Avvocato, Pirola Pennuto Zei & Associati (Sede di Pechino)

Avvocato, Pirola Pennuto Zei & Associati (Sede di Pechino)

Roma, 27 giu.- "La Cina: da fabbrica del mondo a leader high tech: alla ricerca dell'investimento di qualità": quali gli obiettivi della conferenza prevista per il 28 giugno a Padova? E cosa la rende diversa dalle tante altre iniziative che promettono di indirizzare le imprese italiane in Cina?

In Italia non si contano le conferenze, le missioni e gli eventi dedicati alla Cina. Tuttavia, il "taglio" che abbiamo deciso di dare a questo evento non mi risulta avere precedenti. Lo abbiamo costruito avendo come punto di partenza non le necessità commerciali specifiche ed immediate degli operatori di un certo settore economico (ci sono già missioni e fiere), ne' il settore operativo nostro proprio (non si tratta di un convegno soltanto in materia legale / fiscale), bensì la definizione di ciò che la Cina stessa considera "high tech" da incentivare.
Si tratta di otto macrocategorie tecnologiche, descritte nel c.d. "Catalogo dei settori tecnologici incentivati dallo Stato su base prioritaria", un importante strumento di programmazione economica del Governo Cinese ancora poco conosciuto dagli operatori italiani: i) tecnologie elettroniche e dell'informazione; ii) biotecnologie e nuove tecnologie medicali; iii) industria aereonautica ed aerospaziale; iv) nuove tecnologie dei materiali; v) servizi ad alta tecnologia; vi) nuove tecnologie energetiche e di risparmio energetico; vii) tecnologie per le risorse e per l'ambiente; viii) tecnologie avanzate per la trasformazione di tecnologie tradizionali.  
Ampio spazio e' dedicato, inoltre, alle tecnologie per i macchinari agricoli, un settore nel quale l'Italia può certamente vantare delle eccellenze. Attorno alle tecnologie incentivate - tema principale dell'evento - abbiamo quindi costruito il panel cerando di coprire tutti gli aspetti dello sviluppo di un progetto di internazionalizzazione: strategici, finanziari, fiscali e societari, di protezione della proprietà intellettuale.

Per molte aziende italiane che prima guardavano la Cina solo come al proprio magazzino produttivo, il Paese rappresenta ormai una sorta di 'terra promessa' in grado di garantire grossi ritorni economici. Quanto è dissestata la strada verso il mercato cinese?

Quanto si parla delle difficoltà per le aziende italiane ad operare in Cina, occorrerebbe riconoscere con onestà che non tutti i problemi sono, per così dire, "ambientali", ma anche di (nostra) cultura aziendale. Un esempio: quante volte si sentono imprenditori lamentarsi della contraffazione cinese, o evitare totalmente contatti con la Cina o investimenti in Cina strategicamente giustificabili a causa del rischio di contraffazione? Cio' nonostante, il tasso di incremento medio annuo delle domande di brevettazione in Cina e' del 22% circa, e l'elasticità del tasso di brevettazione su quello degli investimenti in Ricerca & Sviluppo è un terzo di quella tedesca. Ciò significa che, pur brevettando le imprese cinesi con minor frequenza le proprie scoperte (tre volte meno frequentemente di quelle tedesche), ogni anno sono depositate in Cina il 22% di domande di brevettazione in più rispetto all'anno precedente.
Ha senso lamentarsi, quando e' ampiamente provato che, nonostante le contraffazioni, i cinesi usano sempre di più gli strumenti di protezione della proprietà intellettuale messi a disposizione dal sistema, e creano tecnologia locale sempre più velocemente?
Occorre un cambiamento di mentalità da parte di molte nostre imprese: le spese di lotta alla contraffazione non devono essere considerate spese legali (lo sono, tecnicamente, ma non e' questo il punto). Devono invece essere considerate spese commerciali, cioe' proporzionali al, e dipendenti dal successo del prodotto sul mercato. Occorre investire attivamente e preventivamente in registrazioni, ricerca dei contraffattori, investigazioni, azioni di disturbo. Non ci si può limitare alla lettera di diffida quando si scopre per caso in fiera un catalogo contraffatto.

