ESPERTO DI GEOPOLITICA E AUTORE DEL LIBRO "MUTAMENTO DEL SISTEMA-MONDO – Per una geografia dell'ascesa cinese"

ESPERTO DI GEOPOLITICA E AUTORE DEL LIBRO "MUTAMENTO DEL SISTEMA-MONDO – Per una geografia dell'ascesa cinese"
Mentre la tensione nella penisola coreana continua a salire, la Cina – unico alleato di Pyongyang – tenta di imboccare vie diplomatiche proponendo un ritorno ai colloqui a sei sul disarmo nucleare. Un invito rifiutato dall'asse Seul-Washington-Tokyo, che spinge affinché Pechino eserciti la propria influenza sulla Nord Corea. E la soluzione sembra ancora risiedere nelle mani del Dragone, stretto tra le pressioni di Seul, l'appoggio alla Corea del Nord, le esercitazioni militari congiunte sudcoreane-statunitensi, e l'ipotesi di una riunificazione della penisola coreana le cui 'ripercussioni' si riverserebbero sulla Cina.

Quali immagina possano essere le future mosse di Pechino? La linea politica della conciliazione adottata dal governo cinese ha danneggiato in qualche modo l'immagine della Cina?

Pechino continuerà a dialogare e mediare con i Paesi che lei cita. La politica della conciliazione è la modalità dominante della politica estera cinese, oggi, come in altri periodi della sua storia. "Beijing consensus" e "ascesa pacifica" sono espressioni relativamente recenti che danno una buona idea del modo con cui la Cina si confronta col resto del mondo. Nelle relazioni internazionali Pechino si mostra più conciliante di alcune potenze occidentali, che sono invece più prone all'ingerenza militare nei territori di stati sovrani (gli esempi li conosciamo). Ma torniamo alla Corea del Nord. Le recenti "rivelazioni" sulle potenzialità atomiche di Pyongyang non sono confermate da alcuna evidenza; benché la retorica mediatica, alimentata dalle dichiarazioni diplomatiche, voglia mantenere il ritratto di una Corea del Nord come uno dei Paesi più pericolosi del mondo. Si riproduce la fallimentare, ma evidentemente utile, storia dell'"asse del male" e delle prove inesistenti (vedi Iraq).

Pechino quindi continuerà a proporre la ripresa del dialogo a sei e rifiuterà in modo determinato una crescita della presenza militare Usa nella propria sfera di influenza. Già considerata intollerabile dai leader cinesi, ma anche russi. E' dalla fine della seconda guerra mondiale che gli Usa lavorano in Estremo Oriente per aumentare il loro peso strategico-militare. Hanno migliaia di soldati in Corea del Sud come in Giappone e Taiwan, basi e sistemi missilistici integrati, e sia con Bush che con Obama i progetti di militarizzazione dell'area sono andati avanti. Anzi, si sono intensificati non per la cosiddetta "minaccia coreana", ma per il rinnovato peso della Cina nel mondo. Le esercitazioni militari congiunte, anche queste sudcoreane-statunitensi, sono il segno di una competizione sistemica al livello mondiale. Si tratta di azioni di contenimento, non di una volontà di ingaggiare una guerra con la Cina, ovviamente. Infatti, come dice nella sua domanda, la soluzione della crisi coreana risiede nelle mani del Dragone; così la pensano la Corea del Sud, gli Usa e il Giappone. Sono convinto che Pechino riuscirà ancora una volta a portare i Paesi interessanti intorno a un tavolo e a dare un contributo significativo anche per mezzo di un'intensificazione delle relazioni bilaterali.

Riguardo all'immagine della Cina, non credo proprio che sarà danneggiata in termini sostanziali da queste ultime vicende. Almeno, non più di quanto non lo sia già. Molti occidentali hanno un'idea negativa della Cina, e i discorsi e le dichiarazioni sulla sua non affidabilità in merito alla questione coreana non fanno altro che alimentare un'immagine esistente, che a mio avviso è profondamente distorta. 

Una delle conseguenze dell'unificazione delle due Coree sarebbe l'accrescimento dell'influenza statunitense ai confini cinesi che finirebbe per incrinare ulteriormente i delicati rapporti tra Pechino e Washington, che sembrano legati da "interdipendenza".  Scrive nel suo libro: "Una cosa è certa: mentre gli Usa si stanno indebolendo in modo significativo, la Cina si sta consolidando come grande potenza". Le controversie legate a Google, la rivalutazione dello yuan, il dominio sui mari e adesso la Corea e Wikileaks, che vedono le due potenze impegnate in un lungo testa a testa, confermano la sua teoria?

