Ha ragione mia nonna, siamo tutti migranti

Ha ragione mia nonna, siamo tutti migranti

L'altra sera ero in compagnia di mia nonna (Giagia in greco) di 83 anni (anche lei, come me, si chiama Sofia, anche se da sempre per noi è Fifi - Giagia Fifi) e stavo, come dicono gli inglesi, "Contando le mie fortune".

Eravamo andate a vedere uno spettacolo musicale alla "Terazza di Foivos" con vista sul Partenone, circondate dalle luci di Lykavitos e dalle colline di Filopappou. Foivos Delivorias è un musicista greco che ha deciso di aprire quest’anno un locale per ricordare l'Atene degli anni ‘60: una terrazza che vanta una vista spettacolare e inimitabile che solo Atene può offrire, unita ad un programma musicale che, secondo il linguaggio dell’epoca, potremmo definire "variete'". Davanti ai nostri occhi, c’erano cantanti ma anche il mago, i ballerini e molto altro.

Giagia Fifi sembrava un po’ impensierita da una serie di preoccupazioni comuni a tutte le nonne della sua età: salute e figli ma anche "Come è finita così la Grecia?". Giagia Fifi aveva  bisogno di parlare  e la Terrazza di Foivos la aiutava, riportandola indietro nel tempo.

Quando la cameriera ci ha portato dell'acqua, facendo trasparire un accento chiaramente non greco, mia nonna si è girata verso di me e mi ha detto "Sofia , siamo tutti migranti."

Attraverso il racconto rivivo la sua storia. Una bambina che a soli 9 anni lascia Samos, la sua isola natale, "Perchè erano arrivati gli Italiani a seguito della guerra e papà aveva paura". Partirono da quel luogo con una piccola barca alla volta della Turchia per prendere poi una nave più grande che si fermò fuori da Port Said in Egitto. Era appena prima della battaglia di Alamein e ancora non si sapeva se le truppe di Hitler avrebbero conquistato l'Egitto, certamente non si potevano esporre i profughi alla bocca del lupo! E ripartirono verso il Kenya, via mare, per poi proseguire via terra per arrivare in Congo. Proprio nel mezzo dell’Africa Centrale, c'era una communità greca e speravano che qualcuno li avrebbe accolti. Passarono 20 anni;  Giagia Fifi si era sposata e aveva fatto 4 figli. Ancora una volta, doveva lasciare la sua casa, il Congo, per ripartire, perché anche quel luogo era diventato pericoloso.  

Giunta questa volta a Cipro, la terra natale di mio nonno, trascorse ben 10 anni a conoscere l’isola e i numerosi  parenti del marito. La mia famiglia ironizza spesso sul fatto che la nonna ha amato Cipro più dei ciprioti e ancora si rattrista quando le capita di parlare  delle sue amiche, rese profughe come lei dalla guerra del 1974 .

Una storia avventurosa e emozionante. Mia nonna non coltiva cattiveria verso nessuno. Ricorda l’affetto che lei bambina di soli 9 anni nutriva verso i soldati Italiani (gli Italiani erano molto amati in Grecia dove si  temevano molto di più i tedeschi), il “suo” Congo e le persone che purtroppo non rivide più.

Ai miei di occhi,  sembra che lei abbia vissuto 10 vite.

L’altra mia giagia, Anthulla, era nata in un luogo che si chiamava Selefkia (Silifke in Turco) in quello che lei chiamava “Asia Minore”. Anche lei era partita da profuga a 4 anni per Cipro, appena prima dello scambio delle popolazioni del 1923, durante il quale Greci ma anche Turchi divennero profughi in una notte. Selefkia era diventata troppo pericolosa, Giagia Anthulla aveva già perso uno zio e lei e la sua famiglia dovevano andarsene velocemente. Non conoscevano prima di allora Cipro, ma era piuttosto vicino,  anche lì si parlava il greco e speravano in un accoglienza calda. Fecero due rapidi conti e partirono per la loro nuova meta. Giagia Anthulla non è più con noi, ma ricordo i suoi racconti di come erano partiti nascondendo i soldi e le cose più preziose, ricordi del posto in cui era nata, che possedevano all’interno dei loro vestiti . Giagia Anthulla ci ha lasciato le sue storie e i suoi ricordi.  Guardo spesso il braccialetto che mi ha donato e che mi fa rivivere tutti i posti in cui è stata, pensando a quanti viaggi ha fatto quel piccolo monile che tengo in mano.