Quali gli altri punti deboli delle aziende?

Un altro problema significativo delle imprese italiane e' quello della carenza di progettualità. Va benissimo cogliere l'opportunità, ma non è detto che la prima opportunità che capita sia la migliore e che non ne vadano esplorate altre. Meglio investire qualcosa in uno studio strategico serio per scegliere la localizzazione ideale, piuttosto che localizzarsi dover capita.
L'altro serio ostacolo e' quello della gestione dei tempi. In un Paese che cresce all'11% annuo per quanto riguarda il PIL, o del 22% per le brevettazioni, il tempo scorre in modo diverso. Le cose succedono prima. Chi e' incaricato di sviluppare progetti in Cina deve essere messo nella condizione di operare con i tempi cinesi, ed è la casamadre a doversi adattare a ciò. Va da se' che, dove le cose succedono prima, anche le professionalità manageriali maturano più rapidamente. Un laureato in ingegneria cinese proveniente da uno dei migliori politecnici, dopo 7-8 anni di carriera di primo piano in una o due aziende, può già avere responsabilità di fatto equiparabili a quelle di un manager cinquantenne italiano (e probabilmente già pensa ad avviare la propria impresa). Dovrebbe essergli riconosciuta un'autorevolezza equiparabile, nell'ambito della struttura organizzativa complessiva del gruppo. Può essere un punto difficile da comprendere, per le strutture aziendali italiane in cui e' ancora forte il pregiudizio gerontocratico.
Fatte queste premesse, restano i problemi di ambientazione propri della Cina (lingua, vastità del territorio, protezionismo, gestione dei rapporti con le autorità politiche, sistema giudiziario etc.). Ma quale mercato non ne ha?

Quali settori privilegiare?

Vedrei buone opportunità per la meccanica di precisione e la componentistica, il settore dei macchinari agricoli, dei materiali avanzati, certe tecnologie ambientali. Alcuni di questi settori d'eccellenza italiani sono già rappresentati in Cina. Resta però da compiere un ulteriore salto culturale: considerare la Cina non più soltanto come Paese di delocalizzazione per la produzione che utilizza tecnologie già mature o quasi (mantenendo soltanto il Italia Ricerca & Sviluppo e tecnologie avanzate), ma anche come Paese in cui sviluppare attivamente tecnologie e fare ricerca.

Il sistema di sviluppo dell'high tech cinese prevede diversi incentivi fiscali per le imprese straniere. Quali le condizioni per accedervi e quali i vantaggi?