Sgomberiamo subito il campo da fraintendimenti: Pechino non ha la minima intenzione di abbandonare la Corea del Nord, tanto meno di accettare una Corea unificata sotto il controllo di Seul e quindi degli Usa – una spiegazione a questa mia affermazione la fornisce anche l'incipit della sua domanda. Ciò che è emerso dalle notizie diffuse da Wikileaks è semplicemente contraddetto dagli "incidenti" più recenti, ma ancor di più dalla storia degli ultimi 50 anni. Le due parti della penisola vivono in uno stato di guerra da alcuni decenni, anche perché rappresentano degli spazi di tensione geopolitica in quanto inseriti in sistemi di alleanze tra loro in competizione. Se la frustrazione cinese per alcune mosse nordcoreane era nota ad analisti e studiosi - niente di nuovo quindi - la questione della riunificazione, così come viene presentata da alcuni pezzi di conversazione, non trova alcun fondamento nella realtà. C'è solo da constatare che anche gli ufficiali governativi possono fare interpretazioni errate. Tanto più quando i documenti pubblicati sono "un amalgama selettiva di parti e pezzi di conversazioni diplomatiche, spesso citate indirettamente, con la significativa aggiunta di visioni/opinioni personali di alcuni diplomatici" – come sottolinea correttamente Sunny Lee, giornalista sudcoreano.

Per quanto riguarda quello che ho scritto nel mio libro, posso dire che le macro-tendenze che ho esaminato e che continuo a studiare, compresa l'ascesa della Cina e il relativo declino degli Usa, trovano conferma nelle questioni da lei elencate, ma anche in molti altri campi (trend comparati su trasporti, acquisizioni all'estero, ricerca, energie rinnovabili ecc.). E' la politica cinese che decide le condizioni e le regole alle quali attenersi per stare nel mercato più dinamico del mondo (Google è solo un esempio); che difende l'autonomia della propria politica monetaria in base all'interesse nazionale (cambio dello yuan); che estende le flotte marine per tutelare le sue nuove rotte energetiche e commerciali in giro per il mondo; che rappresenta un attore insostituibile nella gestione della questione coreana … Mentre al contrario, gli Usa subiscono le decisioni cinesi, o comunque non le possono condizionare direttamente. Possono solo criticare le scelte di Pechino,  spesso a sproposito (in un'altra occasione mi piacerebbe spiegare perché la questione del cambio dollaro-yuan è posta in termini completamente sbagliati), ma non hanno il potere di modificarle. E questo avviene perché da una parte le reti d'interdipendenza tra i due sistemi statuali sono fortissime; non giova a nessuno arrivare a scontri diretti, anche se non mancano conflitti commerciali e tensioni geopolitiche in aree strategiche (che sono riconducili alla dinamica competitiva sino-statunitense); da un'altra parte perché l'interdipendenza è "asimmetrica", squilibrata, ma a vantaggio della Cina: negli Usa, ci si indebita e si rimane legati a una finanza sovradimensionata, viziata perché prevalentemente speculativa e non di servizio; in Cina si risparmia, si accumula capitale, si regolano i mercati, con prevalenza di produzione e commercio. Una mia analisi approfondita sui caratteri di questa interdipendenza "asimmetrica" è in corso di pubblicazione sul primo numero di "Studi strategici", nuova rivista scientifica dello Stato Maggiore della Difesa.

Nel suo libro scrive che "senza sicurezza energetica non c'è identità che possa affermarsi né potere che possa consolidarsi". Secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA), nel 2009 la Cina ha consumato una quantità di energia equivalente a 2,252 milioni di tonnellate di petrolio, destinata ad aumentare dell'87% entro il 2030; con il consumo di carbone che ricopre la parte più consistente (nel 2009 l'import è salito del 212% a 125,8 milioni di tonnellate). E le riserve non sono sufficienti a soddisfare il fabbisogno nazionale per cui Pechino deve cercare altrove ciò di cui ha bisogno. Quello della fame energetica può essere considerato il vero tallone d'Achille del gigante asiatico o gli accordi che Pechino sta stringendo con vari Paesi (Africa in primis) basteranno a garantirgli quella sicurezza energetica e quindi politica di cui ha bisogno?

