoggi in Cina, soprattutto a livello industriale, ma anche in ambito istituzionale e legale.

Disponete di una sede in Cina, oppure la gestione avviene dall'Italia?

Come immagina le trasferte sono molto frequenti, così come i periodi di permanenza in Cina. Abbiamo un ufficio a Quanzhou, in Fujian, ma da qualche tempo devo puntualmente prendere voli interni per muovermi da Hong Kong a Dalian. Lo staff principale è composto da italiani esperti di sourcing, logistica e prodotto in Italia, ma ci avvaliamo di pochi ma fidati collaboratori in Cina.

Venendo al suo viaggio, in 3 settimane ha attraversato i due poli dell'economia mondiale. Che impressioni ha avuto?

È stato molto significativo passare in poche ore dal cuore di Manhattan a New York, a Nanjing Road di Shanghai. Nella Grande Mela statunitense ho percepito un forte pessimismo, una sorta di rassegnazione generale estesa a tutti i settori, dal broker della finanza al tassista, passando per importatori o commercianti.

Quali sono le preoccupazioni principali dei newyorkesi?

Il problema è che manca totalmente la fiducia nella ripresa, a prescindere da chi sieda alla Casa Bianca. Le persone con cui ho avuto modo di interfacciarmi si sono dimostrate molto pragmatiche. Chi deve vendere fatica a trovare compratori, chi deve offrire un servizio soffre il calo della domanda, e così via, a tutti i livelli, si tratti di un centro commerciale o del venditore di hot dog all'angolo. Ammetto di essere rimasto molto colpito.

In una frase?

Il morale è a pezzi!

Dopo New York quindi, ha preso un volo per Shanghai. Come sono andate le cose con i cinesi?

Sono stato in alcune delle principali business city della Cina, ho visitato varie aziende e incontrato diversi manager, alcuni nostri collaboratori da anni, altri nuovi, ma la percezione mi è sembrata molto lontana da quella newyorkese. Sarà il fatalismo proprio dei cinesi e degli asiatici in generale, ma qui affrontano le cose con il sorriso sulle labbra e una buona dose di ottimismo.

Possibile che le cose in Cina vadano così bene, mentre altrove le aziende annaspano?

Non intendo dire questo. La crisi è arrivata anche in Cina, ma qui si fanno i conti con altri numeri e con misure diverse. Basti pensare che a Davos il premier Jiabao ha promesso per il 2009 una crescita del 9%, pur riconoscendo una situazione pesante.

Allora è una questione di approccio mentale?

Esattamente! Molte aziende cinesi stanno affrontando importanti cambiamenti. Nei mesi scorsi abbiamo ricevuto diverse e-mail da parte di nostri partner consolidati, che chiedevano ordini per sollevare una situazione critica, e fronteggiare un calo generale. Tuttavia sanno di avere le capacità per uscirne, sanno che affrontare le difficoltà del prossimo biennio, previsto essere tra i più duri della storia recente, sarà più semplice se useranno l'ottimismo. Mi rendo anche conto che a loro favore gioca la vicinanza del governo di Pechino, le cui riserve monetarie sono tali da consentirgli di attuare ammortizzatori sociali che in Europa non ci sogniamo neppure".

Insomma in tempi di crisi dovremmo essere noi a 'copiare' i Cinesi?

Beh, in effetti non sarebbe male se la Cina iniziasse ad esportare un po' del suo ottimismo.