Il principale incentivo è quello della riduzione della Corporate Income Tax (cioè l'imposta cinese sui redditi delle società) dal 25% al 15%. Per qualificarsi, una società costituita in Cina (indifferentemente, a capitale cinese o straniero) deve produrre beni o servizi le cui tecnologie ricadono nell'ambito del Catalogo. La società deve essere in controllo dei principali diritti di proprietà intellettuale relativi a tali beni o servizi per mezzo del loro sviluppo, trasferimento (per acquisto, donazione, od operazione M&A), ovvero tramite contratto di licenza esclusiva almeno quinquennale.
Quest'ultimo requisito si presta a interpretazioni diverse: se la licenza riguarda si' una tecnologia agevolata, ma e' di sola fabbricazione, e' dubbio che la societa' possa "controllare" il diritto di proprieta' intellettuale. Quindi, per garantirsi piu' agevolmente l'accesso all'incentivo, e' consigliabile che il brevetto sia registrato direttamente, o pienamente ceduto, alla societa' cinese. Cio' non pone problemi particolari ad un operatore straniero quando controlla interamente le quote di una societa' cinese (la tecnologia rimane comunque nell'ambito del gruppo). Piu' complesso il caso delle joint venture.
Il secondo requisito per qualificarsi e' di disporre d'almeno il 30% di personale con titolo di studio superiore, e del 10% del personale dedicato specificamente alla Ricerca & Sviluppo.L'attività di Ricerca & Sviluppo deve essere svolta, di fatto, in modo continuativo: sono previste percentuali di investimento minimo in ricerca rispetto al fatturato totale (decrescenti, all'aumentare del fatturato). In Cina devono localizzarsi almeno il 60% degli investimenti (si parla degli investimenti della società cinese che intende qualificarsi, non del gruppo multinazionale a cui eventualmente appartiene).
Infine (qui si arriva al punto del product mix), la società deve derivare almeno il 60% dei ricavi da prodotti o servizi "high tech" qualificati. Specifichiamo subito – per sgombrare il campo allo scetticismo – che non si tratta di "incentivi-civetta" destinati a rimanere sulla carta e concessi solo a un'esigua minoranza di multinazionali o solo ad imprese locali. Nei primi tre trimestri dall'entrata in vigore delle norme, quando le procedure non erano ancora ben chiare, si sono comunque qualificate oltre 15.500 imprese.
Tutti questi requisiti si declinano in documenti da sottoporre e procedure da seguire, atti a provare il rispetto dei parametri. Il risultato e' un certificato di "High Tech Status" di validità triennale, rinnovabile. Oltre ad usufruire di tale incentivo, è possibile ridurre ulteriormente il carico fiscale beneficiando della superdeducibilità delle spese di Ricerca & Sviluppo.
In sintesi: per le spese di ricerca spesate nell'anno (cioè portate in deduzione del reddito annuale) e' concessa una deducibilità addizionale del 50% (quindi: dato 100 di spese effettive, si può dedurre dal reddito complessivo 150); per le spese che fossero da capitalizzare (caso in cui si scriva a bilancio come bene immateriale il valore di un brevetto creato), può essere iscritto il 150% (che si tradurrà in maggiori ammortamenti fiscalmente riconosciuti negli anni successivi). Anche in questo caso ci sono parametri formali e procedure da rispettare per l'accesso all'incentivo.
Tornando dal piano tecnico-fiscale a quello strategico, si pone questa riflessione.Sino a qualche anno fa, l'approccio di mercato delle imprese industriali italiane alla Cina era sistematicamente di tipo prudenziale / progressivo, con rare eccezioni: partire con il Representative Office, poi cominciare con l'assemblaggio di componenti low-tech, valutare dopo qualche anno se iniziare con la produzione vera e propria e, col tempo, inziare anche la ricerca e lo sviluppo per la produzione o le customizzazioni locali.
Ha ancora senso quest'approccio quando il "sistema Cina" (di cui il fisco e' parte) si sta muovendo massicciamente in direzione della promozione dello sviluppo tecnologico?
Forse è il momento di passare a progetti più "aggressivi" e completi (commerciale, produzione, ricerca e sviluppo). Chiaramente, è più complesso progettare l'avvio da subito di uno stabilimento e di parte delle attività di ricerca in Cina, piuttosto che un ufficio di rappresentanza a scopo esplorativo. Sta di fatto che anche l'approccio prudenziale / progressivo ha i suoi svantaggi: dopo anni spesi per raccogliere informazioni e per avviare passo passo una produzione a bassa tecnologia, ci si può trovare a competere con aziende locali che già vantano l'"High Tech Status" e che pubblicizzano ampiamente nella loro filiera le proprie capacità di Ricerca & Sviluppo in Cina. Negli anni '90, o a inizio anni 2000, l'approccio progressivo era più giustificabile, anche in considerazione del gap tecnologico esistente tra Cina e Occidente. Oggi, molto meno.