Sui calcoli relativi al consumo di energia in oil equivalent ci sono vari dati, spesso molto diversi. Le statistiche, soprattutto nel settore energetico, vanno prese con le pinze. Sembra tuttavia che la Cina abbia leggermente superato, o almeno pareggiato, i consumi complessivi degli USA. Non dimentichiamoci però che il livello di consumo pro capite in Cina è almeno quattro volte inferiore e, per quanto riguarda il solo petrolio, la Cina consuma meno della metà degli USA. Pechino ha realizzato accordi molto importanti, di lungo termine, con i maggiori produttori di petrolio e gas del mondo: dalla fine degli anni Novanta ha avviato un'ampia operazione di approvvigionamento all'estero, con le sue state-owned enterprises, che ha poi intensificato negli ultimi dieci anni. In Africa, ma anche nelle Repubbliche Centro-asiatiche, in Medio Oriente come in America del Sud. Parallelamente, sta lavorando per incrementare le proprie riserve strategiche al livello domestico.

Al momento, quindi, Pechino è in grado di garantirsi una certa sicurezza energetica, anche grazie alle sue consistenti riserve di carbone e, non meno importante, all'incremento repentino della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili. Un processo quest'ultimo da non trascurare. Il 3 novembre scorso sono stati pubblicati i risultati di una ricerca sulle rinnovabili e le tecnologie verdi, condotta da Ernst & Young. Provi a indovinare chi è il leader mondiale del settore? La Cina, che ha tolto il primato all'Ue, mentre gli Usa sono ancora molto indietro. Perché? Pechino ha investito più di tutti gli altri paesi del mondo, ha fatto scelte precise e le ha perseguite. Le ragioni risiedono dunque nella disponibilità di capitali accumulati nel Paese e al contempo nella capacità delle autorità di Pechino di utilizzare parte di queste risorse attraverso un'attenta pianificazione a lungo termine. Sono anni che, mentre noi parlavamo dei problemi ecologici in Cina – tutto vero - questo grande inquinatore sviluppava e applicava piani industriali ed energetici rivolti alle rinnovabili. Con risultati eccellenti, a quanto pare. Questa leadership mondiale nell'uso delle rinnovabili era in via di definizione già da alcuni anni, era noto insomma, ma non all'opinione pubblica occidentale, più ferrata sull'insensibilità ecologica del Dragone.

La ricerca pubblicata qualche giorno fa sottolinea, per darle un esempio, come la spesa del Paese sullo sviluppo dell'energia eolica, nel secondo quarto del 2010, corrisponde a circa la metà della spesa mondiale. Ben Warren, manager della E&Y, ha detto: "Il livello di energia eolica che è stata impiegata in Cina dimostra che ciò può essere raggiunto con una politica industriale ed energetica attentamente pianificata capace di elevare le tecnologie verdi a un livello strategico nazionale". La più grande associazione europea di imprese private (EVCA) sta chiedendo ai governi europei di sviluppare una struttura di regolamentazione capace di organizzare strategicamente investimenti nel settore … Insomma, si ricomincia a (ri)-imparare da Oriente.

Ultimamente si è parlato molto di terre rare: minerali indispensabili per la produzione di macchine ibride, prodotti tecnologici di ultima generazione, turbine eoliche e perfino missili, di cui la Cina detiene il 60% delle riserve mondiali e il 90% della produzione. A seguito di vari blocchi delle esportazioni ordinati dal governo cinese, Pechino è stato più volte accusato dai Paesi industrializzati di usare queste risorse minerarie come strumento politico. L'opinione di molti osservatori è che le terre rare diventeranno preziose quanto il petrolio e che ciò sposterà definitivamente in Cina il fulcro del potere.

Anche in questo caso le statistiche vanno maneggiate con prudenza, soprattutto quelle sulle riserve. Questo valore è, secondo US Geological Survey, compreso tra il 40 e il 50 per cento, che è comunque la quota maggioritaria tra le riserve conosciute, sparse in tutti i continenti. La produzione cinese è la più grande al mondo e più della metà viene consumata all'interno, a conferma di quanto dicevo anche in merito alle tecnologie verdi per l'uso delle rinnovabili.

