AGI - Meta e YouTube sono stati considerati responsabili e negligenti per i danni psicologici subiti da una ragazza di 20 anni che aveva accusato le due piattaforme di averla indotta alla dipendenza fin da quando era bambina e di non averla messa sull'avviso del rischio che correva.
Lo ha deciso la giuria della Corte Superiore di Los Angeles dopo nove giorni di deliberazione. Meta è stata riconosciuta responsabile per il 70 per cento dei danni, mentre Google, di cui fa parte YouTube, per il 30 per cento. La giuria ha riconosciuto alla ragazza che aveva fatto causa un risarcimento danni di tre milioni di dollari.
Google: presenteremo ricorso al verdetto
"Non siamo d'accordo con il verdetto e intendiamo presentare ricorso. Questo caso non comprende correttamente la natura di YouTube, che è una piattaforma di streaming costruita responsabilmente e non un social media". Lo afferma un portavoce di Google che con Meta è stato ritenuto responsabile della dipendenza dai social media tra i giovani.
La causa di Kaley contro Meta e Google
Il caso che ha coinvolto Meta e Google, e per il quale è arrivato un verdetto storico di colpevolezza, è stato avviato da una ragazza californiana di 20 anni, Kaley, che ha accusato le due piattaforme di averla indotta alla dipendenza dai social, portandola nel tempo a sviluppare angoscia, depressione e pensieri suicidi. La ragazza ha raccontato di essersi avvicinata a YouTube, che fa parte di Google, all'età di 6 anni, e poi di essere passata a Instagram, proprietà di Meta, a 11.
Algoritmi e strategie per i minori
Durante il processo, durato circa un mese di fronte alla Corte Superiore della California, a Los Angeles, non è stata messa sotto accusa solo la dipendenza che i social possono indurre nei minori, ma la progettazione stessa delle piattaforme, sospettate di aver creato algoritmi per sfruttare la vulnerabilità dei minori e favorire quella che è stata definita da una psicologa come una "droga d'ingresso". Il mese scorso, nel giorno dell'udienza in cui era stato chiamato a testimoniare Mark Zuckerberg, i legali della ragazza avevano portato in aula annotazioni firmate dallo stesso il fondatore di Meta e da suoi dirigenti in cui si esaltava la capacità di legare gli utenti fin da bambini, per garantirsi la possibilità che diventassero assidui frequentatori nel tempo. "Se vogliamo vincere alla grande con gli adolescenti" sostenevano "dobbiamo portarli dentro già dalla pre-adolescenza". In un altro memo spiegavano che gli undicenni avevano una probabilità quattro volte maggiore di continuare a tornare su Instagram rispetto alle app concorrenti, e questo nonostante la piattaforma richieda un'età minima di 13 anni. Negli Stati Uniti circa quattro milioni di utenti sotto i 13 anni hanno usato Instagram nel 2025, mentre secondo il Pew Research Center, una delle istituzioni di ricerca americana, almeno la metà degli adolescenti americani utilizza quotidianamente YouTube o Instagram.
Il procedimento è il primo di un ampio contenzioso che coinvolge oltre 1.600 attori, tra cui più di 350 famiglie e oltre 250 distretti scolastici, intenzionati a chiamare in causa i colossi tecnologici per gli effetti dei social sulla salute mentale dei minori.
Rischi non avvertiti e reazioni delle famiglie
Secondo il verdetto, le due società non avrebbero avvertito adeguatamente gli utenti dei rischi connessi all'uso di Instagram, controllata da Meta, e di YouTube, di proprietà di Google. All'esterno del tribunale, le famiglie che sostengono di aver visto i propri figli danneggiati dai social hanno accolto con favore la decisione, parlando di una "rivincita" dopo anni di battaglia giudiziaria. I legali della giovane hanno definito il verdetto "un momento storico" non solo per la loro assistita ma per migliaia di bambini e famiglie.
Le posizioni delle aziende
Un portavoce di Meta ha detto che l'azienda "non è d'accordo con il verdetto" e sta valutando le opzioni disponibili. Analoga la posizione di Google, secondo cui il caso "fraintende YouTube", descritto come una piattaforma di streaming "costruita responsabilmente" e non come un social network. La difesa di Meta ha inoltre sostenuto che le gravi difficoltà della giovane non siano state causate dai social, richiamando episodi di abuso emotivo e fisico subiti da piccola. I legali di YouTube hanno invece evidenziato che nelle cartelle cliniche della ragazza non comparirebbe alcun riferimento a una dipendenza specifica dalla piattaforma.
Un precedente significativo e lo scudo normativo
Il verdetto arriva mentre un'altra giuria, nel New Mexico, ha già ritenuto Meta responsabile di non aver protetto i minori da predatori online e sfruttamento sessuale su Facebook e Instagram, imponendo al gruppo sanzioni per 375 milioni di dollari. Anche in quel caso la società ha annunciato appello. Per gli avvocati che seguono centinaia di casi analoghi negli Stati Uniti, la decisione di ieri potrebbe rappresentare un precedente destinato a influenzare le future cause contro le piattaforme digitali, storicamente protette anche dallo scudo normativo garantito dalla Section 230, che limita la responsabilità delle società internet per i contenuti pubblicati dagli utenti. TikTok e Snap, inizialmente citate nella stessa causa, avevano nel frattempo raggiunto un accordo extragiudiziale.