AGI - Va in onda da stasera, 12 gennaio, su Rai1 la serie TV che vede Luisa Ranieri nei panni di Eugenia Liguori, un racconto che affonda le sue radici nella realtà ed è ispirato alla storia di Eugenia Canfora, la preside simbolo di Caivano che ha trasformato la scuola in un presidio di legalità e riscatto.
La volontà di portare questa storia sullo schermo nasce con forza da Luca Zingaretti, produttore della serie e marito dell’attrice, rimasto profondamente colpito dalla visione di un documentario dedicato alla dirigente scolastica. Da lì l’urgenza di raccontare un’esperienza vera, concreta, capace di parlare non solo di periferie e disagio, ma soprattutto di responsabilità, futuro e istruzione. In questa intervista esclusiva all’AGI, Luisa Ranieri ripercorre il cammino del personaggio e riflette sui temi centrali della serie: la scuola, i giovani, le periferie e il ruolo dello Stato.
VIDEOINTERVISTA A LUISA RANIERI
Il percorso di questa fiction iniziato alla Festa Del Cinema di Roma si conclude questa sera in onda su Rai 1. Cosa ti ha lasciato il personaggio di Eugenia?
“È sicuramente un personaggio che ormai dal 2019 conosco molto bene e mi ha lasciato una grande voglia di fare e di fare bene, perché credo che l’insegnamento più grande di Eugenia – che vale anche per i suoi ragazzi – sia proprio questo. Con questa fiction credo che per loro sia diventata una sorta di eroina. Il fare e il fare bene il proprio lavoro è il messaggio più importante”.
Fare bene il proprio lavoro: lo hai ribadito anche parlando dell’importanza del sistema scuola, spesso sottopagato. Cosa pensi di questo problema?
“È un problema che va avanti da almeno trent’anni, in cui non si è investito adeguatamente nella scuola. È quasi atavico. Però siamo pieni di brave persone, di professionisti, di professori che ce la mettono tutta, perché per alcuni insegnare è una missione. Per altri è un dispiacere, perché si sentono sminuiti nel loro ruolo di educatori, di tramite nel passaggio della conoscenza. È un tema doloroso per il nostro Paese, che invece ha nella scuola una delle sue fondamenta più forti, forse una delle scuole che prepara meglio alla vita, grazie agli insegnamenti classici e scientifici”.
Pensi che oggi si esageri nel definire i giovani incoscienti e che questi subiscano forse critiche troppo accese dalla società?
“Io credo che tutte le generazioni abbiano avuto questo problema: la generazione precedente che dice a quella dopo che non vale abbastanza. Me lo ricordo anche io, la mia generazione era considerata di fannulloni. Ogni generazione ha quella prima che non la comprende, perché manca il dialogo. Questi ragazzi, però, nascono in un’epoca molto difficile, hanno a che fare con parole come guerra che non si sentivano da cinquant’anni. Noi siamo nati nell’analogico, loro nel digitale: hanno stimoli completamente diversi. E invece ci daranno grandi sorprese, perché sono nati dentro il periodo storico che stanno vivendo, sono nella trasformazione. Noi li guardiamo ancora dall’analogico”.
Eugenia parla dell’importanza di rimettere le periferie al centro. Secondo te come si può arrivare a questo risultato? Basta il cosiddetto 'modello Caivano' con la militarizzazione?
“No, io non credo nella militarizzazione delle periferie. Credo negli investimenti. Certo, puoi tamponare un’emergenza, ma sul lungo periodo non vale la forza: vale quanto credi nella scuola, quanto credi nel territorio, quanto investi davvero sul territorio”.
Nella prima puntata c’è uno striscione dei ragazzi che recita “Noi siamo il futuro”. Che futuro vedi per i ragazzi che stanno crescendo oggi, tra guerre, conflitti ma anche piazze e voglia di partecipazione?
“È un momento di grandi conflitti, di grandi contrasti, anche di grandi slogan. Ma c’è una voglia di dire basta a essere fraintesi. Questi ragazzi hanno voglia di dire la loro, di far vedere che dietro c’è un pensiero. Io credo moltissimo in questa generazione, più di quanto credano altri, perché si trovano a gestire qualcosa di enorme, grande anche per noi. Sicuramente svilupperanno delle skills che noi ci sognavamo”.
Un ultimo consiglio, da preside, che ti senti di dare?
“Di studiare. C’è una frase che Eugenia Canfora ha messo ovunque nella scuola, l’ha ricamata anche sulle divise della sala dell’alberghiero: “Vieni a scuola, la tua vita cambierà”. Io ci credo fortemente. Con l’istruzione puoi cambiare il corso della tua vita, anche se sei nato in una famiglia disfunzionale o in un contesto economico difficile. Con gli strumenti educativi giusti, la scuola ti apre una finestrella nella testa e ti fa vedere che fuori c’è qualcosa che puoi andare a prenderti”.