AGI - “Sto iniziando ora a capire cosa è successo e perché è successo. Giri e parli per mesi e non hai molto tempo di organizzare una 'tattica' in caso di vittoria. E sono stato letteralmente travolto dall'emozione”. Sono trascorsi quattro giorni da quando Marcello Fois ha alzato al cielo la statuetta del Premio Campiello con L’immensa distrazione (Einaudi) e ancora è palpabile l’emozione.
L’ha rivelato all’AGI spiegando che “pensavo che non avrei mai potuto vincerlo dopo il premio alla Carriera andato a Domenico Starnone (Einaudi) e il premio opera prima a Nadeesha Uyangoda (anche lei pubblicata da Einaudi), ma come ha ribadito il presidente di questa edizione, un presidente straordinario, Roberto Cicutto, lì si giudicano i libri, e se anche fosse coperto il nome dell'editore, sarebbe lo stesso”.
Secondo lei, perché ha vinto il suo libro?
“Voglio sperare perché hanno ritenuto che il mio libro fosse il più bello dei cinque, e considerato il meccanismo del premio secondo me è così. Una cosa che mi lusinga molto”.
Non accade in tutti i concorsi?
“In altri premi entrano in gioco, diciamo, fattori di diverso tipo, qui no. I 300 lettori completamente anonimi sono garanzia che non ci sono logiche 'di corridoio', e abbiamo visto cosa accade in altri concorsi… Per vincere lo Strega è meglio essere romani, non c'è niente da fare. Qui si guarda solo ai libri”.
Questa edizione del Campiello, com’è stata?
“Ho fatto la mia prima cinquina al Campiello nel 2012 ed ero alla Fenice. Alla Fenice, per carità, solo entrare è un privilegio, però era tutto più ingessato. Qui al Palazzo del Cinema mi è piaciuta tantissimo, l’ho trovata molto moderna. E poi c’era Cavazzoni. Cavazzoni è un gigante, cioè non ci doveva stare in quella cinquina, dovevano dargli il premio per la carriera direttamente secondo me”.
Un segnale incoraggiante per l’editoria in Italia?
“Quando si producono cose interessanti i segni più ci sono sempre, e così è quest’anno con una ripresa. Quando ci sono cali e flessioni è perché l’offerta è scadente”.
Forse la letteratura è diventata un modo per fuggire da una realtà troppo incerta?
“La letteratura è nella realtà, non è vero che fuggire dalla realtà sia la soluzione, anzi qualche volta aiuta di più entrarci nella realtà e quindi capire che molte cose che ci fanno paura, di fatto sono già successe e non è detto che siano apocalittiche”.
Qualche riferimento particolare?
“Questa è una nazione che ha delle amnesie potenti anche rispetto alla propria storia, che, per citare il mio libro, coltiva una 'immensa distrazione' della propria storia. Ad esempio, come può qualcuno pensare che Vannacci sia una novità rispetto alla nostra storia, mi spiego? O come si può pensare che il Covid sia una maledizione apocalittica quando ogni secolo grosso modo c'è stata un'epidemia nel mondo”.
Ci siamo illusi di essere al riparo da certe dinamiche?
“Abbiamo la presunzione di essere i primi nati, ma siamo gli ultimi nati, cioè su di noi c'è un'immensità e c'è un patrimonio pazzesco per cui potremmo vivere molto più facilmente se fossimo istruiti, questo è il punto. Siamo, come dire, una nazione di buzzurri che abita nella condizione più meravigliosa del mondo”.
Come mai la dedica a Michela Murgia?
“Credo che se la meriti questa dedica perché questo libro è l'ultimo che lei ha visto e poi perché secondo me si è seduta proprio sulla poltrona di Pasolini e ora purtroppo quella poltrona è rimasta vacante. E come Pasolini disse 'anche la mia morte mi nuocerà', così sta succedendo a Michela, a cui, anche dopo morta, chiedono conto di cose. E a chi non c’è più non si deve chiedere nulla perché non ha modo di difendersi. E per questo ho pensato con lucidità e fin da subito che se mi fosse 'andata bene' le avrei dedicato quello spazio. Quello era il momento giusto per lei”.