Fondatore e proprietario della casa editrice Metropoli d'Asia

Fondatore e proprietario della casa editrice Metropoli d'Asia
«La nostra vocazione? Essere "locally based"». L'unico modo per scovare la narrativa di qualità prodotta nei Paesi asiatici, secondo Andrea Berrini, fondatore e proprietario (a metà con Giunti) della casa editrice Metropoli d'Asia e autore di libri-reportage e racconti. «Con la nostra casa editrice, dedicata esclusivamente alla narrativa d'Oriente, puntiamo ad avere un piede dentro ciascuno di questi Paesi – spiega Berrini -. Vogliamo andare alla scoperta degli autori più interessanti in modo diretto, senza doverci appoggiare ad agenti internazionali che stanno magari negli Usa o in Germania. In Asia ci sono tanti autori di valore che non sono intercettati dall'industria editoriale internazionale. Noi cerchiamo proprio loro».

Cosa le fa pensare che in Asia ci siano tanti autori di qualità che non conosciamo?

Per molti anni mi sono occupato - e ancora mi occupo - di microcredito nei Paesi del Sud del mondo. Ho trascorso lunghi periodi in India, in Cina e nel Sudest asiatico e spesso, quando mi trovavo a Shanghai o a Bombay, dopo la giornata di lavoro chiedevo di incontrare autori locali per discutere con loro di letteratura e di scrittura. È stato in queste occasioni che mi si sono accese le prime lampadine: mi sono reso conto che la qualità dei racconti di alcuni di questi autori era molto elevata, eppure nessuno li aveva ancora tradotti in lingue occidentali.

Come si diventa "locally based"?
 
Stiamo costruendo partnership in diversi Paesi asiatici. Per esempio: speriamo di siglare a breve un accordo di joint-venture con un editore indiano, e ci siamo associati con concorsi letterari locali a Singapore, Giacarta, Indonesia e Taiwan, mettendo in palio premi firmati Metropoli d'Asia. Il 10 novembre 2009 abbiamo premiato uno scrittore indonesiano all'interno di un concorso letterario nazionale. Lo ha scelto la nostra giuria italo-indonesiana. Nel 2011 lo pubblicheremo da noi.

E la Cina? Come fate scouting nella Repubblica popolare?

Abbiamo in corso trattative di collaborazione con case editrici cinesi per la commercializzazione di libri di autori italiani o asiatici sul mercato della Repubblica popolare, ma per il momento facciamo scouting sugli autori cinesi in modo autonomo. La Cina, insieme con l'India, è in cima ai nostri pensieri, perché l'obiettivo di fondo della nostra casa editrice è avere uno sguardo ravvicinato su questi Paesi con cui da tempo si è cominciato a interloquire dal punto di vista economico e politico. Vogliamo fare arrivare in Italia non soltanto i prodotti a basso costo, ma anche la produzione culturale e la voce della Cina.

Cosa può fare la narrativa, per avvicinarci alla Cina?


La capacità di raccontare storie usando bene la lingua è, a mio parere, quasi sovversiva, perché permette di aprire squarci e dare visioni molto più ampie rispetto a quelle fornite dal linguaggio normale dei media. I nostri mezzi di comunicazione inseguono lo stereotipo: non solo manca l'approfondimento, ma pure la superficie che viene rappresentata spesso non è vera. I media costruiscono e inventano una "superficie" facilmente commerciabile, raccontando gli aspetti più facili di ogni tematica: quelli a cui il lettore è già abituato, che possono entrare nel suo mondo senza disturbare, senza creare dubbi o sconvolgere idee radicate. La narrativa invece mostra cose nuove e, in questo modo, può aprire varchi inaspettati. Peccato che la Cina, dal punto di vista letterario, sia un Paese difficile.

Per quale motivo?

La Cina ha vissuto una cesura lunga 50 anni in cui nessuno ha scritto nulla che non fosse realismo socialista. Ancora oggi non è facile trovare autori cinesi capaci di descrivere la Cina contemporanea. Nella Repubblica popolare ci sono 300 milioni di persone che fanno una vita come la nostra: a Shanghai, per dire, ci sono più grattacieli che a Manhattan. Questa è la Cina che ci interessa. Ci sono giovani scrittori che cercano di affrontare questi temi, ma hanno ancora una vena un po' acerba, sembra che partano da zero. Gli autori di una certa età, invece, preferiscono rivolgersi al passato, occupandosi di tematiche consolidate e apparentemente più vendibili in Occidente. Ecco allora i romanzi che si svolgono nelle aree rurali, le storie di villaggio, le ambientazioni di fine Ottocento.