Che le "terre rare" vengano utilizzate come strumento politico è più che legittimo, direi che è storicamente normale nella gestione dei rapporti internazionali. Ogni Paese si gioca le carte che possiede. E' così per i produttori di petrolio - quando gli Stati sono sufficientemente forti - come per l'uranio, minerale strategico per energia nucleare e armamenti atomici, il cui mercato è controllato significativamente dagli Usa. Non basta possedere certe risorse nei propri territori per decretare una supremazia, ci vogliono politiche nazionali che sappiano valorizzarle, utilizzarle in modo strategico per gli interessi del Paese e, quando necessario, proteggerle. La Cina lo può fare e agli altri competitor, sempre più dipendenti da Pechino, questo non va giù. La disputa sulle isole Senkaku (Diaoyu per i cinesi) va avanti dagli anni '70, ma oggi le rivendicazioni di Pechino sono più forti, sempre in ragione dei mutati rapporti di forza. Il recente blocco delle esportazioni delle "terre rare" verso il Giappone ha fatto seguito a un incidente avvenuto proprio in quelle acque, dove il capitano di un peschereccio cinese è stato arrestato dalla marina giapponese per aver sconfinato nelle acque territoriali.

Torno a ripetere che ci sono strategie politico-economiche vincenti e altre miopi e perdenti. La Cina sta rafforzando il monopolio dello Stato nel settore delle "terre rare" (e in generale nei settori più strategici), anche per contrastare il contrabbando illegale di questi minerali, combinando nel contempo azioni incisive all'estero. In altre parole, le autorità di Pechino spingono affinché i propri industriali acquisiscano un controllo, almeno parziale, di compagnie straniere coinvolte nella filiera. Gli stessi americani hanno venduto, nella seconda metà degli anni '90, la Magnequenq a compagnie cinesi. Gli Usa hanno fatto errori strategici anche in questo settore, al punto che oggi sul territorio statunitense è praticamente inesistente. Sull'argomento si può consultare l'interessante analisi di un ricercatore francese, Olivier Zajec.

"Diritti umani, democrazia, libertà" questi - scrive nel suo libro – i principi che gli Stati Uniti  hanno portato in giro per il mondo e con cui hanno giustificato il loro operato, in modo spesso incoerente. E proprio il 'calpestamento' dei diritti umani rappresenta la principale accusa che la comunità internazionale muove alla Cina (il nobel per la pace a Liu Xiaobo è solo l'ultimo di una lunga serie di casi). Lotta ideologica o un tentativo di arginare il pericolo Cina?

Nel mio libro ci sono esempi concreti sull'incoerenza e sull'ipocrisia con cui gli Usa e tutto l'Occidente fanno uso e abuso della retorica dei "diritti umani". Nel capitolo su "La Cina nella geopolitica globale" riporto dichiarazioni eloquenti al riguardo, rilasciate da alti esponenti del governo cinese, ma anche una citazione inequivocabile dell'autorevole economista Joseph Stiglitz, che parla appunto di sistematico calpestamento della democrazia e dei diritti umani da parte degli Stati Uniti d'America nel corso del loro operare al livello internazionale. Con questo non vuol dire che in Cina non esistano problemi di "diritti umani" legati alla malavita, a fenomeni di sfruttamento dei lavoratori, alla libertà di dissenso politico e così via, ma sono interni, come ne esistono da noi. La mia analisi riguarda però la geografia del potere mondiale o se preferisce del sistema internazionale, e ci sono molti studiosi e numerosi capi di stato di Paesi non occidentali che valutano la politica estera cinese più moderata e diplomatica di quella statunitense. Per finire di rispondere alla sua domanda, direi che si tratta di una lotta ideologica motivata da quelle trasformazioni materiali che stanno mutando la distribuzione geografica del potere mondiale.  

L'ascesa cinese ha coinciso per lo più con lo sviluppo economico. E' possibile per una realtà come la Cina giocare la partita con le potenze internazionali con la sola carta dell'economia? Dovrà rivedere alcune questioni di interesse mondiale come quelle legate alla democrazia o il nuovo assetto mondiale poggerebbe su "caratteristiche cinesi"?