Profughe entrambe, dunque, le mie nonne; il nonno  Miltiades, invece, era un migrante economico, o almeno noi oggi lo chiameremmo così. Era l’ultimo di 12 figli nati a Cipro e scelse di andare in Congo per lavorare e assicurarsi un futuro migliore. Non aveva calcolato che avrebbe amato quel posto e che, proprio lì, avrebbe conosciuto la giagia Fifi e stretto le sue amicizie più profonde. Non poteva immaginare nemmeno che sarebbe poi dovuto fuggire anche da quel luogo.

La storia, chiaramente, non finisce qui, anzi: i miei genitori, ad esempio, hanno lasciato Cipro per studiare ad Atene, come si usava fare all'epoca, dato che a Cipro non c’era l’università). Si conobbero proprio nella capitale greca, con un colpo di fulmine che dura ancora oggi, per poi ripartire, insieme a me e mio fratello, verso l’Inghilterra: anche mio padre voleva assicurarsi un futuro migliore. Migrante economico? Forse sì. Ricordo bene i primi tempi in Inghilterra, belli ma pieni di solitudine: vivevamo in una città di provincia, nella quale i pochi stranieri presenti (qualche indiano, qualche greco, ecc…) erano visti, a volte, non nel migliore dei modi.

Anche i miei genitori coltivavano il sogno di ritornare a Cipro, cosa che  fecero 10 anni dopo: i migranti hanno sempre la nostalgia di casa.

Quando io andai a studiare in Inghilterra e iniziai a lavorare  non eravamo più “migranti” . Appartenevo alla generazione dell’Unione Europea e dell’Erasmus. Per noi europei, partire non solo era diventato facile ma costituiva un’avventura bellissima in grado di regalare mille esperienze ed emozioni.

Giagia Fifi ha ragione: non siamo forse tutti migranti? Chi profugo di guerra, chi migrante economico, chi come me era semplicemente alla ricerca di qualcosa in più,  ma comunque migrante: tutti, avendo sempre  la "patria" nel cuore, ma anche colmi di tutto l’amore e le esperienze che avevamo trovato nei  nostri nuovi luoghi.

Nonostante la ricchezza che abbiamo in più,  i mezzi di trasporto e le nuove tecnologie, ai giorni nostri è ancora più difficile  la situazione che vivono i migranti. Infatti, per le mie nonne che sono scappate da due diverse guerre, c'era certamente la paura del viaggio in barca affrontato di notte ma c'era anche il calore ricevuto da persone sconosciute, al loro arrivo in  Congo e a Cipro. Donne e uomini in fuga da guerre e povertà, , alla loro epoca, erano da proteggere, da aiutare.

Oggi, purtroppo, non è così. I fenomeni migratori sono sempre esistiti e sempre esisteranno. Sappiamo che l'Europa, con i suoi 500 milioni di abitanti, non è neanche il continente che accoglie più  migranti. Adesso,  tocca a noi europei, che fatichiamo persino ad accogliere 5 milioni di persone che scappano da guerre e violenze, a dover avviare delle politiche di accoglienza che mettano al centro i diritti umani delle persone e che vadano oltre la logica della protezione dei confini e della sicurezza. Tocca a noi europei dare quel calore e proteggere chi nella propria terra d’origine non ha più futuro.

“Conto quindi le mie fortune”: La fortuna di avere due nonne che sono sopravvissute a tutto questo; La fortuna di aver vissuto tante esperienze grazie ad un’Europa che ci ha aperto le porte e anche le menti; La fortuna di non essere nata in questi anni in Siria, in Eritrea o in uno dei tanti Paesi da dove le persone migranti fuggono negli ultimi anni;  e non da ultima, la fortuna di poter portare la mia giagia Fifi alla “Terrazza di Foivos”, per farmi raccontare  tutto questo  e ricordarmi che… siamo tutti migranti.