Si parla spesso di opportunità nel comparto delle energie pulite, ma la Cina è già leader in parte delle  tecnologie verdi. Se si considera il comparto dei pannelli solari, ad esempio, la Cina sussidia i suoi produttori, ed esporta quasi tutti i suoi pannelli in Occidente. Quali spazi per l'Italia?

La Cina ha certamente un primato nella produzione ed export di pannelli fotovoltaici, o di attrezzature per l'eolico, oltre che nelle nuove installazioni locali di impianti di generazione ecocompatibili. Ciò non toglie che determinate tecnologie avanzate per il fotovoltaico e l'eolico siano considerate incentivate e di interesse anche per operatori stranieri. Restano inoltre ampi spazi per quanto riguarda le tecnologie ecocompatibili per l'industria, il trattamento delle acque, il recupero dei rifiuti e l'agricoltura.

Il Padiglione Italia all'Expo di Shanghai, pensato per essere una vetrina delle eccellenze di casa nostra, del vivere all'italiana e del saper fare, ha funzionato: nei primi 6 mesi dall'inizio dell'anno si è assistito a un'impennata dell'export, dei beni di lusso e del turismo e ad un aumento della domanda di materiali italiani. Ritiene che adesso per le aziende di casa nostra la strada è più in discesa?

Per le aziende del comparto luxury & lifestyle, si è trattato di un'ottima vetrina. Le ricadute positive continueranno a farsi sentire. E' stato un buon esempio di "gioco di squadra", anche per quanto riguarda il rapporto tra privato ed istituzioni.
Più complessa la situazione per quando riguarda i comparti tecnologici. Scontiamo ancora la mancanza di progetti di cooperazione accademica di ampio respiro e significativa portata numerica negli anni '90 e primi anni 2000. In quel periodo, Germania, Francia e Inghilterra già accoglievano nei loro politecnici e nelle business school migliaia di studenti e ricercatori cinesi all'anno. Con i ritmi di sviluppo della Cina, sono già arrivati a posizioni manageriali e, ovviamente, conservano informazioni, contatti e preferenze per i Paesi che li hanno ospitati. Non c'e' da stupirsi se il nostro rapporto tra investimenti diretti ed interscambio complessivo e' relativamente ridotto, rispetto ad altri Paesi europei.

A suo parere, come si possono promuovere ulteriormente le eccellenze tecnologiche italiane in Cina?

Distinguerei innanzi tutto la promozione puramente commerciale dalla promozione del sistema produttivo. Fiere, rassegne e missioni sono ottime occasioni di sviluppo commerciale, di interesse immediato. E' facile raccogliere adesioni. Non bastano tuttavia a dare la preparazione giusta per pensare, pianificare e promuovere gli investimenti diretti. In questo campo, occorre davvero un gioco di squadra tra accademia, istituzioni, rappresentanze imprenditoriali di settore, finanza e servizi, oltre alla disponibilità delle imprese che vantano esperienze d'internazionalizzazione di successo di farsi promotrici e testimonial nei rispettivi comparti. Occorre uscire dal proprio seminato, anche combattendo alcuni pregiudizi ("noi ci occupiamo solo di …; cosa c'entriamo?") e gelosie ("chi me lo fa fare di andare a raccontare ai miei concorrenti italiani come ho sviluppato lo stabilimento in Cina?"). Solo con questo approccio a 360° si può passare dalla promozione commerciale pura e semplice alla promozione di sistema.

L'invito alla conferenza è liberamente disponibile sul sito del Parco Scientifico Galileo:

http://www.galileopark.it/images/stories/download/2011/la%20cina%20da%20fabbrica%20del%20mondo%20a%20leader%20high-tech%20-%20invito.pdf
 

La partecipazione e' gratuita, sino a esaurimento posti disponibili.

Se a qualche lettore interessasse sapere se una determinata tecnologia rientra nella definizione di "high tech" del Catalogo o meno, può contattare per una verifica (stefano.corvino@studiopirola.com).

di Sonia Montrella

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