Penso di aver già chiarito, a questo punto dell'intervista, che non si tratta solo di sviluppo economico. Faccio però volentieri alcune considerazioni teoriche. I più grandi economisti della storia sono stati prima di tutto dei filosofi; per comprendere "l'economia" è infatti necessario contestualizzarla, indagare il funzionamento delle società umane, riflettere sulle finalità dell'agire umano. L'economia in sé non esiste; produzione, distribuzione e consumo sono processi sociali prima che economici, avvengono su spazi territoriali costruiti, più o meno organizzati e regolamentati, in base all'esistenza di istituzioni/autorità che mediano o acuiscono le relazioni di potere, i rapporti di forza in gioco. Il mercato è il frutto di queste relazioni sociali e politiche, nonché di pratiche culturali, che consentono, ampliano e/o limitano le attività produttive, distributive e di consumo (economiche). La centralità dello Stato e dei suoi rappresentati è fondamentale nell'evitare, creare e/o risolvere le crisi economiche, che sono sociali e politiche nelle cause come negli effetti, e oggi lo (ri)-impariamo a casa nostra. La centralità dello Stato anche nell'attuale sviluppo asiatico, in alcune macroregioni, sta facendo emergere secondo alcuni studiosi un nuovo paradigma di accumulazione capitalistica, definito neo-statalista (per esempio, quando si parla di SWFs o di SOEs).

Le "caratteristiche cinesi" sono vincenti nella competizione internazionale proprio perché la politica cinese non è subalterna agli interessi capitalistici privati  (come avviene, invece, nelle democrazie occidentali). Pechino li controlla, gli crea gli spazi di azione, li indirizza in funzione degli interessi nazionali, sulla base di strategie e processi di pianificazione di lungo termine. Io sono un cultore di Giovanni Arrighi che ha scritto per me il libro più importante degli ultimi tempi, Adam Smith in Beijing. E' in Cina che si sta concretizzando, secondo Arrighi, quell'economia di mercato non capitalistica, che coinciderebbe con la concezione smithiana di "sviluppo naturale"; in cui lo Stato contribuisce in modo sostanziale a costruire e riprodurre il mercato, usandolo come uno dei più efficaci strumenti di governo.

Alcuni leader africani hanno dichiarato in più occasioni di preferire aiuti e investimenti cinesi a quelli europei perché efficienti e veloci (numerose le infrastrutture create dal Dragone), ma soprattutto perché non vincolati ad intromissioni nelle politiche interne di ciascun Paese. La Cina ha saputo davvero comprendere meglio dell'Occidente quali sono i bisogni di questi Paesi?

Sulla Cina in Africa offro un ampio spazio nel mio libro, ma la mia analisi rimane tuttavia di tipo macro, centrata sugli accordi tra Paesi e sulla volontà di indagare il mutamento del sistema-mondo. Negli accordi con i cinesi, i vari paesi africani trovano mille convenienze ed opportunità, crediti a buon mercato, tecnologie, formazione e investimenti. C'è reciprocità di vantaggi e assenza di ingerenza sulle politiche interne, a meno che i Paesi africani facciano lo stesso. Per avere una conferma, più minuziosa e fatta di racconti tratti sul campo e sulla strada, rimando a Cinafrica, scritto da due reporter francesi ed edito in Italia dal Saggiatore. Non è una questione di comprensione, i cinesi forti della loro tradizione, civiltà e cultura, perseguono obiettivi strategici considerando i bisogni degli altri Paesi, così si crea consenso. Gli imperi occidentali, ieri come oggi, molto più semplicemente non hanno mai preso in considerazione i bisogni dei paesi africani.

Torniamo all'inizio dell'intervista: politica conciliatoria, di non ingerenza e basata sulla reciprocità, ovviamente da una posizione di forza. Non solo in Africa, ma ovunque operano nel mondo. L'attuale espansione cinese è prevalentemente di tipo commerciale e produttiva, benché politicamente supportata. Basta guardare all'Afghanistan. Gli Usa e gli altri alleati dell'ISAF fanno la guerra, oppure, se si preferisce, operano in una missione di sicurezza internazionale; nella sostanza, comunque, spendono soldi per operazioni militari, ampliamento e costruzione di nuove basi militari, e perdono uomini. Le compagnie cinesi, invece, acquisiscono il controllo di miniere di rilevanza mondiale, danno lavoro a migliaia di afghani, costruiscono strade ecc. Nel mio libro questi divergenti approcci nella politica estera delle due maggiori potenze del mondo, militarista uno e mercantilista l'altro, sono suffragati da una approfondita analisi geografica.

di Sonia Montrella
 
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