Tra i primi quattro autori pubblicati dalla vostra casa editrice c'è anche Zhu Wen, uno scrittore cinese.


L'industria editoriale internazionale tende a prendere strade più semplici, ma cercando con molta attenzione è possibile trovare qualche voce interessante e matura anche in Cina. Il libro di Zhu Wen che abbiamo appena pubblicato è una raccolta di novellette. Mi ha colpito per la capacità di descrivere lo straniamento dei cinesi a metà tra comunismo e capitalismo con una vena umoristica straordinaria, ma anche con una costante tensione etica. Di Zhu Wen pubblicheremo un romanzo a novembre 2010.

Altri cinesi nel cassetto?

Presto arriverà il romanzo d'esordio di Han Han, scritto quando l'autore aveva 18 anni. Parla di  un giovane studente cinese alle prese con i diversi linguaggi del mondo che lo circonda: l'accademia, la burocrazia, la pubblicità e la moda. A queste parole in conflitto si aggiungono i messaggi del partito che invita ad essere individualisti. Il protagonista cerca la sua strada e il suo linguaggio come scrittore, tra vicende d'amore, d'amicizia e di scuola. Si tratta di un romanzo molto leggibile, quasi facile, ma che dà un'idea del giovane cinese di oggi. Dopo il libro d'esordio, Han Han ha avuto una virata commerciale, entrando nello show-business. È diventato l'idolo dei giovani cinesi contrari al sistema. A noi interessa la sua prima fase, non la produzione attuale.

Oltre a Zhu Wen, quali autori cinesi la convincono?


I nomi più famosi della narrativa cinese non mi hanno mai pienamente soddisfatto. Yu Hua ha sicuramente qualcosa di nuovo e di diverso dagli altri autori del suo Paese, e anche Su Tong mi piace, per la sua scrittura e per la sua capacità di costruire le ambientazioni. Però anche Su Tong si rivolge al passato.

Forse la narrativa cinese è disturbata dalla censura.

Le difficoltà che gli autori cinesi hanno non dipendono dalla censura, ma dal fatto che gli scrittori più esperti non hanno gli strumenti per affrontare la Cina di oggi, mentre quelli giovani sono ancora incerti. Certo la censura rappresenta un problema, ma solo fino a un certo punto. Zhu Wen, con un gruppo di altri autori, anni fa scrisse un manifesto sulla letteratura che diceva sostanzialmente: abbiamo capito che in Cina non si può parlare di alcune tematiche. Non si può discutere l'integrità nazionale, e quindi non si dibatte su Taiwan e Tibet, e non si può dubitare della legittimità del partito comunista. Fatti salvi questi temi, però, gli spazi ci sono e gli autori cinesi sono liberi di raccontare quello che vogliono. Lo stesso Zhu Wen fa una critica spietata della realtà cinese. Ma non arriverà mai a dire che è sbagliato che in Cina esista un partito unico.

E gli allarmi lanciati dagli autori dissidenti?

Diffido dei dissidenti che dicono che in Cina non si può scrivere quello che si vuole. Non è vero. La critica della rivoluzione culturale, ad esempio, è un fenomeno di massa. E anche il dibattito sulla privatizzazione e sull'economia di Stato esiste. Uno scrittore può trattare tante tematiche in modo utile senza essere censurato. Il rischio, piuttosto, è che l'autore si trattenga da solo, per paura di oltrepassare i limiti sanciti. Per un artista, l'autocensura può ostacolare la creatività. In Zhu Wen però non ho trovato freni. Il mio timore è che autori come Han Han scrivano solo con l'intento di essere commerciabili e di piacere al pubblico. Come avviene da noi.

Qual è il futuro della narrativa cinese, secondo lei?

C'è una forte corrente di giovani autori che stanno scegliendo come registro il fantasy, il mistery, le storie di vampiri. Dicono: i nostri predecessori sono interessati alle tematiche socio-politiche, alla rivoluzione culturale, noi invece vogliamo aprire nuovi mondi. Credo però che ci siano anche nuovi scrittori che stanno cominciando a capire che vale la pena raccontare la vita di città senza per forza cadere nello stereotipo del "sesso e droga". In questi autori a prevalere è il tema dello straniamento. Mi sono capitati per le mani racconti brevi e manoscritti che parlano di personaggi che hanno perso la bussola e che si trovano immersi nel flusso delle nuove convenzioni – il consumismo, l'imprenditoria, l'individualismo, la competizione -, ma si domandano quanto sia giusto e se sia possibile ragionare in modo autonomo. Uno specchio fedele di ciò che accade in Cina oggi.

Emma Lupano