AGI - Migliaia di manufatti in pietra e tre scheletri parziali di Homo sapiens e fossili risalenti a circa 100mila anni fa offrono nuove evidenze su ambiente, tecnologie e dinamiche di vita delle prime popolazioni umane in Africa. È quanto emerge da uno studio guidato da Yonas Beyene del French Center for Ethiopian Studies, con Tim D. White dell'University of California Berkeley, pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences.
La ricerca è stata condotta nel sito di Halibee, nella Formazione Dawaitoli nella Rift Valley dell'Afar, in Etiopia, una delle aree chiave per lo studio dell'evoluzione umana. Qui gli studiosi hanno recuperato migliaia di strumenti litici e tre resti fossili attribuiti a Homo sapiens, inseriti in un contesto stratigrafico ben conservato e datato a circa 100mila anni fa. L'analisi integrata dei reperti ha incluso 3.365 resti di vertebrati, sedimenti e tracce di combustione, permettendo di ricostruire le condizioni ambientali del sito.
Ambiente e risorse nella Rift Valley
I dati indicano che i sedimenti si sono formati in seguito a inondazioni stagionali in un ambiente caratterizzato da presenza di vegetazione arborea, in grado di offrire ombra, acqua e risorse in una savana altrimenti arida. Questo contesto suggerisce che le popolazioni umane sfruttassero nicchie ecologiche favorevoli all'interno di paesaggi più ostili. Gli strumenti del Paleolitico medio identificati attraverso scavi e ricognizioni sono stati realizzati utilizzando una vasta gamma di rocce vulcaniche e risultano probabilmente prodotti e abbandonati direttamente nella pianura alluvionale durante occupazioni umane temporanee. La presenza di materie prime diverse indica anche capacità di approvvigionamento e mobilità nel territorio.
Analisi dei resti fossili e processi tafonomici
L'analisi dei tre individui fossili ha evidenziato condizioni differenti al momento e dopo la morte. Uno degli individui appare essere stato rapidamente sepolto, suggerendo una conservazione relativamente rapida senza evidenze di disturbo significativo. Un secondo scheletro presenta invece danni estesi attribuibili all'azione di carnivori, indicando interazioni con la fauna locale dopo la morte. Il terzo individuo mostra segni di esposizione a temperature elevate, elemento che potrebbe essere collegato a fenomeni naturali o a pratiche antropiche ancora da chiarire. Questi risultati contribuiscono a chiarire non solo le condizioni ambientali ma anche i processi tafonomici e le dinamiche di occupazione umana nel Paleolitico medio africano.
Evoluzione e strategie di adattamento
Il sito di Halibee fornisce infatti un raro esempio in cui dati archeologici, paleontologici e ambientali possono essere analizzati congiuntamente, offrendo un quadro più completo della vita delle prime popolazioni di Homo sapiens. Secondo gli autori, lo studio rappresenta un passo importante per colmare le lacune nella documentazione fossile del continente africano. Le evidenze indicano che già 100mila anni fa gli esseri umani moderni erano in grado di adattarsi a contesti ambientali complessi e variabili, sviluppando strategie flessibili di utilizzo delle risorse. Nel complesso, i dati raccolti rafforzano l'idea che l'evoluzione sia avvenuta in ambienti dinamici, dove la capacità di adattamento ecologico ha avuto un ruolo cruciale.